Fascisti compagni



Ho ascoltato su Repubblica l’intervento di Alice De André sulla presenza di Matteo Salvini, in prima fila, al concerto annuale dedicato a suo nonno all’Agnata, quella che era casa sua. «Cosa capisce lui della musica di De André?», si chiede giustamente. E continua ricordando — ma come si può dimenticare? — che le idee dei due erano diverse anzi, che erano "diametralmente diverse è un eufemismo".

Racconta che, a un certo punto, una ragazza del pubblico si è alzata per contestare la presenza del vicepremier e che lui si è sentito indignato per tante polemiche, che ha definito fuori luogo. «Una ragazza che contesta un politico a un concerto di De André non è fuori luogo. È forse una delle cose più coerenti che siano successe durante tutta la serata».

Capisco perfettamente l’arrabbiatura di Alice. In una situazione ben diversa, ma con parecchi elementi in comune, è successo qualcosa di simile anche alla mia famiglia.

Per la ricorrenza dei 45 anni dalla morte di mio padre, il nostro amico fraterno Giorgio Terruzzi stava organizzando una serata in suo ricordo al teatro Franco Parenti di Milano. Erano in tanti a voler bene a mio papà e che avevano piavcere di raccontare alcuni aneddoti. C’erano Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Paolo Jannacci, Cochi Ponzoni, per dirne solo alcuni. La serata era stata organizzata rispettando i canoni del cabaret milanese degli anni Settanta, l’ambiente in cui bazzicava mio padre.

Il giorno prima della serata, Giorgio ci telefona affannato.

«Daniela Santanchè chiede di avere due biglietti, uno per lei e uno per Ignazio Benito Maria La Russa. Cosa facciamo?».

In coro, le mie sorelle e io abbiamo detto: no, grazie.

I posti erano già tutti prenotati, anche se non era quello il punto. Il punto era che un fascista dichiarato e fiero di esserlo non aveva nulla a che fare con il mondo di mio padre.

Pare che mio padre e il resto della band lo facessero molto ridere.

Panico.

Si è perfino pensato di disdire tutto pur di non dover fare una telefonata scomoda a Daniela e dirle di non venire. Alla fine abbiamo mandato un messaggino. Ci erano rimasti male, ma poi se la sono fatta passare entrambi. La serata, invece, è andata benissimo, un successone. Ma se fossero venuti, sono certa che qualcuno avrebbe fatto come la ragazza al concerto per De André. E sarebbe stato ancora più imbarazzante.

Ma cos’è tutto questo amore per gli artisti di sinistra da parte dei fascisti? La risposta sorge spontanea: la destra non ha riferimenti culturali che scrivono belle canzoni o pezzi divertenti per il cabaret.

Certo.

Ma ci saranno delle scelte.

Me ne vengono in mente due: Al Bano, Pupo, che fanno i loro concerti in Russia. Ma ci sono anche Pino Insegno, Ezio Greggio, Enrico Montesano...

Capisco, non sono De André. E forse non sono nemmeno Cochi e Renato. Ma si raccoglie quel che si semina.

Io me lo immagino, Matteo, mentre canta Bocca di Rosa e si eccita un po’, trascurando il vero significato della canzone: l’ipocrisia della società e, soprattutto, la libertà di una donna di scegliere di fare l’amore con chi vuole. Perché altrimenti avrebbe delle idee ben diverse da quelle di destra: il testo mi sembra lontano dal concetto di patriarcato, casa, chiesa e famiglia che tanto piace al nostro vice premier.

Oppure mi imagino Ignazio Benito Maria La Russa mentre guarda Il Poeta e il Contadino: da una parte i ricchi snob, dall’altra i poveri con il sacchetto di plastica sempre in mano. Non è una chiara denuncia della divisione sociale?

Certo, Cochi, Renato e compagnia bella la mettevano tutta sul ridere. Perché erano dei geni.

E allora rubo una delle battute più belle di mio padre per descrivere senza mezzi termini cosa pensasse di quelli come loro:

«È uno che per sembrare un genio dovrebbe essere completamente diverso».

I fascisti sinistroidi.

Questa ci mancava.

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