Tornata a casa, dove
avevo lasciato i miei tre bimbi da soli per più di tre ore, ho acceso il
computer e dal monitor è uscita una pistola e mi sparato in faccia: leggo che è
morto Enzo. Jannacci, dico: quello che canta Onliù. Il pianto è stato all’inizio composto, e poi con le
immagini che avevano cominciato a passarmi davanti agli occhi, è diventato
singhiozzo, e poi strazio.
Squilla il telefono: mia
madre, anche lei provata mi dà la notizia. “Se ne è andata un pezzo importante
della mia vita. La parte migliore della mia vita con tuo padre. Se fosse ancora
vivo, sarebbe distrutto”. Si, perché mia madre, mio padre e Enzo si conoscono
da quando erano piccolini, e insieme hanno condiviso matrimoni, nascite,
viaggi, successo, delusioni e tante tante risate.
Qualche setimana fa Enzo
aveva fatto sapere a mia mamma che avrebbe voluto vederla presto, e mia madre
cercò di andare, ma non era la giornata giusta, Enzo aveva passato una
nottataccia. Si era ripromessa di andare al più presto. E invece bum.
Poi io e Anna, mia
sorella, abbiamo passato più di un’ora a ricordarci, anche noi, di quel pezzo
di vita: Enzo che andava in giro con un tubetto di dentifricio e se ne sparava
un po’ in bocca dopo aver fumato. Enzo che aveva beccato Anna limonare in
macchina con un moroso e aveva aperto la portiera, l’aveva tirata fuori dalla
macchina e l’aveva portata fino al portone, incazzato nero. Enzo che aveva
scritto col gesso sul muro dove parcheggiava la sua Lambretta insulti al tipo
che faceva pisciare il cane sulla moto. La sua mamma, che ogni volta che ci
incontrava diceva: ”Vorighe ben al mio Ensin!”, e ci faceva vedere i cassetti
delle mutande e delle calze e diceva: “Guarda com’è ordinato el mio Enso!”
Io invece Enzo lo avevo
sentito subito dopo che gli avevo scritto una lettera, in cui, da nostalgica
che sono, gli ricordavo dei bei momenti passati insieme a casa nostra, a casa
sua, al mare in Liguria. Gli ricordavo di quando venni operata di appendicite e
lui mi venne a trovare in ospedale. Io ero ancora rintronata dall’anestesia e
lui chiese a mio padre il nome del chirurgo. Saputolo disse: “No, è un
macellaio!”. Gli ricordavo di quando portai il mio allora fidanzato e ora
marito da lui nel suo ambulatorio, a esattamente quattrocento metri da casa
mia, perché aveva mal di stomaco. Gli ricordavo delle volte che mi chiamava
Marinin Frin Frin, e della mia prima volta in Lambretta, con lui, a fare i giri
della casa. La mia prima chitarra che mi aveva regalato lui, su cui mi insegnò
il giro di Do. Le volte che ci diceva guai a voi se so che ascoltate Eros Ramazzotti.
E poi gli ricordavo anche
le cose tristi: di quando morì mio padre e lui si chiuse nel cesso a piangere
forte e poi andammo insieme in chiesa, quando mi stringeva la mano forte come
se avesse paura di volare via anche lui, o che volassi via io.
Ricevuta la mia lunga
lettera, mi aveva chiamato per dirmi come gli aveva fatto piacere riceverla, e che voleva trovare il tempo e la forza di rispondermi al più presto.
Mi aveva detto, ‘Si capisce che sei una ragazza molto intelligente’. Mi aveva detto, ‘Si coglie subito nel tuo stile lo stampo di famiglia nel tuo modo di buttarla lì’. Famiglia, in quel
caso, di cui lui fece parte.
Si, perché Enzo e mio
padre erano in sintonia come due fratelli, per quanto riguarda lo stampo: si
finivano le frasi, si facevano battutte che solo loro capivano, notavano le
stesse cose, le spiegavano allo stesso modo. Uno raccontava una barzelletta all’altro,
e poi l’altro la riraccontava aggiungendo dettagli che facevano ancora più ridere.
Andavano avanti così per ore. Stessa ironia e stessa malinconia. Stesso sguardo
al mondo: un occhio puntato sulle persone semplici, che tanta gente non vuole vedere. L’Armando,
il palo della banda dell’Ortica, il Rino, il barbun: erano personaggi che loro
incontravano nella Milano di quei tempi, nati da spunti che gli coglievano dalle persone che frequentavano, con cui andavano a giocare a carte e a
bere un bel bicchiere di rosso. Quelli un po’ in ombra.
Poi, qualche tempo dopo, di
getto, scrissi di come invece una sua intervista mi aveva fatto partire l’embolo.
Fu un pezzo che fece un certo scalpore, che rivangava un periodo duro,
difficile tra lui e mio padre, che loro non riuscirono mai davvero a superare a
causa della morte inaspettata e prematura di mio padre.
Dopo quel pezzo mi venne
come un senso di pudore e smisi di telefonargli per chiedere come stesse, anche se avevo avuto voglia di sentire ancora la sua voce sempre più debole al telefono. E adesso mi spiace
tanto non aver trovato il coraggio di tirar su la cornetta e chiamarlo
comunque: sono sicura che non fosse arrabbiato con me. Magari l’aver fatto
riemergere cose brutte lo aveva rattristito, e mi spiaceva averlo fatto
soffrire. O magari lui aveva una versione diversa dalla mia che avrebbe voluto
spiegarmi, che io non saprò mai.
Non mi rimane, adesso, che
teneremi gelosamente dentro di me i tanti momenti che abbiamo passato insieme. Non mi rimane
che affrontare il fatto che un altro pezzo di mio padre, forse il più bello, se
ne è andato via ieri, e che mi sono sentita come se mio papà fosse ri-morto.
E ho sentito un dolore
allucinante.






