Ciccacicca



La mamma è stata operata ieri. Sei ore di cranio aperto e loro dentro a ravanare con i loro strumenti. Come in un uovo di Pasqua, hanno trovato una sorpresa, una sorpresona di cinque centimetri, che hanno preso e scartato. Poi hanno rimesso il pezzo di cranio al suo posto l'hanno mandata in una stanza di cura intensiva.

Ecco. Fatta. Il meningioma adesso è fuori di lei. Fuori dalla nostra vita di tutte noi cinque.

Credevo peggio. Per me, dico. Credevo di andare più nel pallone. Mi sono svegliata alle quattro emmezza del mattino, le sue dieciemmezza, e cercavo di immaginarmela con la testa aperta. Seduta? Coricata? Con la  faccia verso una finestra? Una porta? Ma i dottori tra di loro parleranno durante l'operazione? Si racconteranno del finesettimana tra un 'bisturi!', e un 'cotone!'. Ma non avevo l'ansia, ero solo curiosa.

La mamma l'avevo sentita la sera prima, e mi sembrava tranquilla, rassegnata ma anche convinta. Era con Renata, Anna e Milena, che hanno ovviamente mollato tutto e preso una stanza d'albergo a cento metri dall'ospedale. La loro calma, di tutte e quattro, aveva calmato anche me. Aveva rassegnato anche me.

Dopo vent'anni di rapporti strettamente telefonici, sono diventata un'esperta di voci: capisco quando c'è solo un'ombra di tensione, di tristezza, di felicità. Sento se la mamma è stanca, è a casa con qualcuno, è in tram o in macchina. E la sera prima dell'operazione la sua voce sembrava buona.

Per cui alle quattro emmezza, coricata nel buio vicino a Emma, la mia bimba di tre anni che quando dorme sembra anche lei quasi brava, e Lola, il mio Boxer di due anni che senza di me non riesce a dormire bene. Alzo la testa, vedo Dan, che dorme anche lui e dico, sottovoce 'stanno operando la mamma'. Lui si gira verso di me, mi sfiora e dice,' stavo pensando alla stessa cosa'.

Aspetto paziente le sette per chiamare Renata. Adesso l'ansia è decisamente più tangibile. Cresce, fa sobbalzare il cuore un pó più forte, innietta un tremolio leggero eppure inconfondibile alle dita, che freneticamente fanno il numero.

'Tutto bene, anzi meglio del previsto. Abbiamo appena parlato con Marco (il neurochirurgo che è anche un amico) e dice che il meningioma è stato facile da staccare. Tra un pó possiamo andare a vederla'.

Fatta. Fatto.

Ho provato tante cose tutte insieme. La prima, ovviamente, era l'euforia per aver finalmente calvalcato anche questo sentiro pauroso e di essere arrivata già a buon punto senza troppo dolore. Poi un forte senso di distanza, di voler essere li con lei, con loro. le mie donne preferite al mondo. Loro che mi vogliono a tutti i costi far sentire insieme e che mi chiamano ogni mezz'ora, anche senza novià, per accertarsi che io sia tranquilla: ' Stai tranquilla che la mamma sta bene', ripete con dolcezza.

Renata. Poi mi passa Milena, anche lei mi ricorda di stare tranquilla.

Ho sentito un panico nuovo, nuovissimo. Il panico di avere la mamma a seimila chilometri di distanza, in una stanza di rianimazione di un ospedale di Brescia, con cranio tutto rotto. Un panico egoista: e se io non ce la faccio ad aiutarla? E se non sono all'altezza? E se le succede qualcosa? E se non è finita qui? E se invece si scopre qualocsa di peggio?

Mi sono alzata e sono andata in cucina. Ho lasciato che questo cocktail di sentimenti facesse il suo lavoro dentro di me senza trovare troppa resistenza. Li ho lasciati parlare tra di loro, questi miei pensieri strani, lasciarli arrivare a un loro compromesso.

Io, intanto, mi faccio un caffé.

Poi tanto tra quattro giorni ci sono anch'io, a Brescia, dalla mia mamma.

Ciccacicca.

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