Una sera come tante

 








“Va bene se guardo dieci minuti della partita?” Intende di baseball: i Red Sox contro i Mets, playing in New York, where the Red Sox fucked up and didn’t win the championship in 1986, mi ricorda Dan. “Magari se vuoi uscire a fumare, o a giocare al tuo solitario? Dieci minuti, giuro”. “Ma certo, non ti preoccupare!” Allora: ho fumato tre sigarette, vinto quattro volte al solitario difficilissimo che non viene mai e siamo ancora qui, nella stessa posizione, a guardare la stessa roba alla tv: Red Sox contro i Mets, a New York, dove i Red Sox hanno fucking perso il campionato, mi ricorda Dan. E sai cos’ho capito? Che il baseball è uno sport elegante, intelligente e il suo ritmo distende. I giocatori sono vestiti esattamente come nei dipinti di coso, Norman Rockwell, dai quello con il poliziotto e il ragazzino seduti a mangiare il gelato, presente? Vabbè, tipo gli anni Venti: pantaloni grigio chiaro abbastanza attillati e una finta cintura, (che uno dice, perché, è proprio necessario? Non è già abbastanza umiliante arrivare al lavoro vestiti conciati così?) e la maglia della squadra. Il cappellino, ovviamente, e delle scarpette eleganti. La voce dei radiocronisti che è una voce particolare, simile a quelle delle radio degli anni quaranta, un po’ gracchiante, nasale, le loro chiacchiere sul fine settimana, su ricordi di quando erano piccoli, di mogli, di eroi del passato: Babe Ruth, Joe Dimaggio, roba fina, ecco quella voce, quel tono sempre tranquillo, ma che si agita un pochino le rare volte che succede qualcosa, sono state il leit motiv da quando avevo vent’anni. Alla radio, d’estate, in macchina, a cena. Voci che ogni tanto fanno reagire Dan, a volte in modo positivo (I fucking love this game), ma ahimé molto più frequentemente in modo negativo: “What did you THAT for?” Anche mio figlio autistico e non verbale ad un certo punto è uscito dalla sua camera per dire, “Il baseball ha rotto i coglioni! Ebbasta!” Non aveva mai detto una parola in vita sua. Per dire. (Intanto io con una certa soddisfazione ho appena vinto la terza partita di Burraco (sì, c’è l’app)) Gioco contro altre tre “persone”. Quando a giocare con me c’è quello che si chiama Luigi, per esempio, è una perdita preannunciata: è un cretino: sbaglia tutti gli scarti, se la tira. Ma se ti capita la Laura, lei è una di quelle che pur di vincere una partita di Burraco, mangerebbe suo nipote. “Non sono persone vere” mi dice la voce antipatica di me. Lo so che sono tutti computer. Lo so. E poi mi commuovo come una deficiente. Mi dico, eppure anche loro avranno avuto una mamma, no? Comunque sono cose, queste, che si capiscono solo se si scarica l’app. (che non è che mi sta pagando per la pubblicità, eh? Ma magari!). E poi c’è Dan che fa, gli dice, lui, ad una sfera blu sul tavolo, “Alexa! Turn the living room lights off”. La tratta sempre male, come se buttasse sulla povera Alexa anche il peso dei suoi sensi di colpa, delle sue opportunità mancate, quello che avrebbe potuto diventare, E comunque oggi calcolavo che Dan parla molto di più con Alexa, Siri e a chat gpt molto più che con me.Vabbè, chiusa parentesi. L’Alexa prende iniziativa e spegne quelle della cucina! Finalmente si ribella. Non sia mai, lui perde la pazienza e fa, ALEXA, TURN OFF THE LIGHTS IN THE FUCKING LIVING ROOM! Jeez…”. Lei, umiliata davanti a tutti: la tele, lo stereo,e il giradischi, trattata come una scappata di casa, spegne tremando le luci della sala. Intanto, i Red Sox che perdono peggio del Milan, stanno vincendo 6 a 1, e sono già all’inizio del nono inning! “Questa se la portano a casa”, dico a Dan per fare quella che sta seguendo la partita. Poi niente, sono andata di sopra a leggere. (Per chi vuole la happy ending, i Red Sox hanno vinto, 6 a 2)


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