Ciao, Francesco
Gli occhiali lasciati sul libro.
La Settimana Enigmistica fresca fresca del giovedì lasciata sul tavolo della cucina.
Le scarpe vicino alla porta dall’ultima passeggiata.
Il pacchetto di sigarette quasi pieno, il portacenere e l’accendino poco più in là.
Il telecomando.
La camicia lasciata sulla sedia.
Lo spazzolino sul lavabo.
Sono queste piccole cose che restano, quando una persona vola via.
Oggetti quotidiani a cui non abbiamo mai dato peso che rimangono lì, a mezz’aria, cose che avevamo deciso di fare stasera, domani senza sapere che domani poi non viene.
Ricordo che quando morì mio padre, mia madre volle tenere il pacchetto di Merit nella tasca della giacca, quella che ho io appesa di sopra. Quando è morta lei, mi avevano fatto impressione la sua borsa e la sua giacca appese automaticamente al rientro, senza pensare che sarebbe stata l’ultima volta a essere usate.
E così immagino la casa di Francesco Guccini oggi, come se per un attimo si fosse fermato il tempo, con tutto quello che aveva lasciato in giro ancora lì, esattamente come lo aveva lasciato lui. Mi conforta pensare che purché fosse un uomo saggio, che ha cantato il mondo a generazioni di persone, era pur sempre un uomo, pensionato, con i suoi riti quotidiani e quell’odore quasi povero di roba da mangiare, come raccontava lui.
Per me Francesco Guccini è stato come una specie di zio saggio, miracolato dal destino a creare canzoni che erano storie, poesie. Uno zio che si incontra sulla panchina in piazza e si mette a parlare e mentre parla i personaggi si trasformano anche loro in persone, in nuvole, in immagini. Per me Francesco Guccini è stato un maestro di scrittura, di pensiero. Io gli ho sempre voluto bene, non mi sono mai stancata di ascoltarlo, anche se amici e fidanzati non lo sopportavano più. Lo sentivo chiaro il momento in cui era arrivato il momento di ascoltarlo, il tempo di assaporare la sua erre.
Per me Francesco Guccini era un uomo che straripava di malinconia, di quella tristezza timida, di solitudine e silenzi tipica di chi vive in montagna. Doveva mostrare forza e coraggio, denunciare l’ingiustizia, ma poi non ce la faceva ad essere solo incazzato, inciampava in parole, odori, suoni che non riuscivano a mascherare il suo cuore, sempre aperto.
Per me Francesco Guccini è un concerto che non ho mai visto, anche se è stato il mio più grande sogno, se non altro per ascoltare quel “Grazie!” urlato alla fine di ogni canzone.
Sono in lutto. Sapere che una persona straordinaria come lui non sia più su questa terra mi fa sentire sola, impaurita. Ferita.
Ciao, Francesco. Ti ho voluto molto bene.


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