aeroporto




Io, di madre vedova (modestamente), seconda di quattro, se volevo andare in America a trovare il moroso, dovevo andare a lavorare e guadagnare abbastanza. Ho fatto di tutto: babysitteraggi venerdi' e sabato sera; telefonate al call center, silenziosi pomeriggi all'ufficio del lavoro, a mandare avvisi di non so cosa a liste e liste di gente. Venduto profumi taroccati. Di tutto. Per un moroso, Dan, bellissimo ma assolutamente assente: mai una telefonata, mai una lettera...andavo io nella cabina di via Battistotti Sassi, con le mie monete, a chiamare una volta ogni tanto, che il cuore cominciava a battermi gia' in ascensore. Quando prendo il tunnel da Cambridge per andare all'aeroporto, mi viene sempre in mente quando io e Dan eravamo morosi, e lui doveva portarmi all'aeroporto che la vacanza era finita.

Per risparmiare sul biglietto, chiamavo la mia amica Rossella Ferrari Bravo, che lavorava in agenzia viaggi, e la sua creativita' mi portava a partire per Boston dalla Stazione centrale, andare nel centro della Germania, da li' prendere un altro treno fino a non so dove, dove c'era un aereo per Reikiavick, dopo un paio di notti li' un aereo per NYC e finalmente, quattro giorni dopo, arrivavo da Dan. Che mi aspettava all'uscita con un mazzo di fiori disgraziati. Io cominciavo a mettermi il rossetto a Reikiavick, che non si sa mai. Poi, matematico, le mie valigie finivano in Corea, in Zambia, in Nuova Zelanda e allora per altri sei giorni viaggiavo con stessi vestiti, calze comprese.

Impressionante che dopo vent'anni, dopo tre figli, dopo tutto, non mi sia ancora abituata a questo viaggio. Portare qualcuno all'aeroporto significa ancora affrontare la pesantezza del cuore quando, con la macchina vuota e la coda fra le gambe, ritorno a casa. Il saluto impacciato, li' su quel marciapiede che se ti vede il vigile ti rompe anche i coglioni. E tu sei li' con un grumo dentro la gola che soffoca, quel grumo che arriva ogni volta, senza tregua. Quell'abbraccio lungo, con gli occhi chiusi, stretto, come per rubare un'altra emozione, un ultimo momento di tenerezza. Poi l'ultima battuta del cazzo, per alleggerire il momento teso, gonfio di dolore.

Non guardo mai indietro, quando chiudo la portiera. Mi metto in macchina e vado. Spengo la musica, tocco il sedile ancora caldo e affronto la solitudine e la nostalgia da sola, ancora una volta. E penso che la mia decisione di venire in America ha avuto un enorme impatto su tutti, non solo su di me. Anche le sorelle, la mamma, gli amici hanno dovuto imparare a vivere con la mia assenza, con il magone al momento di dirsi ciao, grazie, ci vediamo l'anno prossimo. Coi grumi di dolore sulla poltrona dell'aereo.

Si perche', per esempio, io e Anna siamo identiche. Cioe', non proprio. Ma veniamo senz'altro dallo stesso ceppo: ci assomigliamo fisicamente, abbiamo anche la stessa voce; abbiamo lo stesso senso dell'umorismo, e anche in molte cose lo stesso modo di vedere il mondo, e riderci su. Siamo sempre state particolarmente unite. Poi trac. Io qua, lei la' e basta. Lei ha figli, io ho figli che si conoscono a malapena, e che non condividono neanche la lingua, figuriamoci la cultura, il senso della vita. Non possono neanche raccontarsi una barzelletta, condividere un segreto. Si vedono una volta ogni tre o quattro anni se va bene.

Anche con Renata e Serena il legame e' ovviamente fortissimo, primordiale. Eppure, anche con loro, trac, via. A creare un mondo mio, incondivisibile, straniero, estraneo, agli antipodi. Loro sono sole, ma almeno insieme. Io sono sola da sola, senza una Viola in tutto il continente americano. Mi faccio pena, mi fanno pena loro, con il nostro dolore con cui abbiamo dovuto condividere da anni.
Non mi ci abituero' mai alla partenza di una sorella o della mamma.

Mai.

3 commenti:

  1. gli aeroporti sono brutti, pieni di aerei, e dovrebbero avere solo il gate degli arrivi

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  2. Pensieri sparsi dalla norvegia

    Quella fila orribile che porta lentamente alla barriera con il metal detector che vai e torni.

    Oggi Julian neanche si ricodava come dire al nonno che ha fatto il suo primo goal in italiano

    moglie e buoi dei paesi tuoi, mica i detti li hanno fatti a caso

    qui mi mangiano i tortellini come contorno e mi mettono il grana sulla bistecca

    manco sanno del ramo del lago di Como

    Per fortuna c'è Skype va.
    Nancy

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  3. quante cose potrei dirti Marina...
    ma dirò una sola: grazie.
    è stupendo leggerti.
    che bello che ti sei messa a fare sto blog.
    ti sento TANTO VICINA!
    bacio tesoro
    Monica

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