IQ, scale e liberazione



È successo mentre ero seduta intorno al tavolo rotondo, quello grande nella stamza delle riunioni della scuola di Luca. Eravamo in sei: io e Dan, la maestra di Luca, il suo capo e due signore del Distretto scolastico di Cambridge. Ci siamo incontrati tutti e sei per discutere i risultati dei test a cui terapisti e psicologi avevano sottoposto Luca durante le settimane precedenti.

Ci si incontra ogni anno per discutere i progressi e gli obbiettivi da raggiungere durante l’anno scolastico, ma questa volta è un pò diverso. Questa è anche la volta di altre persone, che non conoscono Luca, lo osservano, gli fanno fare cose che lui non sa fare, proprio come le scimmie allo zoo, e compilano fogli e fogli di crocette, numeri, appunti.

Ogni tre anni ci sediamo intorno al tavolo rotondo, quello grande nella stanza delle riunioni della scuola di Luca, e io so che verrò abbattuta tipo birilli al luna park: sono numeri, diagnosi, osservazioni che non voglio sentire. Mi sta sul cazzo la loro espressione di pietà, quella che si fa con la testa un pó piegata di lato, con la bocca che cerca di sorridere e gli occhi che mi puntano. La fanno sempre. A me viene sempre da dire, cos’hai, il torcicollo, stronza? Tira su quella testa e vai a cagare. Alla fine delle due ore, di solito, aspetto che tutti escano dalla stanza prima di alzarmi io, e andare a vomitare in bagno.

Per cui lunedì, quando ero seduta lì, cercavo di dirmi poi tanto passa. Poi stasera vado in camera di Luca, me lo coccolo sotto le coperte, che lui mi fa sentire bene. Dan mi stringe la mano, come dire dai, su. Ha iniziato la riunione Ben, il capo della maestra, e a poco a poco mi si scioglieva la paura e l’orrore. Parlavano tutti e due di progressi, di cose belle, del loro affetto per Luca, delle loro aspettative, sempre più alte. Insomma, mi sentivo meglio. Poi una alla volta sono anche entrate nella stanza la terapista del linguaggio, la fisioterapista e quella della terapia occupazionale. Progressi, anche lì, tanti sorrisi, tante soddisfazioni.

Stanno cercando di insegnargli a non toccare sempre i suoi compagni e volere un abbraccio: non è appropriato, e se va al ristorante e abbraccia il cameriere? Gli stanno insegnando a allacciarsi la giacca da solo, a leggere, a battere a macchina. Se gli prometti i suoi crackers preferiti, riesce anche a tirare fuori dallo zainetto la sua schiscetta piena di pasta.

La fisioterapista annuncia senza riuscire a nascondere la sua fierezza, che, dopo due anni, Luca riesce finalmente a scendere le scale alternando i piedi: destro, sinistro, destro sinistro, almeno il 90% delle volte. La terapista occupazionale dice di aver rinunciato a insegnargli a scrivere, perchè non ce n’è, ma che adesso sì che tiene la forchetta bene quando mangia, e i denti se li lava quasi da solo. Sono questi I miglioramenti. Nessuno ovviamente sottolinea il fatto che Luca ha quattordici anni, e che un quattordicenne normale si è già fatto le canne.

Io e la terapista che viene a casa avevamo preparato un video di Luca in camera sua che legge le parole che gli chiede di leggere. Bravo! Io mi sento fiera. Il video finisce col suono del cracker nella bocca di Luca che fa crac crac.
Le due donne del distretto ascoltano, e sembrano anche loro contente di sentire dei miglioramenti. Una di loro, Fergie, è lì per decidere se continuare tutta questa terapia o se tagliare. Il distretto paga sia la scuola di Luca (privata e carissima) che le terapiste a casa (private e carissime). Potrebbe dire che adesso la pacchia è finita, che si chiude baracca e burattini e Luca deve andare alla scuola comunale, quella che non sa neanche come scriverla, la parola autismo. Per lui sarebbe un disastro, e per noi anche.

L’altra è la psicologa. Io non l’avevo mai conosciuta. Sembra un’adolescente. Cosa ne sai tu di queste robe, mi dico. Adesso tocca lei. Mi guarda e la testa piano piano si inclina da una parte, e i capelli lunghi toccano il braccio appoggiato al tavolo. Eccoci, mi dico. Mi sono presa il sorriso e me lo sono messo in tasca, che poi magari serve dopo. Dice di avere osservato Luca per due giorni interagire con I suoi (quattro) compagni e le sue (tre) maestre, e che è rimasta colpita dall’affetto per Luca. Mi dico, ecco adesso sottolinea le cose positive, e più fa così, più brutale sarà il pugno in faccia.

‘Avete ricevuto I risultati dei miei test?’ No, dico con un filo di voce. La mano trema mentre me li passa. È l’esame del quoziente intellettivo, ed è lì, nero su bianco, messo giù bene che così è più chiaro da leggere: extremely low, extremely low e extremely low. Mi viene in mente la mia professoressa di matematica delle medie, tale Silvana Butta, che mi dava dei voti ridicoli, tipo quasi scarso. Cazzo vuol dire quasi scarso? Che forse se mi impegno arrivo allo scarso al cento per cento?

Extremely low. 40 o meno. Sono solo numeri, dice. Non so se direbbe la stessa cosa se il numero fosse di tre cifre, ma transit. Vorrei dire qualcosa ma la voce non esce, e la bottiglietta d’acqua è troppo lontana. Sento arrivare il sapore del toast della colazione alla gola.

Silenzio. In quel silenzio mi sono vergognata di essere stata così fiera, due minuti prima, ascoltando tutti I miglioramenti, far vedere anche il video. Invece lei mi dice che mio figlio è completamente deficiente, super ritardato mentale, che non ce n’è. Mi dice, cazzo sei contenta che è scemo. Guarda I numeri.
‘ Per un genitore, sono numeri orrendi, fanno male’, dice Dan. Oddio, penso, adesso se crolla lui io cosa faccio? Prende la parola Ben: dobbiamo contiuare a concentrarci sui progressi e lasciar da parte queste valutazioni che certamente non stanno intralciando niente: sa anche scendere le scale!

In questo preciso momento, dicevo, è successo. Mentre ero seduta intorno al tavolo rotondo, quello grande nella stanza delle riunioni della scuola di Luca, e il mio cuore batteva solo perchè non sono riuscita a fermarlo, ho aperto la bocca, e ho parlato. Ho spiegato, quasi con rabbia, che ci sono al mondo due categorie di persone: quelle con handicap, e quelli senza. Punto. Il muro che li divide non si può assolutamente abbattere: se sei handicappato di qua, se sei solo stronzo come la psicologa adolescente, allora vai di là.

Io, madre di figlio che sta di qua del muro, io ne ho sentite di mamme come me, raccontare con fierezza come I loro figli abbiano cominciato a scrivere, a leggere, a fare cose quasi normali, come dire che loro si che sono più fortunate di me. E invece sbagliano. Perchè Luca, nel suo mondo extremely low, lui ha trovato la felicità. Lui, che è troppo low per potersi confrontare con quelli dall’altra parte del muro, lui, ignaro del suo handicap, lui è la persona più tranquilla e felice del mondo. E mi fanno pena le mamme di quei figli che invece sono fighi ma che non saranno mai parte di quel mondo, ma che lo vorranno essere e invece no.

Così ho detto, seduta al tavolo rotondo. E mi sono sentita privilegiata, forte, orgogliosa non del fatto che Luca usasse la forchetta bene, ma del fatto che fosse davvero felice, e che lo sarà sempre. Perchè lui vuole abbracciare il cameriere, e ricordargli che la musica e Youtube sono la cosa più bella che ci sia al mondo, non le mance, e I soldi che a fine mese non sono mai abbastanza, o la fidanzata che fa gli occhi dolci a qualcun altro.

Voi, qui seduti al tavolo, voi non capirete mai la vera gioia. Voi, coi vostri test e le vostre lauree non siete più felici di lui.

Mi sono alzata, per prima questa volta, e con un sorriso durbans sono uscita dalla stanza, lasciando tutti quanti a pensare a quello che ho detto io, per una volta. Mi sono andata a prendere il mio Lucaccino, e cantando una canzone dell’asilo che a lui piace, siamo tornati a casa.
Ridendo.





1 commento:

  1. se tutti quelli che sono come Luca avessero una mamma come te, Marina. ti stringo fortissimo! sono Monica (Cleo si è impadronita della casella di gmail...)

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