Dio, come mi mancano
È da giorni che non faccio che pensare ai miei genitori.
Stanotte ho sognato che tenevo mia madre sulle spalle, in una specie di zainetto per bambini. Il suo corpo era molle, come se non avesse muscoli. Un peso morto, appunto. Ma parlavamo normalmente, come se fosse tutto normalissimo. Insieme camminavamo per una città che era un po’ Milano e un po’ Brooklyn e cercavamo la casa dove avevamo vissuto anni prima con papà. Mi è sembrato un sogno lunghissimo, un’avventura. Ad un certo punto abbiamo incontrato una delle mie sorelle con cui ho litigato; poi c’era la mia amica del cuore delle superiori, Angela, che spiegava a me e a mia madre di una rivoluzione in corso per i diritti dei senzatetto. Infine, abbiamo incontrato mio cugino, a cui ho chiesto di tenermi dei sacchetti che mi portavo dietro e lui mi ha risposto che erano troppo pesanti. Non abbiamo mai trovato la casa che cercavamo e neanche la strada per tornare a casa nostra. Mi sono svegliata verso le quattro di mattina, esausta, sudata, con il testone del mio cane appoggiato sulla mia pancia.
Durante le mie giornate, sento la presenza dei miei genitori a tal punto che rispondo a voce alta a quello che immagino possano essere le loro domande. Mio padre, essendo morto quando ero ragazza, è il più curioso dei due. Gli racconto dei miei ragazzi, ormai diventati grandi, ma anche di cos’è un cellulare, un bancomat, un’email. A tutti e due racconto di come mi mancheranno adesso che sta per uscire il mio quarto libro e ci saranno due sedie vuote in prima fila.
È il primo libro in uscita scritto dopo la sua morte. È sempre stata molto fiera dei miei libri, mi diceva sempre: “Sei proprio brava!” e io mi scioglievo di felicità e anche un po’ di imbarazzo. “Hai proprio preso da tuo padre”, aggiungeva subito dopo. Lo direbbe anche per questo libro, che le ho dedicato, ne sono certa. Ma alla presentazione a Milano, non cercherò con gli occhi tra le persone per vedere dove sarà seduta, non le farò un ciao con la mano, non le manderò un bacio con il palmo.
Per scrivere un libro ci impiego più o meno un anno, soprattutto per quelli che scrivo io, in cui condivido le mie sensazioni, i miei dubbi, i miei dolori e le mie gioie. È un lavoro estenuante e introspettivo che mi lascia sempre vuota come un palloncino appena scoppiato. Poi inizia la corsa per fare presentazioni, per essere invitati a destra e a manca, sperando che piaccia e che venda. Che insegni, che riesca ad aprire gli occhi, in questa particolare istanza. Poi ci sono altri libri di altri autori da vendere, da presentare, da lanciare. La vita di un libro in libreria, sul tavolo delle novità, dura due, tre settimane al massimo.
Quando c’era mia mamma, invece, dei miei libri se ne parlava per tanto tempo: ci confrontavamo su alcuni passaggi; discutevamo su altri. E comunque fosse, se li teneva lì, sulla mensola della sala sopra la cassapanca. Li metteva in fila, di fianco a quelli di Giorgio Terruzzi e di papà. Ogni volta che li vedevo troneggiare mi commuovevo.
Questa volta sarà diverso. Dicono che il tempo aiuti a rimarginare le ferite, ma qui mi sembra che il buco che mi hanno lasciato i miei genitori diventi ogni giorno più profondo, più grande e molto più doloroso.



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