I Ronco






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Ogni estate era sempre la stessa solfa: si arrivava a Bordighera, alla fine della scuola, e non si vedeva l’ora di andare da Vernier, la spiaggia dove andiamo da sempre. E invece no. Bisognava fare il giro dei parenti, salutarli, stare con loro. Si partiva dallo zio Rudi, sempre. Le sue serre erano subito dopo l’edicola, a destra. C’erano dei gradini piccoli, e poi una stradina lunga e stretta. Alla destra file di piante, e a sinistra le serre. E lui era in fondo, a sinistra. Faceva sempre la stessa cosa, ogni anno: metteva un pò di terra nei vasetti piccolini, e ci piantava nel mezzo un foruncolo di cactus, che un giorno sarebbe stata una sedia della suocera, o qualche altra pianta ornamentale bellissima. La radio era sempre tra due stazioni, e le parole ne uscivano poco chiare. Lui, lo zio Rudi, era sempre lì, con suo figlio, Piero. Pantaloni corti, sempre larghi e ciabatte di plastica quelli che fanno la ics davanti. Ci vedeva arrivare, noi tre in fila, e la sua concentrazione veniva per un momento abbandonata. Si alzava, e ci veniva incontro. Era un anno che non ci vedeva. Aveva sempre un bel sorriso, dolce, con i suoi occhi chiari e un pò pisciolenti, e le sue mani ruvide di spine.
Era sempre felice di vederci. Ci chiedeva della pagella, della mamma e del papà. Lo vedeva in televisione, il papà, e io e Anna eravamo sempre quelle che gli assomigliavamo di più. Poi si andava dove c’era la sua pianta di fichi, enorme. I rami erano talmente pieni che a me veniva sempre in mente la mammella delle mucche: si piegavano in avanti e aspettavano di essere munti. E infatti, lui mungeva, arrampicato a quella scala vecchia, che teneva vicino al tronco. Coglieva i fichi e li metteva nel cestino di vimini, in cui aveva messo una grande foglia, primordiale.
Poi anche le trombette, i pomodori, il bascaricò, come chiamava lui il basilico. Dite alla nonna di farvi un bel pampomata quando tornate dalla spiaggia. E fate una ciumba anche per me. Un abbraccio, un sorriso sincero, e si tornava dalla nonna, che era contenta che fossimo andate. Diceva sempre le stesse cose: che esagerato, lo zio Rudi…cosa ne facciamo di tutte queste trombette? Stasera faccio un bel tortello.
Poi l’estate andava: io che mi scottavo anche sotto l’ombrellone con la maglietta, i bagni che duravano delle ore, la nostra amica Antonella, che abitava di fianco e si sentiva la madre urlare. Il pisolino dei nonni il pomeriggio, che bisognava stare zitti che poi si arrabbiano. Il bagno che prima delle quattro non si può fare che poi viene la congestione.
Le nostre estati a Bordighera erano ritmate dalle visite allo zio Rudi, allo zio Nino, l’altro fratello della nonna, che era invece più schivo, ma che sua moglie invece no. Aveva sempre dieci barzellette da raccontare. L’hai sentita quella della signora che…o quella del tedesco che… Le sapeva tutte. Parlava sempre con un pò di saliva bianca agli angoli della bocca, e mi ricordo che la cosa mi distraeva dalle barzellette. Ma poi diventava romantica e raccontava di quando era giovane, e suonava il piano al cinema, che ai quei tempi era muto, e lo zio Nino si era innamorato di lei ma non osava parlarle, così andava al cinema quattro volte il giorno fino a quando lei l’ha notato e the rest is history, come si dice qui.
Poi il ventisei di agosto lo zio Rudi si presentava subito dopo pranzo, con la cravatta, la giacca sempre un pò troppo grande, le paste e lo champagne per festeggiare il compleanno della nonna. Quando erano insieme, le loro espressioni cambiavano. Entrava nei loro occhi una gioia che a noi non era concessa, una complicità a cui eravamo estranei. Si mettevano sul terrazzino, loro due, a parlare dei tempi andati, della loro mamma, dello zio Ludovico, il fratello più piccolo, morto prematuramente una notte di tanti anni fa. Ricordavano di quando giocavano da piccoli, ognuno dei quattro con il loro ruoli sempre quelli. E il loro dialetto bordigotto, che parlato da loro sembrava così dolce, così pieno di musica, di robe. D’amore.
Erano piccolini, tutti e due. Bassi e un pò storti per via dell’artosi. Tutti e due avevano occhi vispi, e un sorriso perenne. Erano proprio buoni: non avrebbero mai fatto male a una mosca; cercavano sempre il lato positivo delle cose. Eppure, avevano uno sguardo malinconico, che mi faceva sempre pensare che da un momento all’altro potessero piangere.
Mia nonna e lo zio Rudi e lo zio Nino e lo zio Ludovico erano creature di un tempo che non esiste più. Nipoti del grande Ludvig Winter, di Lipsia, a cui venne dato il compito di creare a Ventimiglia i giardini Hambury, che adesso sono monumento nazionale. E dal loro nonno tedesco, il cui busto troneggia a Bordighera insieme a quello della regina Elisabetta, hanno preso tutti la passione per le piante, per quello che si può fare con la natura. Le piante grasse per tutti e quattro sono sempre state creature magiche, da adorare, da coccolare, a cui parlare e raccontare, in bordigotto, le cose del quotidiano. Serre e serre di piante strane che vendevavo in tutt’Europa.
Questi quattro vecchietti, piccolini e sempre un pò storti, che emanavano dolcezza, ci hanno tramandato una fierezza di essere parte di loro, dei Ronco. I Ronco, che sono tutti bravi, che averne come i Ronco. La nostra casa a Bordighera si chiama Casa Ronco, e la nonna lo sottolineava sempre come dire, micacazzi. Il loro nonno famoso in tutta Europa per le sue doti botaniche. Lui conosceva De Amicis, diceva la nonna, come dire siete parte di una cosa speciale. E la sua zia Sofia, che prima di andare a letto, invece di leggere un romanzo, leggeva gli spartiti di Brahms e Listz. La nonna la suonava quella musica, leggendo dagli spartiti della zia Sofia. Sono tutti i suoi racconti che mi hanno fatto chiamare la mia bambina Sofia. Le fotografie color seppia che troneggiavano sul pianoforte ottocentesco in sala, di tutti i suoi Winter, dal più alto al più basso, che tutti venivano spediti a Lipsia anche loro per avere un’educazione tedesca, e parlavano con un accento tedesco, con la erre moscia. Altro che Bordighera.
I Ronco.
Dello zio Rudi ho un’immagine che non è neanche mia. È l’immagine che mia mamma mi ha trasmesso dal funerale della nonna. Dice, lo zio Rudi sembrava un passerotto bagnato. Un dolore enorme, e anche il peso di essere rimasto l’ultimo di questa generazione che loro quattro avevano dipinto come gli anni più belli, malgrado le due guerre, la madre giovane vedova con quattro figli, gli anni di fame, e di partigiani nelle colline dietro. Il tempo aveva fatto in modo che ogni momento fosse diventato magico, che peccato che noi non c’eravamo. Quelli si che erano anni belli.
Poi l’altro giorno la mamma mi ha detto, con una voce mogia, che anche Rudi è morto, dopo due settimane di agonia, a casa sua, di fronte alle serre dello zio Nino. Era rimasto l’ultimo del quartetto Ronco. Avrebbe fatto 101 anni il 25 Dicembre. Ha visto morire i suoi fratelli, sua sorella, sua moglie e suo figlio. Non ne poteva più, mi dice mia cugina. Non vedeva l’ora di andarsene anche lui. Di sedersi su una panchina, coi suoi fratelli, a parlar bordigotto e sentirsi fieri di essere dei Ronco.
I Ronco.
Bellissimi.

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