Chi sei? Cosa vuoi? Un fiorino!
Sono già passati quasi trentaquattro anni da quando verso le sei di sera, io e Dan ci recammo al Comune di Highland Park, NJ, dove abitavamo e frequentavamo l’università, per sposarci. Avevamo appena finito di frequentare le lezioni di quel giorno e ci eravamo incontrati a casa verso le cinque. Con noi c’erano due amici, la sorella di Dan e suo marito. La mia amica mi fa: “Allora come ti vesti?”. “Non lo so”, avevo risposto un po’ nel panico. Non ci avevo pensato per niente. Insieme setacciammo il mio piccolissimo guardaroba e trovammo una gonnellina nera e una camicetta verde scuro. Quando arrivò, Dan, mi diede un bouquet di gerani, l’unico che potevamo permetterci ed fu stato in quel preciso momento che il mio occhio destro cominciò a tremare e smise soltanto dopo la cerimonia, se così si può chiamare.
Con i nostri quattro amici, andammo a piedi al piccolo Comune, dove trovammo una scrivania con dietro una segretaria. “Siamo venuti per sposarci”, dicemmo un po’ timidi. Senza neanche l’accenno di un sorriso, ci venne detto di andare nella stanza di fianco, “Il sindaco vi chiamerà fra poco”. La stanza era di quelle con le pareti di vetro e un lungo tavolo, probabilmente per le riunioni. Dopo una quarantina di minuti d’attesa, io sempre con l’occhio che tremava, tornammo a chiedere alla segretaria se sapesse quando sarebbe arrivato il sindaco. Si era dimenticata di andarlo a chiamare. Dopo un minuto si presenta un omone greco pieno di scuse. “Venite, venite nel mio ufficio” A quel punto pensavo l’occhio mi cadesse a terra. L’ufficio del sindaco era tutto di legno e a terra c’erano due macchinine telecomandabili di dimensioni extra large. Io e Dan ci mettemmo uno di fronte all’altro, ridendo moltissimo, e ci giurammo amore eterno. Fortunatamente ci eravamo ricordati di comprare delle fedi d’argento (finto) che ci siamo scambiati. Niente riso, niente lancio del bouquet. Siamo andati a mangiare da Charlie Brown, il ristorante-pub che non ci potevamo quasi mai permettere ma dove, quelle poche volte che andavamo, Dan si portava da casa una salsina che non avevano da mettere sulla bistecca.
Come regalo, i nostri quattro amici ci comprarono una cassa di vino dal Drug Store, il negozio che vendeva dagli spilli alla bomba atomica. Sulla soglia di casa c’era un mazzo di fiori stupendo che ci avevano mandato i genitori di Dan. La mia famiglia, invece, contraria al fatto che ci fossimo sposati lì per facilitare tutta la storia dei documenti, non mi telefonò neanche. Avevo chiamato io, quella mattina, per condividere con loro la mia felicità, ma mia sorella mi rispose dicendo: “Vergognati, la mamma piange da due giorni per colpa tua!” e mi buttò la cornetta in faccia. In realtà, stavamo già organizzando anche un matrimonio, quello “vero” in Italia: non è che ci siamo sposati di nascosto negli Stati Uniti. Quella telefonata mi ferì molto profondamente, allora come oggi e come sempre sarà.
Da quel giorno decisi che il mio cognome sarebbe stato Canale-Parola, quello di Dan e, malgrado non lo avessi cambiato legalmente, da allora tutti i documenti americani, dalla patente, al passaporto, ai conti in banca, alle mie due lauree, sono diventata Canale-Parola. È un nome strano anche in italiano: due parole che non hanno nessun nesso logico, messe insieme a caso. Ma non solo, è un nome che gli americani storpiano e non sanno scrivere. Un calvario.
In Italia, intanto, ero rimasta Viola, sia sul passaporto italiano, che sulla patente che su tutto il resto. Per anni mi sono sentita di essere due persone: qui, con il doppio nome di Dan ero Marina Canale-Parola, mamma di tre figli, a casa a occuparmi della famiglia; in Italia ero Marina Viola, autrice di libri, figlia di un papà noto. Due personalità completamente diverse.
Dopo trentaquattro anni di matrimonio, ho deciso di essere soltanto una persona: Marina Viola. Ho cominciato il lungo e estenuante passaggio da un nome all’altro. Per la patente è stato facile: ho portato il nostro certificato di matrimonio e mi hanno detto ok, da adesso torni ad essere tu. Non è invece così semplice per il passaporto: il codice fiscale in America si chiama Social Security number. Io ne ho uno, ma ho due carte, uno con il mio vero nome e uno con il nome di Dan. Dunque, prima di tutto, ho dovuto capire chi fossi e ho scoperto che il mio nome americano è Canale-Parola. Ho quindi dovuto prendere appuntamento per cambiare nome all’ufficio che si occupa di crisi di identità. Dopo di ché, devo andare all’ufficio passaporti con altri documenti (passaporto italiano, certificato di matrimonio, carta d’identità e patente) e iniziare un iter che sai quando inizia ma non quando finisce. Per le banche, leggi sopra.
Insomma, ho vissuto trentaquattro anni in una realtà pirandelliana, uno, nessuno e centomila, ma adesso spero davvero di tornare ad essere Marina Viola, che, oltre ad essere mamma di tre figli, fa anche cose interessanti, come scrivere le mie storie per quattro like.



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