Della serie: non si vive di solo calcio







Dan non aveva voglia di andarci, invece Richard si, per cui ha chiesto a me, anche se sa benissimo che per me andare a una partita di baseball è come andare a vedere una partita di bocce. E io, per sua meraviglia, e mia, ho detto, dai andiamo.

È venuto a prendermi dopo una mezz’oretta, con l’entusiasmo di un ragazzino, ha parcheggiato la macchina e siamo andati in bici. Da casa mia a Fenway, lo stadio di baseball più vecchio degli Stati Uniti, sono dieci minuti di pedalata: basta andare alla fine della strada, prendere il ponte che attraversa il fiume da dove si vede una Boston da cartolina, girare a sinistra e ci sei.

Una delle sorelle di Richard è l’assistente personale di John Henry, che è il proprietario dei Red Sox e da qualche anno del Liverpool, nel senso di squadra di calcio anglosassone. Aveva lasciato due biglietti a nome Richard Bonanno per i due posti più vicini al campo possibi e immaginabili dello stadio, tanto che siamo stati ripresi tutta la sera dalle telecamere. Ad attenderci c’era una cameriera, assunta per portarci tutto il mangiare e il bere che volevamo, tutto pagato da Mister Henry, ovviamente.

Arriviamo al baracchino sudati, e Richard dice alla ragazza tatuata che ci lavora svogliatamente: “Mister Henry ha lasciato due biglietti per me”, e la tatuata, sentendo il nome del capo, si risveglia dalla monotonia del lavoro e velocemente cerca i due biglietti, accompagnati da un pass per andare, se abbiamo voglia, nel lounge dei VIP in cima allo stadio. Richard ringrazia e aggiunge: “Ringrazi il signor Henry da parte mia quando lo vede”. Lei risponde che non ha mai il piacere ma che se dovesse incontrarlo lo farà di certo.

Siamo in prima fila, praticamente sul campo verde illuminato, e tutto d’un tratto mi sembra enorme e bellissimo. I Red Sox giocano contro il Cleveland, e sono in vantaggio di un punto. Mi fa impressione vedere i giocatori da così vicino: David Ortiz, soprannominato Big Papi, Dustin Pedroia, che Richard mi dice viene soprannominato Laser Show per via che quando becca la palla con la mazza la fa volare così veloce che sembra un laser, John Lester, mancino, lanciatore che ha in mano il destino del gioco. Sono tutti nomi che Dan urla davanti allo schermo, soprattutto verso la fine del campionato, quando si agita e io gli dico che se continua così sveglia i bambini e poi son cazzi suoi che io non ci vado su a farli riaddormentare.

Richard mi spiega con impazienza il gioco: le basi, gli ‘outs’ la differenza tra un ‘ball’ e uno strike; mi spiega che la partita è divisa in nove innings, e che le squadre fanno a turno; che le basi si possono rubare ma è rischioso, che bisogna arrivare in prima base, poi in seconda, poi in terza e poi da dove si è partiti, la ‘home plate’ per fare un punto. Mi spiega che il lanciatore può lanciare la palla in diversi modi: con tre dita per farla andare più in basso, o per farla girare su se stessa e fregare l’avversario che è lì con la mazza che cerca di beccarla, mandarla fuori dallo stadio e correre in prima base.

Richard mi spiega anche che il baseball è fatto di ritmi ben precisi, di pause importanti, di strategie, di statistiche tantissime. Ma è anche pieno di riti ben precisi: per esempio il ‘seventh inning stretch’ e cioé, proprio come i riti religiosi, quando al settimo inning ci si alza e si canta una canzone (‘Take me out to the ballgame’) tutti insieme, e poi c’è chi va a fare pipì, chi (pochi) a fumare una sigaretta, chi a prendersi un hot dog. Mi racconta che ogni giocatore sceglie una canzone da fare ascoltare quando entra in campo gli altoparanti la fanno sentire per annunciarlo. Richard dice che se lui fosse giocatore sceglierebbe la canzone Tequila (TATATTA TATATA TATTA!).

Ma soprattutto, ed è la cosa che gli piace di più, Richard mi spiega che il baseball ha un linguaggio molto particolare, specifico e poetico; che ci sono centiania di termini, spesso anche ironici, che si capiscono soltanto se si è dentro la cultura del baseball. Mi fa un po’ venire in mente il linguaggio dell’ippodromo, tanto caro a mio padre, e da lui celebrato nei suoi mille scritti. Il baseball è così: le sfaccettature sono tantissime, e i tifosi usano gerghi ‘da baseball’ per descrivere situazioni, regole, deviazioni di palla, riti, statistiche, qualità dei giocatori.

Io ascolto, e a poco a poco mi emoziono, perché l’entusiasmo di Richard, da sempre, mi carica e mi fa amare le cose che ama lui, dalla vita dei santi all’architettura dei cimiteri, ai sellini delle biciclette, a Tom Waits, a un giocatore come Nick Swisher, chiamato ‘switch hitter’ perché può colpire la palla tenendo la mazza sia con la destra che con la sinistra. Sulla home plate c’è Pedroia, e Richard si alza e urla: GO LASER SHOW! poi si risiede e dà un altro morso al panino con l’aragosta che la cameriera carina gli ha appena portato. Io sorseggio la birra e assorbo la bellezza della serata, l’energia delle migliaia di persone attorno a me, il TOC della palla che viene colpita dalla mazza di legno, lo scatto dei giocatori.

Mi viene in mente che io c’ero venuta soltanto una volta a Fenway, sei anni fa, a fare il giuramento quando sono diventata cittadina americana. Era pieno di noi stranieri e a tutti avevano dato una bandierina degli Stati Uniti da sventolare durante l’inno americano, cantato con gli accenti forti dei nuovi americani (non da me) subito dopo il discorso di George Bush proiettato sul maxi schermo, in cui ci ricordava dei nostri nuovi diritti e soprattutto doveri. Ma ieri sera è stata la volta in cui mi sono sentita veramente americana: ancora una volta a Fenway, ma questa volta a guardare il baseball, con le arachidi in mano e i commenti dei tifosi attorno a me, con il loro cappellino con la B dei Boston Red Sox.


Tocca a Mike Napoli e Richard si alza ancora: VEDI NAPOLI E POI MUORI! urla in italiano. Poi mi guarda, scoppia a ridere e mi fa: ‘ti diverti?’

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