Luca e il computer



Roba dell'altro mondo: Luca conosce tutte le lettere che ci sono sulla tastiera del computer. 'Schiaccia la ci', e lui col suo dito incerto, teso come quello di ET, cerca la ci e piano piano posa il dito e tac, schiaccia la ci. 'Bravo! Schiaccia la elle', stesso risultato. Poi mi guarda e ride. Mi abbraccia.
Oso. 'Luca, scrivi il tuo nome". "elle, u, ci, a', dice sottovoce mentre cerca i tasti. Come elle u ci a, penso io? Ma non doveva essere gravemente ritardato mentale e non in grado di imparare niente? Elle u ci a così, come se gli avessi chiesto una cosa ovvia?

Il cuore mi sobbalza, e si riempie di una gioia incubata ormai da anni, quasi rassegnata a stare da parte. Non ci posso credere. Lui, invece, ride. E mi abbraccia.

A questo punto le possibiltà sono quasi infinite. Cioè, se capisce che le parole sono una successione di lettere, e le frasi una successione di parole, e che è così che si comunica, forse posso scoprire qual è il suo colore preferito, quando è triste, quando ha voglia di coccole. Forse posso sbirciare nel suo mondo. Forse può imparare, condivdere. Comunicare.

Non so perchè, ma una parte di me non ci crede fino in fondo. Faccio fatica a pensare che Luca abbia imparato da solo a fare una cosa del genere. So che a scuola avevano provato a insegnargli a battere a macchina il suo nome. E che lui aveva anche fatto abbstanza bene. Ma poi hanno mollato il colpo, si sono messi a fare altro, per cui io ho pensato che forse avessero capito che Luca non ci sarebbe arrivato a formulare un pensiero e a scriverlo. È difficile, in realtà, convincersi che una persona come Luca, che non ha nessun atteggiamento 'normale', abbia invece delle capacità mentali inaspettate.

Eppure, più studio questi fenomeni, più mi accorgo che è proprio così: le persone autistiche non si sviluppano come noi, in modo graduale: loro sono come un elettrocardiogramma: un pò su e un pò giù: non sanno lavarsi i denti, ma ciò non vuol dire che non sanno fare calcoli complessi; non sono in grado di allacciarsi le scarpe, ma se gli dai un puzzle di mille pezzi, tutti neri, lo sanno fare a occhi chiusi. Voglio dire, il loro cervello non funziona come il nostro. Non possiamo confrontare il loro sviluppo col nostro.

Anche perchè la loro visione del mondo è completamente diversa dalla nostra: è come se avessero dodici occhi, seicento nasi, quattrordici lingue: i loro sensi sono molto più spiccati dei nostri, e sono molto più usati. Solo questo fatto fa si che le persone autistiche siano sempre distratte da quello che le circonda, e che sia difficile per loro focalizzare la loro attenzione su una cosa soltanto: in un bar pieno di gente, per esempio, loro sono in grado di seguire sedici diverse conversazioni, e dunque non essere in gardo di capire quale conversazione seguire con più attenzione.

Dunque è difficilissimo per loro imparare. Se non fosse che un'altra caratteristica dominante delle persome autistiche sia la loro capacità di concentrarsi in modo ossessivo su una cosa: per Luca questa cosa è il computer, e più specificamente Youtube. E ancora più specificamente, il tredicesimo secondo della versione di Fly me to the Moon suonata a Las Vegas mentre una fontana sprizza acqua a suon di musica.

Ma in generale, Luca è un genio per quanto riguarda Youtube. A casa di mia madre, a Milano, per esempio, c'è un gioco con una papera, un cane e un gatto che quando li schiacchi cantano una canzoncina odiosa. È il gioco preferito di Luca, che però, appunto è a Milano, seimila miglia da qui, per cui lo ci ha giocato otto volte in vita sua. L'ha trovato su Youtube. Ha trovato un video con una persona adulta che mostra il gioco, facendo suonare la canzoncina. Luca l'ha trovato iniziando la sua ricerca su Youtube da Fly Me to the Moon. Non solo, non è una coincidenza, perchè lui ci arriva ogni volta che vuole: ha memorizzato i passaggi per arrivarci.

Una volta io mi sono messa davanto a Youtube e ho detto: adesso ci provo io.Non ce l'ho fatta. Sfido voi a provarci. Il problema è che noi non siamo ossessionati da quel gioco lì, che per noi averlo o non averlo non ha molta importanza. Invece, per Luca è diverso.

La mia mente va a questo punto a mano libera: adesso quando troviamo un modo di comunicare, di parlarci veramente, cosa mi dirà? E se mi dice che ho sbagliato tutto? Se mi dice che io e Dan avremmo dovuto fare così e cosà? E se mi dice che è triste? Se mi dice che è solo, io cosa faccio? E io cosa gli chiedo? Qual'è la cosa che voglio sapere più di tutte: se potessi davvero parlare di lui, cosa vorrei sapere?

Sono già troppo avanti. È un andare avanti pericolosissimo, pieno di probabili delusioni. È anche un andare avanti che espone al mondo intero la mia agonia lunga quattordici anni per non poter conosce mio figlio, vederlo intrappolato in questa gabbia autistica e non poterlo avvicinare. La chiave della gabbia chissà dove sia, non so neanche se ce l'ho io o ce l'ha lui. Non so neanche se c'è.

Cerco disperatamente di non illudermi troppo. Cerco di ricordare che Luca, anche così, senza poter comunicare in modo sofisticato, è una persona splendida e solare. Cerco di ricordare quello che anni fa mi aveva detto Dan, che Luca è Luca, e noi lo amiamo per quello che è, senza limiti, senza sperare che sia qualcosa che non è.

Però stasera vado in camera sua, e mi siedo di fianco a lui. Gli chiedo di scrivere Luca, o mamma, o qualsiasi cosa.

E, sotto il tavolo, incrocio le dita. Tutte e dieci che non si sa mai.



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