paure e insicurezze



Poi invece penso: ma è questa la mia dimensione? tirar su calze sporche, fare la spesa, occuparmi solo ed esclusivamente degli altri e mai arricchirmi io? Ci saranno pure altri modi per passare la vita, modi interessanti, che ci scaldano l'anima. Lo so, la palestra è importante, e se proprio vogliamo metterla giù da femminista (che sono) dico anche che l'immagine di donna è di persona curata, in forma, senza ciridella.

E poi mi dico: non è neanche giusto da un punto educativo mettere i figli, la famiglia, al centro del mondo. È come dire che i figli valgono più di me. È come dire che il sacrificio è quello che loro, le mie figlie, dovranno affrontare da grandi. Che anche se sei brava, bravissima a scuola, anche se  ti laurei con la lode, anche se organizzazioni importanti ti danno borse di studi per incoraggiarti, continuare, poi in fondo è più importante il frutto del tuo utero.
Io non ci credo. Io non credo che essere una brava mamma, un bravo genitore voglia dire annientarsi, sacrificarsi. Anche perché se è una roba che non si sente dentro veramente, una roba che ci si sforza a fare, poi alla fine vien fuori come un senso di rabbia, di astio nei confronti dei figli, che loro non hanno mai chiesto di sacrificarti.

Insomma, come ho imparato nelle aule squallide del Brooklyn College, quando mi facevano studiare i limiti che la società ci impone, derivati da vecchie tradizioni agrarie, in cui la mamma era quella che stava a casa ad accudire la prole, e che il papà era quello che lavorava nei campi, è importante tenere a mente che l'idea del sacrificio non è altro che un residuo antico, che adesso non vale più. Non c'è niente che dimostra che avere una mamma a casa, a sacrificare la propria carriera, i propri anni migliori, sia di beneficio per i figli. Il contrario, invece, è vero: una donna che lavora, che ha una carriera, insegna valori importanti per il futuro, per una vita equilibrata.

Io ho sempre combattuto lo schema della famiglia tradizionale, con il papà che lavora e la mamma che, gioisa, si occupa della casa e dei figli. Non sono neanche cresciuta in un ambiente così. Anzi: mia madre era una di quelle che andava in giro per le piazze di Milano a urlare che l'utero è mio e me lo gestisco io (sante parole).

Poi forse, mi dico, la mia situazione è un po' particolare: madre di figlio handicappato,  straniera senza nessun aiuto dei nonni. Inoltre, forse in realtà non ho mai veramente deciso cosa fare. Oppure la verità sta nel fatto che la cultura americana, diversamente da quella italiana, mette i figli al centro della famiglia; fatto sta che mi ritrovo qui, a quarantun anni, al bivio.

Non aiuta poi il fatto che il mio lavorare diventa moralmente accettabile solo nel momento in cui la situazione finanziaria comincia ahimè, a cedere. Dov'è dunque il discorso di arricchimento personale, di trovarsi in una dimensione solo mia, del mio lavoro, che niente ha a che fare con la mia dimensione casalinga. Adesso non è più neanche una questione di  scelta. Adesso è così, per cui è ora di cambiare. E alla svelta.

E non posso negare anche il fatto che confrontarmi con il mondo esterno mi faccia paura. È un mondo che ancora non conosce la mia esistenza, che richiede capacità che io non ho sviluppato in tutti questi anni, stando a casa, appunto. E poi cosa vuol dire abbandonare la nave: cosa ne sarà del bucato, della spesa, dei cani da portar fuori, delle discussioni con le varie terapiste, dei momenti in cui, coccolata con Emma, leggo la Pimpa. Dei momenti ad aspettare l'arrivo di Sofia per sentire, fresche fresche, le ultime novità della scuola. Del tepore di casa, che per anni mi ha accudito, mi ha tenuta calda e protetta. Dei momenti di Luca, che arriva a casa da scuola con un sorriso bello, sincero.

Adesso è arrivato il momento di crearmi una nuova identità: quella della donna che malgrado i figli va fuori e produce, partecipa, guadagna. Mi sento impacciata, come un primo giorno di scuola, come un esame di maturità quando sai di non aver approfondito i dettagli.

Eppure non vedo l'ora di avere altri cazzi per la testa. Non vedo l'ora di riuscire a minimizzare ogni roba che succede a casa, di metterla su un piano mio.

Lo fan tutti, ce la farò anch'io. Ciridella o no.

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