Emma, Luca e la metropolitana



Di solito il finesettimana andiamo a Becket. Tre anni fa abbiamo comprato una casetta, tutta di legno, nel mezzo di una foresta bellissima, tra cinque laghi. È a circa due ore da Cambridge, dove abitiamo. C'è una stufa a legna, la tappezzeria verde che circonda la sala stile è anni Cinquanta, e il resto è legno, parquet e silenzio. Io e Dan il venerdì, quando arriviamo, portiamo a letto i bimbi già mezzi addormentati dal viaggio, sistemiamo le provviste nel frigorifero, ci apriamo una bottiglia di vino e ci sediamo davanti al fuoco a chiacchierare. Dan ha appeso delle lucine tutte intorno alla parte, di quelle che si mettono sull'albero di Natale. Spegnamo tutte le altre luci, e parliamo, un pò sottovoce, per non svegliare nessuno. La nostra casetta di Becket rappresenta affetto, confidenze, momenti intimi e familiari tra me e Dan, ma anche momenti importanti coi bimbi.

Questo finesettimana, però, abbiamo (ho) deciso di rimanere a Cambridge: Emma, anni quattro, ha iniziato un corso di yoga al suo asilo. Ogni venerdì dalle 5 e mezza prende il suo bel tappetino blu dall'armadio quello vicino alla porta di servizio, e si concentra: cerca di copiare le posizioni che la maestra propone, maestra che con una pazienza quasi infinita, spiega e rispiega. Ricorda ai suoi quattro studenti di respirare e di rilassarsi. A me fa molto ridere, ma Emma ne va ovviamente molto fiera, ed è anche quasi brava.

Di solito quindi alle sei e mezza andiamo a prenderla tutti, cani compresi, ci fermiamo a mangiare una pizza da qualche parte, prima di partire.. Prima di andare a prenderla, di solito corro a far la spesa, organizzo tutte le cose da portare per Luca, finisco i bucati che devo finire, cambio la sabbietta del gatto che rimane a casa da solo, porto fuori i cani che poi stanno in macchina due ore più il tempo della pizza. Insomma, questo venerdì, non ne ho avuta voglia. Considerato anche che ha nevicato tantissimo, e quindi chissà che casino c'è a Becket.

Non siamo abituati a stare qui, non abbiamo un ritmo, una routine su cui appoggiarci per scandire le giornate. Difficile anche uscire, vista la neve, il ghiaccio e il freddo. Malgrado tutto questo sono riuscita a convincere Dan di venire con me, Emma e Luca dall'ottico, a cambiare gli occhiali di Luca, spezzati in due, mentre ballava ascoltando una canzone bluegrass col suo IPod. Transit.
Prima di uscire dobbiamo portare Luca in bagno, che il freddo gli fa fare la pipì nei pantaloni; dobbiamo aiutarlo a mettersi le calze, mentre le scarpe gliele mettiamo e gliele allacciamo noi. Il discorso calze vale anche per Emma, che insiste a uscire con gli stivali, ma a piedi nudi. Ma la parte più difficile è convincere Luca ad abbandonare il suo computer e la sua stanza calduccia e creata proprio per assicurargli la massima comodità, e camminare per una ventina di minuti fino a Central square, dove c'è George, che lavora nel negozio degli occhiali, e che ormai ci conosce come se fossimo cugini di secondo grado.

Per Luca uscire significa andare al negozio in fondo alla nostra via e comprarsi, da solo, una bottiglietta di latte al cioccolato, scolarsela in tre secondi, e tornare a casa. Mentre io e lui cerchiamo di arrivare a un compromesso riguardo le cuffie da portare in giro (come sempre vuole quelle enormi che poi non ci stanno nel cappello), lui ha già detto quattro volte chocolate milk. Chocolate milk sia se io vinco sulle cuffie. Fatto, fatta. Si mette la giacca, che è ancora quella dell'anno scorso, con la cerniera che non funziona, il cappello che ho messo a lavare e adesso è tutto striminzito, e mezz'ora e bella che passata da quando abbiamo cominciato a prepararci. Ma almeno siamo fuori.

Si fionda nel negozietto . 'Hi Luca!', dice il commesso pachistano che mi chiede sempre di lui. Luca ovviamente non risponde, e deciso va verso l'angolo in fondo a sinistra dove c'è il suo chocolate milk. Da lì attraversa il negozio per andare a prendersi una cannuccia sul tavolino vicino alla finestra, e infine si avvia verso la cassa. Dà i suoi due dollari, aspetta il cent di resto, per metterlo nel piattino delle mance. Esce. E si fionda verso casa. Perchè lui ha finito, thank you very much. Promettendogli il mondo, che per lui è una canzone che ogni volta che gliela canto impazzisce dal ridere, lo convinco ad attraversare la strada e incamminarsi verso il negozio.

Lento. Luca cammina lentissimo, perchè gioca con il filo delle cuffie: facendo un movimento quasi impercettibile col polso fa girare  l'Ipod, cosicché il filo si attorciglia attorno al suo dito indice, ormai quasi blu dal freddo. Emma invece è avanti. Lei parla da sola, canticchia, si ferma a giocare con la neve, ormai nera.
Emma l'ho convinta a venire perchè le ho promesso che io e lei saremmo andate a Boston in metropolitana. Per lei la metropolitana è come andare al Luna park. Le piace infilare la tessera  nella bocca della macchinetta, che fa aprire come per magia il cancelletto che la fa passare. Le piace aspettare il treno seduta su una di quello panchine ricoperte di piastrelle colorate, che ancora non ci arriva coi piedi e devo prenderla in braccio per aiutarla a sedersi. Le piace quando arriva il treno, con quel rumore che fa sempre un pò paura. Lei vuol salire sulla metropolitana da sola, sedersi, far finta di non conoscerci. Poi quando si passa sul fiume Charles, che il treno esce dal tunnel, lei lì impazzisce.

Lentamente arriviamo, bagnati e freddi, dall'ottico 'Hey Luca! What's up?', dice George. Luca ovviamente non risponde. Noto subito che George ha cambiato montatura. I capelli, un pò più lunghi del mese scorso, quando siamo venuti per gli occhiali che adesso sono rotti, sono raccolti a coda di cavallo, cosicché le basette risaltano meglio.

Luca sa benissimo cosa fare: si siede, con calma, sulla poltroncina di fronte a quella di George, e facendo sempre girare il suo Ipod, aspetta. Fortunatamente la montatura distrutta è ancora in garanzia, per cui il nuovo paio, annuncia George, è gratis. Chiacchierando di musica, come sempre, scalda con la sua macchinetta le stanghette così che può piegarle al punto giusto per Luca. Poi gli chiede di provarli. Luca obbedisce. Per un attimo smette di giocare con il filo delle cuffie, alza la testa, si guarda in giro per capire dov’è. Ci sembra soddisfatto, a me e a George. Luca sfarfuglia un thank you, Salutiamo. "I'll see you very soon!', dico per farlo ridere. Sempre la stessa battuta, sempre la stessa risata. Una brava persona, George.

Siamo in strada. Provo per l'ultima volta a convincere Dan e Luca a venire con noi. Giuro, aggiungo, che prendiamo la metropolitana, facciamo le tre fermate per arrivare oltre il fiume, e poi torniamo indietro. Dan, che non mi resiste, dice ok, andiamo. Luca, ignaro del programma, segue. Le scale per scendere in metropolitana vengono affrontate con la tipica calma e cauzione di Luca, che ha sempre paura di cadere. One, two, one two, gli dico per aiutarlo a concentrarsi. Eccoci, siamo giù; Emma infila la tessera, si apre la porticina che ci fa passare e andiamo a sederci sulle panche piastrellate mentre aspettiamo.

Emma è felicissima, col suo cappellino rosa, i suoi guanti, rosa, i suoi pantaloni, rosa, i suoi stivali e giacca, rosa anche quelli. Luca le accarezza la testa e sorride anche lui. Bene, penso, dai che va bene, dai che magari anche Dan poi è contento di essere venuto. Invece mi giro verso di lui. Capisco lontano un miglio che avrebbe invece voluto essere a casa, anzi a Becket, davanti alla stufa. Poi dice di avere un pò di nausea, di non star bene. Gli do un bacio, come dire, dai che siamo qui tutti, guarda che belli i bimbi. Sorride anche lui, mentre arriva la metropolitana. Emma scatta, Luca no, ma piano si alza. Dan gli prende la mano ancora violacea dal freddo e aspettiamo che tutti escano prima di entrare e sederci. Emma e Luca da una parte, io e Dan di fronte. Luca si guarda intorno, e Emma continua a far domande sempre un pò urlando dalla gioia.

La ragazza seduta vicino a Luca tira fuori il suo Ipod. Luca si fionda su di lei, ma non glielo prende di mano: si appoggia a lei e la guarda maneggiare il suo Ipod con destrezza. Io e Dan, pronti a scattare, lo lasciamo invece fare. Lei nota Luca per un momento, ma poi, presa nel cercare la canzone che vuole ascoltare, si volta.

Invece di tre, facciamo quattro fermate. Scendiamo a Park Street, nel cuore della città. Dan è contento di tornare indietro, Luca fa girare ignaro il suo Ipod. Emma dice, andiamo a fare una passeggiata. Io non oso neanche chiedere a Dan se vuol venire: lui allunga la mano per la tessera della metropolitana, e, senza dire niente, ringrazia. Li bacio, i miei due maschi lenti, prendo la manina di Emma nascosta nel suo guanto rosa, e insieme ci incamminiamo verso Chinatown, a comprare una scemenzina per lei e un pò di té di quello buono in quel negozio d'angolo che vende tutti, dai budda ai coltellacci.
Sofia è rimasta a casa, dalle vicine, a giocare allo Wii.

2 commenti:

  1. Love this! You make me feel I am there. Sorry I cannot write in Italian, but I understand everything. And you can make things become real. Tanti abbracci!

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  2. Sono fermo in mezzo a Paolo Sarpi, ti leggo e con le cuffie ascolto Paolo Fresu, ti leggo e mi commuovo un po'. Saluta Dan. Baci d

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