Petra


Ieri ho portato Petra dal veterinario, perchè erano ormai mesi che scagazzava dappertutto. Dopo tutto, la gatta aveva vent’anni.
Vent’anni fa, io e Dan abitavamo nel New Jersey, la nostra prima casa. Era una bella casa: blu, tutta di legno, con il parquet e il giardinetto davanti. Durante il giorno, io e Dan, giovani magri e belli, andavamo a scuola, e la sera mangiavamo e bevevamo con i nostri amici.
Un giorno abbiamo deciso di prendere dei gatti. La sorella di Dan, Claudia, e suo marito Matt conoscevano qualcuno la cui gatta aveva appena fatto una cucciolata. Dopo un’ora e mezza di viaggio, arriviamo a casa dell’amico, con tutti sti gattini in giro, uno più bello dell’altro. Io ne scelgo uno, grasso e dolce, e Dan ne sceglie una, bellissima.
Samantha (Sam) e Jake diventano per noi quasi dei bambini: li adoravamo. Ogni cosa buffa che facevano la raccontavamo a tutti. Dormivano nel lettone. Erano felici e viziati.
Poi qualche anno dopo, una sera, durante una festa, ci accorgiamo che Sam, che Dan amava follemente, non c’è. Cerchiamo e cerchiamo e cerchiamo. Poi, da lontano, dalla finestra della cucina che dà su un parcheggio, la vedo. Morta, di fianco a una macchina.
Dan è andato a prenderla, abbiamo fatto un buco nel giardino, e le abbiamo fatto, tra mille lacrime nostre e risate dei vicini, un funerale degno di Sam. Abbiamo comprato una pianta di lillà e l’abbiamo piantata sulla tomba.
Eravamo disperati. E Jake non mangiava più, non voleva uscire. Era depresso. Abbiamo subito deciso di trovare un altro gatto. Una signora che vendeva cosmetici via posta tipo Avon, aveva messo un’inserzione nell’ufficio del veterinario: aveva una gattina che voleva dar via.
Sono andata io a prenderla. Era piccolina, con due occhi così, tutta tigrata. Aveva i baffi tagliati, perchè alla signora dei cosmetici facevano schifo.
Me la sono presa e me la sono portata a casa. Petra.
Jake l’ha amata da subito. Le faceva da mamma: le insegnava a giocare, a uscire, a fare le robe dei gatti. Petra era una gattina molto giocherellona, soprattutto sul lettone, quando correva dai miei piedi ai piedi di Dan nella speranza di cacciare chissà cosa.
Dopo qualche anno io Dan e i gatti abbiamo deciso di andare in Massachusetts. Petra ci ha seguito in tutti i nostri traslochi: dalle nostre tre diverse case nel Massachusetts, alle nostre due case a New York, fino ai nostri due appartamenti ancora a Boston. Ha sopportato la nascita di Luca, di Sofia, di Emma; la presenza del nostro cane Oscar, del nostro cane Sam (che la voleva morta) e della nostra boxerina malata mentale, a cui Petra ha insegnato a non avvicinarsi.
Petra ci ha seguito, in silenzio, tutti questi anni. Ci ha visti crescere da una coppietta di fidanzatini ventenni a famiglia di cinque persone più cani e robe varie.
Poi ieri l’ho portata dal veterinario, perchè erano ormai mesi ch scagazzava in giro. Erano cinque anni che dormiva sul letto di Sofia. Anche lei era preoccupata per la nostra gattina, ormai vecchietta: le aveva fatto come una cuccia, le aveva fatto dei giochi, le dava da mangiare e se la coccolava di sera e di notte.
La veterinaria si è fatta aspettare per più di mezz’ora. Io e Petra eravamo in questa stanza, circondate tutte e due da disegni di gatti che ci guardavano incuriositi. Ho tirato fuori Petra dalla sua valigietta e me la sono messa addosso, tipo scialle. Ci siamo fatte tantissime coccole. La mia maglietta nera era diventata una pelliccia, eppure avevo come la sensazione che questa sarebbe stata la nostra ultima volta insieme.
Entra la veterinaria. Carina, giovane, ancora con un pò di acne. Visita Petra: la trova pallida (come fa a trovare un gatto pallido non so). Il cuore è a posto, ma la pancia sembra molto ingrossata. Le dico delle cagate e le pisciate in giro. Dice che si potrebbe trattare dei reni, o forse di diabete.
‘Facciamo un esame del sangue e vediamo’, dice. E a me è venuto subito in mente il casino delle medicine da dare (insulina due volte il giorno, pastiglie, robe varie), e le ho detto, ma scusi, ne vale la pena? Lei dice, forse no, è vecchia, se facciamo l’esame del sangue sicuramente troveremo cose che non si possono curare.
Allora forse è il momento di…, dico. Se sei pronta, forse si, dice lei. Sono pronta, le dico, senza avere capito un cazzo.
Mi chiede se voglio essere presente all’eutanasia. La parola mi coglie di sorpresa. Certo, dico io, mica la faccio morire da sola.
E per il corpo? Vuoi che venga cremata? Vuoi che venga messa in una fossa comune? Tutte domande che non avevo proprio preso in considerazione. Io ero andata lì perchè scagazzava in giro, pensando a una semplice diarrea, e adesso parliamo di eutanasia e cremazione.
Fossa comune, le dico, mentre la mia mente propone immagini da olocausto, tremende, di corpi ormai diventati sacchetti per ossa. Penso a Mozart, anche lui nella fossa comune.
Mi dice, vuoi stare un pò da sola con lei?
Piango, forte. La guardo, la Petra, e in lei vedo tutta una vita. Poi la vedo arrancare sul pavimento, cercare disperatamente una via d’uscita. Ma le sue zampe posteriori non reggono.
“Petralina, come here!”, le dico. Lei, ubbidiente viene, si accoccola tra le mie gambe.
Sono pronta, dico tra le lacrime.
La veterinaria la prende e e mi dice, le metto una flebo e poi veniamo qui e le iniettiamo un’overdose di anestesia.
Lascio la stanza. Sono in frantumi. Vado in macchina e chiamo Dan, e poi Sofia. Dico loro cosa sta succedendo, e tutti e due, con il nodo in gola, mi dicono ok, vai.
La veterinaria la porta avvolta in una coperta bianca e la appoggia dolcemente sul tavolo di alluminio. Petra sembra quasi rassegnata.
‘Hi sweet Petralina”, le dico. Le accarezzo la testa, fra le orecchie come piace a lei. Alza la testa, mi guarda e comincia a fare le fusa. Guardo la veterinaria e dico, scusi, un consiglio: sto facendo la cosa giusta? Si, dice lei, se continuasse a vivere comincerebbe a soffrire veramente. Non vuoi vederla soffrire, vero?
Non rispondo. Petra appoggia la sua testa sul mio braccio. “I’m ready”, le dico, anche se non è vero. Dalla tasca tira fuori una siringa piena di un liquido blu.
Petra fa le fusa, io le gratto la testa, e la veterinaria comincia a svuotare il liquido nella vena. Dopo pochissimo non sento più le vibrazioni delle fusa.
‘She is gone’, mi dice la veterinaria. Bacio la Petra per l’ultima volta, e mi stacco da lei. La dottoressa mi chiede se voglio andarmene. Si, le dico. Ma poi, uscendo, mi fermo e guardo Petra, che come sempre dorme.
Vent’anni di vita sua e mia. Lei è stata l’unica testimone di questi miei vent’anni di vita americana. L’unica che mi ha tenuta sempre in vista, la prima di tutti.
Mi mancherà tantissimo, la mia Petralina.

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