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sabato 30 marzo 2013

Quello che canta Onliù






Tornavo da un viaggio in macchina di più di un’ora fatto con il cuore pesante per l’agonia di mio suocero, che infatti è morto qualche ora dopo. L’agonia sua, e quella di Dan, che amo follemente e che ha già perso la sua mamma un anno emmezzo prima. Ero entrata nella stanza dove mio suocero stava morendo pronta per dare supporto, ma invece non ce l’ho fatta a vederlo così, a vedere Dan di fianco a lui che gli teneva la mano e aspettava paziente e triste l’ultimo affanno di respiro prima del silenzio eterno.

Tornata a casa, dove avevo lasciato i miei tre bimbi da soli per più di tre ore, ho acceso il computer e dal monitor è uscita una pistola e mi sparato in faccia: leggo che è morto Enzo. Jannacci, dico: quello che canta Onliù. Il pianto è stato all’inizio composto, e poi con le immagini che avevano cominciato a passarmi davanti agli occhi, è diventato singhiozzo, e poi strazio.

Squilla il telefono: mia madre, anche lei provata mi dà la notizia. “Se ne è andata un pezzo importante della mia vita. La parte migliore della mia vita con tuo padre. Se fosse ancora vivo, sarebbe distrutto”. Si, perché mia madre, mio padre e Enzo si conoscono da quando erano piccolini, e insieme hanno condiviso matrimoni, nascite, viaggi, successo, delusioni e tante tante risate.
Qualche setimana fa Enzo aveva fatto sapere a mia mamma che avrebbe voluto vederla presto, e mia madre cercò di andare, ma non era la giornata giusta, Enzo aveva passato una nottataccia. Si era ripromessa di andare al più presto. E invece bum.

Poi io e Anna, mia sorella, abbiamo passato più di un’ora a ricordarci, anche noi, di quel pezzo di vita: Enzo che andava in giro con un tubetto di dentifricio e se ne sparava un po’ in bocca dopo aver fumato. Enzo che aveva beccato Anna limonare in macchina con un moroso e aveva aperto la portiera, l’aveva tirata fuori dalla macchina e l’aveva portata fino al portone, incazzato nero. Enzo che aveva scritto col gesso sul muro dove parcheggiava la sua Lambretta insulti al tipo che faceva pisciare il cane sulla moto. La sua mamma, che ogni volta che ci incontrava diceva: ”Vorighe ben al mio Ensin!”, e ci faceva vedere i cassetti delle mutande e delle calze e diceva: “Guarda com’è ordinato el mio Enso!”

Io invece Enzo lo avevo sentito subito dopo che gli avevo scritto una lettera, in cui, da nostalgica che sono, gli ricordavo dei bei momenti passati insieme a casa nostra, a casa sua, al mare in Liguria. Gli ricordavo di quando venni operata di appendicite e lui mi venne a trovare in ospedale. Io ero ancora rintronata dall’anestesia e lui chiese a mio padre il nome del chirurgo. Saputolo disse: “No, è un macellaio!”. Gli ricordavo di quando portai il mio allora fidanzato e ora marito da lui nel suo ambulatorio, a esattamente quattrocento metri da casa mia, perché aveva mal di stomaco. Gli ricordavo delle volte che mi chiamava Marinin Frin Frin, e della mia prima volta in Lambretta, con lui, a fare i giri della casa. La mia prima chitarra che mi aveva regalato lui, su cui mi insegnò il giro di Do. Le volte che ci diceva guai a voi se so che ascoltate Eros Ramazzotti.

E poi gli ricordavo anche le cose tristi: di quando morì mio padre e lui si chiuse nel cesso a piangere forte e poi andammo insieme in chiesa, quando mi stringeva la mano forte come se avesse paura di volare via anche lui, o che volassi via io.

Ricevuta la mia lunga lettera, mi aveva chiamato per dirmi come gli aveva fatto piacere riceverla, e che voleva trovare il tempo e la forza di rispondermi al più presto. Mi aveva detto, ‘Si capisce che sei una ragazza molto intelligente’. Mi aveva detto, ‘Si coglie subito nel tuo stile lo stampo di famiglia nel tuo modo di buttarla lì’. Famiglia, in quel caso, di cui lui fece parte.

Si, perché Enzo e mio padre erano in sintonia come due fratelli, per quanto riguarda lo stampo: si finivano le frasi, si facevano battutte che solo loro capivano, notavano le stesse cose, le spiegavano allo stesso modo. Uno raccontava una barzelletta all’altro, e poi l’altro la riraccontava aggiungendo dettagli che facevano ancora più ridere. Andavano avanti così per ore. Stessa ironia e stessa malinconia. Stesso sguardo al mondo: un occhio puntato sulle persone semplici, che tanta gente non vuole vedere. L’Armando, il palo della banda dell’Ortica, il Rino, il barbun: erano personaggi che loro incontravano nella Milano di quei tempi, nati da spunti che gli coglievano dalle persone che frequentavano, con cui andavano a giocare a carte e a bere un bel bicchiere di rosso. Quelli un po’ in ombra.

Poi, qualche tempo dopo, di getto, scrissi di come invece una sua intervista mi aveva fatto partire l’embolo. Fu un pezzo che fece un certo scalpore, che rivangava un periodo duro, difficile tra lui e mio padre, che loro non riuscirono mai davvero a superare a causa della morte inaspettata e prematura di mio padre.

Dopo quel pezzo mi venne come un senso di pudore e smisi di telefonargli per chiedere come stesse, anche se avevo avuto voglia di sentire ancora la sua voce sempre più debole al telefono. E adesso mi spiace tanto non aver trovato il coraggio di tirar su la cornetta e chiamarlo comunque: sono sicura che non fosse arrabbiato con me. Magari l’aver fatto riemergere cose brutte lo aveva rattristito, e mi spiaceva averlo fatto soffrire. O magari lui aveva una versione diversa dalla mia che avrebbe voluto spiegarmi, che io non saprò mai.  

Non mi rimane, adesso, che teneremi gelosamente dentro di me i tanti momenti che abbiamo passato insieme. Non mi rimane che affrontare il fatto che un altro pezzo di mio padre, forse il più bello, se ne è andato via ieri, e che mi sono sentita come se mio papà fosse ri-morto.

E ho sentito un dolore allucinante.

domenica 17 marzo 2013

Mama loves Luca





Il rapporto che c’è, da sempre, tra Luca e la famiglia di Dan è stato a dir poco indecente: nessuno si è mai fatto avanti per dare una mano, o ha offerto una spalla su cui piangere. Anzi: il gioco è quello di evitarlo a tutti i costi. Alla famiglia di Dan piace molto di più Lola, il nostro cane. Con lei loro hanno un ottimo rapporto: biscottini, carezze, coccole, la tengono se dobbiamo andare via. Sono felici di vederla.

Luca no. Anzi si, una volta che Dan doveva andare a fare un colloquio di lavoro qui a Boston e io ero a Brooklyn con le ragazze, ha chiesto a sua sorella di tenerlo. Lei ha detto si, ma dovevamo portare la nostra televisione, che non volevano che Luca usasse la loro. Dan portò Luca e televisione. Luca venne piazzato nel seminterrato per ore, senza che nessuno se lo cagasse, fino a quando arrivò Dan e lo trovò, sempre nel seminterrato, in una pozzanghera di piscia e merda, perché la sorella di Dan non si era neanche degnata di portarlo in bagno. Fu la prima e l’ultima volta che chiedemmo di tenerlo. E loro non chiesero mai di averlo un po’ lì con loro.

Insomma, con gli anni, mi si è formata come una vescica sul mio cuore, che si riempie di lacrime e di dolore e che ogni tanto scoppia e fa un male pazzesco.
Stasera è scoppiata, ancora una volta. 

Il padre di Dan, che non si è mai degnato di dare un bacio a Luca (anzi, ho la netta sensazione che gli faccia anche un po’ schifo stargli vicino) era nella cucina della sorella di Dan. Luca era in sala, e siccome gli ho detto che stavamo andando a casa, si è fiondato in cucina urlando ‘Nonno! Nonno!’. Si, perché in tutto questo Luca non molla la preda: si è messo in testa di insegnare alla sua famiglia come fare a volergli bene. Insomma, Luca va dal nonno e lo abbraccia. Il nonno con la faccia inferocita, toglie le braccia di Luca attorno al suo collo, e lo spinge malamente. Luca va a sbattere sul forno dietro di lui. Io e la sorella di Dan rimaniamo assolutamente allibite. Abbiamo fatto un salto di qualità: siamo arrivati alle mani. Io chiamo le mie figlie, e con un nodo alla gola e gli occhi lucidi mi incammino verso la macchina.

Luca intanto è stato preso da Dan, che non aveva assistito alla scena in cucina. Non si dà per vinto e torna all'attacco dal nonno ad abbracciarlo. Stessa scena: lo prende di malomodo e lo stacca da lui con un’espressione tra il disgusto e l’incazzato. Dan ovviamente interviene:”Papà, cosa fai? Vuole solo abbracciarti! Ma non capisci che è autistico?” Il padre di Dan scocciato dice,:” Ok, dai allora, faglielo fare!”, come per sfida. Luca lo rifarebbe ma Dan lo allontana mandando a cagare suo padre. Prende Luca e insieme arrivano in macchina.

Dan è furioso. Non l’ho mai visto così incazzato con suo padre in venticinque anni che lo conosco. “È un pezzo di merda”, dice a voce alta. Luca, da dietro, continua a dire “Where is nonno?”, perché lui gli vuole bene.

Un bene sprecato, perché non sarà mai condivisio. Ma ancora una volta imparo da Luca: per lui è importante dare amore, ma non perché ne vuole indietro un po’. Luca ama perché ama. È un amore senza prezzo, che non richiede niente in cambio. Luca ha fatto la stessa corte alla sorella di Dan e a suo cognato per anni: arrivava e li abbracciava, li portava con lui sul divano ad ascoltare la musica, gli faceva vedere il suo Ipad e diceva “Listening to Oh Brother!” Imperterrito. Ha insegnato loro come si fa ad amarlo. E loro, dopo anni, stanno adesso cedendo alla corte: la sorella di Dan continua a non andare mai da lui, sia ben chiaro. Ma quando lui va da lei, mi sembra che lei abbia più idea di cosa fare. A volte ho anche l’impressione che le faccia piacere. Lui l’ha conquistata.

Lui: un ragazzo sedicenne autistico e con la sindrome di Down, che in teoria dovrebbe essere compreso, accettato e amato dalla sua famiglia a priori che insegna alla sua famiglia ad amarlo. Ha del miracoloso. La maggior parte delle persone autistiche, tra l’altro, non sono neanche in grado di mostrare il loro affetto, ingigantendo enormemente la condizione già assolutamente debilitante. Noi abbiamo il miracolo (non trovo altro termine adatto) di avere una persona autistica che vive per gli abbracci, le coccole, l’attenzione. È tutto grasso che cola, per dire. E non solo: lui è disposto a farsi rifiutare, a farsi isolare, a farsi spingere in malomodo pur di avere un minuto d’affetto. Lui non demorde.

Stasera, dopo che il nonno è arrivato alle mani, la vescica ha fatto puff mentre ero seduta nella macchina silenziosa, impietrita. Si sentivano soltanto i miei singhiozzi di dolore. Ancora una volta Luca si è fatto avanti, rompendo il silenzio: “Mama loves Luca and Luca loves mama”.

Si, mama loves Luca. Forever.
Gli altri non se lo meritano il suo amore. Ma lo so che lui non molla. Perché lui è una persona migliore di me.
Luca loves mama.

giovedì 28 febbraio 2013

Mò m'arzo e me ne vado






Marzo.
A marzo si comincia a fare mente locale sui vestiti di mezza stagione dell’anno scorso. Si comincia a pensare che forse, se si è nel posto giusto al momento giusto, si può intravvedere la primavera, con i suoi fiorellini e gli uccelli che fanno cip cip.

A me prende un colpo.

Per prima cosa ho il terrore degli uccellini, che (da stronzi che sono) annusano la mia paura, mi puntano e mi attaccano nove volte su dieci. Anche i piccioni: se ne vedo uno attraverso la strada.
Per quanto riguarda i vestiti di mezza stagione, mi girano le palle perché mi ricordo che l’anno scorso pensavo: a marzo non mi andranno più bene perché sarò dimagrita di una decina di chili. E invece porca l’oca, mi stanno a pennello. Stronzi anche loro e pure miei chili in più.

E i fiorellini gialli mi fanno starnutire.

Marzo è anche il mese in cui è morto Lucio Dalla. Un anno fa. Lucio Dalla per quelli della mia generazione è sempre stato un punto fisso. Nessuno aveva mai messo in dubbio la sua presenza, calcolato una sua possibile assenza. Anche se non lo ascoltavo più tanto; anche se quel parrucchino facevo fatica a digerirlo. Lucio Dalla rappresentava per me una certezza a priori. E quando scoprii da una frase detta da Folco Orselli su facebook che era morto, scoppiò in me una malinconia che allora reputavo addirittura esagerata. Passai la mattina a piangere ascoltando le sue canzoni su Youtube: Stella di Mare, Il Parco della Luna, Tango. E soprattutto Cara. Ancora adesso ascoltandolo sento il sapore di quella tristezza dentro di me. E anche per questo, da allora, marzo è diventato un mese triste.

Come se non bastasse, è anche il mese della festa del papà. Che io odio perché non posso chiamare nessuno e dire “non ti faccio gli auguri che la festa del papà è una cagata e noi non l’abbiamo mai festeggiata”.

Marzo vuol dire che mancano quattro mesi al mio compleanno, che quando ero piccola non vedevo l’ora arrivasse e adesso mi mette un’ansia tremenda. Passi che non sono più ventenne e passi (a malincuore) che non sono più neanche trentenne. Ma quarantacinque sono veramente troppi. Non so se ce la faccio.

In quattro mesi devo fare tutto quello che avrei voluto fare nella prima metà della mia vita, ma non so neanche da che parte cominciare.

Avrei voluto viaggiare di più, avrei voluto avere un mio appartamento, avrei voluto essere una strafiga, ma di quelle che si alzano la mattina e son così, che si portano in giro la loro bellezza quasi controvoglia. Avrei voluto leggere Moby Dick e dire che bello, lo voglio rileggere. Avrei voluto avere una bella carriera. Avrei voluto marciare con le femministe, vedere un’Italia senza governi messi insieme con la cucitrice. Avrei voluto imparare quelle cose che dici: questa cosa la so, la metto da parte che poi un giorno torna buona. Avrei voluto avere i cassetti belli ordinati come quelli di mia madre che stira anche le mutande e gli stracci della polvere. Avrei voluto abitare vicino alle mie sorelle. Avrei voluto aver risolto tutte le cose mai risolte malgrado anni di terapia. Avrei voluto imparare a fischiare con le dita. Avrei voluto avere un ammiratore segreto. Avrei voluto.

Ma dove vuoi andare dove, mi dice la mia vocina che a volte non riesco a sopprimere. Sta buona, va là, che alla tua età le persone come te le chiamano signore, e non si fanno più troppe domande cretine. Sono adulte, capito? Adulte!

Non ce la farò mai.

mercoledì 6 febbraio 2013

Se non altro









L’ansia, si sa, non ha niente a che fare con la razionalità, ma nasce da un pensiero che da piccolo diventa enorme e oscura il resto della giornata. Sotto la doccia di mezzogiorno mi è venuto in mente un antidoto che forse forse può funzionare. 
Pensavo:

Almeno una cosa è sicura: non morirò di AIDS (a meno che Dan…ma non credo)

-       Almeno non faccio parte di una famiglia di Nagasaki che quel giorno si riuniva per passare una bella giornata insieme

-       Sarò anche lontano dalla famiglia e dagli amici milanesi, ma almeno non mi sono innamorata di un pirla (con tutto il rispetto per la categoria, s’intende), e Boston è senz’altro meglio di Cusano Milanino, o Tirana

-       Ho comunque tanti ricordi che mi fanno molto ridere, come quando venni invitata a casa della madre di Dan per un tea party. La tavola era coperta con una tovaglia bianca di lino, sulla quale c’era un set da té elegante che sembrava di essere a Londra alle cinque. I biscotti erano stati fatti in casa dalla madre di Dan, un genio in cucina. Gli ospiti, tutti di una certa età, avevano accenti esotici e dottorati da Yale e Harvard, e chiacchieravano pacatamente tenendo in una mano il biscotto e nell’altra la tazzina. Io mi sedetti di fianco alla mamma di Dan, che quel giorno era elegantissima. “How are you?”, le chiesi con un bel sorriso. “Se proprio vuoi saperlo ho l’emorroidi”, mi rispose senza batter ciglio. Era una donna sincera, quello si.

-       Dovrei appendermi in camera delle foto dei famosi bambini del Biafra la cui sfiga, a detta di mia madre, è in parte colpa mia, per non aver finito i broccoli e il fegato alla veneziana da piccola.

-       Poi chiamo mia sorella Anna che mi fa ridere

-       Nel frattempo faccio dodici bucati, li piego bene e li metto via, che il tempo vola.

-       Avrei potuto nascere in una famiglia con un padre normale, longevo ma normale; o in una famiglia in cui lui è nell’esercito, o lei è tossica (dentro)

-       Avrei potuto sentire la chiamata del Signore a dodci anni e vivere in un monastero di suore di clausura

-       Avrei potuto scoprire che la mia passione è il punto croce e che non vado a letto se la casa non è in ordine

-       Avrei potuto nascere a Kabul

-       Avrei potuto nascere maschio

-       Almeno non sono (ancora) vegetariana

-       Almeno non sono ancora in menopausa e la minigonna mi sta bene

-       Si, è vero, ho un figlio handicappato grave, ma almeno so che non si drogherà mai e non mi dirà mai una palla

-       Potrei appassionarmi di golf, o di gare di pesca, o di bridge, e invece ancora niente

-       Potrei essere di destra, e aver votato Berlusconi perché guarda lui dov’è arrivato, e poi è carismatico

Insomma, esco dalla doccia dieci minuti dopo, con la pelle rossa dall’acqua troppo calda, sono molle come un fico ma ringalluzzita, in qualche modo. Mi guardo e mi dico,  guarda che gnocca: sono anche dimagrita, malgrado i pranzetti a base di pane e Nutella.

Vado in camera e mi vesto, ballando sulle note di Bartali.


martedì 29 gennaio 2013

In questo momento per me




Finalmente un momento per me.
Sono oramai giorni che cerco disperatamente di essere di conforto a chi mi sta attorno, che cerco di pesare le parole per esprimere punti di vista forti, difficili da dire e ancora più difficili da ascoltare. È come il gioco ai giardinetti su cui si cerca di bilanciarsi, uno da una parte e uno dall’altra, per andare su e giù, ma anche per provare, insieme, a trovare il punto perfetto per stare sospesi in aria.

Dò supporto cercando di mandar giù momenti ormai antichi di solitudini, di vuoti, di mancanza assoluta di supporto per me, perché forse non sono mai stata brava a chiedere io una mano, o forse perché la situazione era tale che una mano avrei dovuta riceverla a priori. Dò supporto, forse, anche per far capire come il non darlo è riservato soltanto a chi non vuol vedere, per fare apprezzare l'attimo di un abbraccio, per far capire come si sta male senza. In fondo lo faccio anche per creare un sottile senso di colpa, perché sono stronza, lo so. È uno dei mie lati migliori.

L’altro giorno io e Dan abbiamo ricevuto una telefonata allrmante che chiedeva aiuto, supporto. Abbiamo di fretta messo tutto in macchina, abbiamo fatto accomodare Emma sul suo seggiolino rosa e Luca di fianco a lei, con il suo Ipad che propone dal 2003 la stessa canzone. I cani dietro, che Luca fa male a Lola e prima o poi lo morde davvero. Luca ripete come una nenia la stessa parola: mettere, mettere, mettere, mettere, mettere per quarantacinque minuti, mentre io e Dan cerchiamo di trovare le parole da condividere per affrontare quest’ultima crisi di sua sorella, che ancora una volta scongiura il nostro aiuto.
Mettere, mettere, mettere, mettere.

“Luca, quiet!”, dico sapendo che è assolutamente inutile. Intanto la solita canzone che sente dal 2003 sta ancora suonando. Mettere, mettere, mettere, mettere. Emma si è addormentata, forse per autodifesa.

Siamo quasi arrivati, e mi viene un pensiero, che condivido a voce alta: eccoci qui in macchina, con un figlio gravemente handicappato che ci siamo da sempre gestiti da soli che ci sta facendo diventare pazzi (mettere, mettere, mettere, mettere, mettere), ad accorrere per aiutare chi non ha mai avuto nessun impulso di mettere da parte i suoi di “problemi” per venire da noi. Metto le virgolette, perché sono briciole confronto ai nostri, di problemi e se fosse una gara avremmo già vinto sedici medaglie d’oro. Siamo noi ad avere bisogno, da sedici anni. Concludo il mio pensiero dicendo a Dan: o siamo scemi o siamo fighi, più bravi di tutti. “Siamo fighi”, dice Dan. Ci viene da sorridere.

Passiamo una serata difficile, a cercare di sciogliere nodi di anni, e prima di tornare a casa dove ci aspetta Sofia (a un’ora e mezza di distanza) veniamo abbracciati e ringraziati per essere stati così cari. Usciamo soddisfatti di aver potuto dare una mano.

Come sono soddisfatta di dare una mano alla mia famiglia in Italia che sta passando momenti difficili, momenti che hanno bisogno di essere condivisi, discussi, che richiedono il supporto e l’impegno di tutti per essere affrontati e risolti. Siamo in quattro sorelle a parlarci, a stabilire, a dire la nostra, a proporre, a proporsi, tutte e quattro con il cuore in mano a trattenere il respiro ancora una volta e sperare che siano soltanto momenti difficili che preannunciano un futuro più stabile. Azzardo a dire sereno.

Ma adesso finalmente ho un momento per me. Per riflettere non su quello che mi succede fuori ma dentro di me, dentro la mia famiglia difficile: mi chiedo come mai questa settimana Luca si sia cagato addosso nel letto tre volte, pisciato due. Io e Dan abbiamo interrotto serate con amici per pulire la stanza piena di merda, e per far la doccia a Luca, coperto di piscio e di merda fin sotto le unghie. I bucati si sprecano, il materasso ormai quasi da buttare.

Poi i miei pensieri si spostano alla settimana prossima, quando ci sarà l’incontro più importante dell’anno con tutta l’equipe che si occupa di Luca: credo che questa volta saremo in undici attorno al solito tavolo di legno scuro. Il quadro lo conosco bene, ma ogni volta mi distrugge: gravemente ritardato mentale, autistico, sindrome di Down, incapacità di parlare, di essere indipendente. Difficoltà gravi nell’apprendimento, nella comunicazione, nel relazionarsi agli altri; crisi ossessive. Poi si parlerà dei miglioramenti: sa riconoscere le lettere, è più bravo a lavarsi i denti. Urrah per Luca. Andrò nel solito bagno a vomitare, poi a lavarmi bene la bocca e disegnarmi col rossetto Revlon il solito sorriso prima di prendere la macchina e piangere per tutti i venticinque minuti di viaggio da lì a casa. Sedici anni emmezzo di Luca senza nessuno che molli tutto per venire a darmi una mano perché non ce la faccio più, cominciano a pesarmi.

In questo momento per me mi accorgo che tutto quello che dico alla mia famiglia a Milano, a quella di Dan a un’ora e mezza da qui non è applicabile alla mia situazione, perché la loro, difficile e penosa come è, è comunque temporanea. In qualche modo passerà, perché sono difficoltà che non precludono un futuro senza futuro. Qualcosa forse lascerà dei segni che verranno portati avanti anche a fatica. Ma in linea di massima tutto ritornerà alla normalità che spetta loro.

A me no. Il nostro è un problema cronico, nel senso che non andrà mai via. In un certo senso io sono già nella normalità che loro sperano di raggiungere presto, soltanto che la mia è fatta di solitudini e fatiche, perché anche le cose belle Luca le potrà condividere conquistandosele con una fatica erculea. Niente gli è dato per scontato. Niente. Lui deve imparare qualsiasi gesto, anche il più piccolo, anche quello che per noi sembra spontaneo: soffiarsi il naso, pulirsi il culo, mettersi le calze, pettinarsi. Sono anni che noi undici attorno al tavolo gliele stiamo insegnando.

Ecco, in questo momento per me ho voglia di farmi pena, di dirmi mi dispiace, di abbracciarmi, consolarmi e coccolarmi.
In questo momento. Solo per me.


martedì 22 gennaio 2013

Welcome to America!




Ieri è stato un giorno importante per gli Stati Uniti: l’inizio di altri quattro anni della presidenza Obama, che per tanti è segno di speranza per un futuro migliore. Lo sperano soprattutto i liberali, che finora sono rimasti abbastanza delusi da come il presidente abbia non soltanto appoggiato, ma amplificato le metodologie imperialiste e aggressive proposte da Bush: il tanto odiato e criticato Patriot Act, con i suoi usi osceni di torture e di snobbismo nei confronti di leggi internazionali, è stato approvato da Obama. La sua guerra unilaterale con le persone nel mondo considerate terroriste malgrado nessun tribunale abbia per ora potuto accertarlo, i suoi bombardamenti del martedì mattina che fanno centinaia di vittime.

Ci sono comunque speranze, tra i liberali, per quanto riguarda la politica interna: si spera che Obama continui la sua battaglia sulla sanità e sull’educazione, aspetti questi che finora hanno lasciato gli Stati Uniti a migliaia di chilometri indietro rispetto alla nostra Europa, che di problemi ne ha, ma almeno educa e guarisce anche chi non è ricco.

Guardo con trepidazione l’arrivo della famiglia reale americana: prima le due bimbe, che adesso sono diventate ragazzine, belle come il sole, con i loro cappottini colorati e i loro sorrisi quasi imbarazzati. Poi arriva Michele, e comincio a preoccuparmi. Ha cambiato pettinatura, adesso ha i capelli lisci come una norvegese. Mi viene in mente una frase di Malcom X: diceva che l’uomo nero è talmente succube dell’uomo bianco, che pur di farsi accettare fa di tutto per assomigliargli. E infatti, diceva Malcom, uomini e donne neri si rovinano i capelli, bruciandoli con varie pozioni chimiche per lisciarseli: conk è il termine usato per questo processo. E eccola li`, la First Lady, che tutti dicono rappresenti il black pride, che ti ricorda che non tutti gli americani sono biondi, che questa è una società multirazziale. Eccola, pronta ad ascoltare suo marito parlare di uguaglianza. Mi si stringe il cuore. Ancora una volta avevi ragione tu, brother Malcom. Ecco, per chi di voi parla inglese, come viene presentato il conking nella sua autobiografia:


The conk, a popular hairstyle that involves straightening out nappy hair with a host of caustic chemicals, is an emblem of black self-denial. Blacks conk their hair in an attempt to look more like white people, and their willingness to alter a feature of their body violently underscores how much they want to conceal their blackness. The conk is popular with rich and poor blacks alike, showing how blacks of all classes experience self-hatred. Though Malcolm conks his hair when he first moves to Boston, in prison he realizes how much mental energy he has been wasting on trying to conform to an impossible image of white good looks. Later, as an orator canvassing on the street, Malcolm criticizes American blacks for trying to change their African features. He sees the conk as one item in a long list, including faith in Christian religion and obsession with white women, of counterproductive black imitations of white culture.”



Poi arriva lui. È bellissimo: alto, elegante, concentrato. Sfoggia una serietà assolutamente consona al momento, ma poi gli scappa un sorriso, che mostra denti perfetti, bellissimi, e ci ricorda della sua umanità, che non riesce a nascondere l’emozione del momento. È perfettamente dentro la parte di capo di una nazione assolutamente unica, che fa un po’ paura per la sua grandiosità e per la sua voglia di guidare il resto del mondo, in nome di  una democrazia che diventa più importante a seconda della quantità di olio grezzo che offre.

Canta il coro di Brooklyn, canta James Taylor, che per me è come uno zio praticamente. E poi giura, sulla bibbia di Martin Luther King. E lì le palle mi girano, come ai francesi quando vinceva Bartali, perché, diciamocelo, del reverendo, che invece si occupava principalmente di uguaglianza di classe e non di razza, ha solo la pelle. Obama dice: ‘we are all equals’, ma sa benissimo che non è vero. Dice che tutti gli americani hanno le stesse opportunità, lo dice giurando sulla bibbia di un uomo che ha perso la vita per aver osato denunciare che dovrebbe essere così, ma non lo è. Non succederà mai in un sistema capitalista, perché per esistere ha bisogno di una classe proletaria. Obama lo sa bene: sono cose che si studiano il primo anno di università.

Poi però lo sento parlare di diritti per gay, per persone handicappate, per immigrati, uguaglianza tra uomini e donne nel lavoro. E so bene che invece questa volta Obama non mi sta raccontando frottole, so bene che ci crede sul serio. Sento poi le figure religiose invitate alla cerimonia benedire uomini, donne, bianchi, neri, eterosessuali e omosessuali, immigrati…

Certo, mi dico calmandomi, non è che Obama possa tutto d’un tratto diventare un socialista: non è neanche sua competenza iniziare una rivoluzione del genere. Però, per quello che può, malgrado le cose orrende che insiste a fare, e le palle che ci fa credere, una rivoluzione culturale l’ha fatta. Sta nel suo fare in modo semplice e ovvio un discorso di uguaglianza (seppure tra persone appartenenti alla stessa classe sociale), là dove solo qualche anno fa uguaglianza non esisteva. In Europa, che per coerenza uso per confrontare sia il bene (tipo l’assistenza medica) che il male (tipo l’omofobia) è ancora impensabile. Immaginate una figura religiosa italiana che durante una cerimonia dell’importanza di quella di ieri, benedice i gay? Gli immigrati? Sarebbe davvero un grosso passo avanti.

Finisce la cerimonia, gli spettatori sventolano fieri la loro bandiera. Tanti, soprattutto anziani neri che ancora non ci possono credere, si commuovono. Mi sento per un attimo proprio cittadina di questo strano esperimento che è l’America, sento dentro di me le sue enormi contraddizioni,  i motivi per cui vergognarsi e quelli per cui esser fiera. Dan mi sembra bel contento, soddisfatto. È una soddisfazione contagiosa, lo ammetto.

lunedì 14 gennaio 2013

Amore e anarchia nel New Jersey



Erano gli anni che io e Dan abitavamo in un paesino del New Jersey che si chiamava Highland Park. Ci eravamo andati a vivere dopo che Dan era stato un anno a Milano. Avrebbe dovuto andarci solo lui, a dire il vero, ma io un pomeriggio uggioso seduti al tavolo della cucina di mia madre, gli annunciai che sarei andata anch’io. Cerco sempre di cancellare nella mia mente l’espressione inequivocabile di vuoto e desolazione che gli venne tra una macina del Mulino Bianco e l’altra. Ma transit.

Dan era stato accettato nel programma di dottorato di letteratura italiana alla Rutgers University. Avrebbe studiato come una bestia, e insegnato corsi base di lingua italiana agli studenti di primo anno. Io, con i soldi che avevo ricevuto della liquidazione di mio padre, mi ero iscritta a un piccolo college della zona per studiare grafica pubblicitaria, di cui mi ero appassionata dopo aver lavorato all’agenzia editoriale di Giovannino Fabbri, nel senso di Fabbri editore.

Passai i miei ultimi due mesi meneghini a imballare in tre scatoloni i miei ventiquattro anni di vita, a salutare tutti gli amici, a immaginare dove mi avrebbe potuto portare questa nuova esperienza americana, quest’idea che mi balzò nel cranio solo per poter seguire il mio moroso, che era il più bello del mondo.

Dan partì da Milano qualche settimana prima di me, alla ricerca di una casetta per noi due, e ne trovò una di legno blu e bianca, con davanti una veranda e un giardinetto. Era molto grande ed era quindi divisa in due apprtamenti: i nostri vicini erano una numerosissima famiglia messicana che non parlava inglese e che ci chiamava gringos, che (Dan mi insegnò) è un dispregiativo usato nei paesi di lingua spagnola per descrivere gli americani.

Il padrone di casa si chiamava George Abadiotakis, ed era greco. Malgrado i suoi quarant’anni di vita statunitense, aveva ancora molta difficoltà con la lingua. ‘How is your daughter?”, gli chiedevamo alle otto di sabato mattina, quando veniva a tagliare l’erba, facendo un rumore assordante, e invece noi facevamo finta che andava bene così. “My daughter? He is ok!”, rispondeva, asciugandosi le gocce di sudore dalla fronte.

Oltre ai corsi di lingua, Dan cominciò a insegnarne uno di cinema italiano, in cui istruiva le matricole esponendole alle filosofie del periodo neorealista fino ai giorni nostri, appassionando tutti a botte di De Sica, Rossellini, Antonioni, Fellini e  Wertmuller. Fu durante questo periodo scandito oltre che da studio, anche da grandi feste, viavai di gente e recite teatrali,  che Dan comprò il poster del film “Storia d’amore e anarchia” e lo appese in sala. 

Troneggiò da subito: memorabili le espressioni di Giancarlo Giannini, che, con la forchetta a mezz’aria e la barba di due giorni, sprigiona paura eppure coraggio e quella di lei, Mariangela Melato, che fa la parte della prostituta e gli è attaccata, con la bocca un po’ aperta, colta sicuramente a parlare con una delle sue colleghe col suo accento finto emiliano che di finto non sembra avere niente. I suoi capelli sono biondissimi, corti e mossi; gli occhi pesantemente truccati, come piaceva a lei.

La trama è splendida: racconta di un contadino anarchicoche decide di uccidere Mussolini non per motivi politici, ma perché il suo milgiore amico viene ucciso dai fascisti, e si presenta nel bordello dove lavora la Melato, che finge di essere sua cugina e o aiuta nella sua missione, che ovviamente, come la storia poi ci racconta, non ha alcun successo. I personaggi, pompati come sono tutti quelli che la Wertmuller ci presenta, sono per lo più puttane di tutta Italia, con le loro sottovesti osé che invece di far sexy fa quasi tenerezza, con, i loro accenti, e la loro passionale umanità che disarma. E Giannini, che pare un pesce fuor d’acqua in mezzo a tutte queste donne, viene accolto quasi come un figlio da tutte queste mamme strane. È un film che mi ha sempre commosso: un inno all’ingenuità e all’umanità che va oltre l’orrore e la distruzione che la guerra semina attorno alla casa di tolleranza e all’Italia.

Quando ho saputo della morte di Mariangela Melato mi è subito saltato in mente il poster che per tanti anni è stato testimone e attento osservatore di risate, litigate, cene. Mi è venuta voglia di ritrovarlo e riappenderlo, come dire che fortunatamente poi i film si guardano e riguardano e non si interessano della vita o della morte di chi ce li ha regalati.


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Vorrei avere una mucca.