Via Lomellina, Cambridge, MA


C’è chi a fine serata accende la tele. C’è chi si fa il bidé, e chi invece si lava i denti con il filo interdentale, da bravi. C’è chi va a controllare che i bimbi siano coperti e ruba un bacino nel buio. Chi va a letto sperando di trombare.
A me vien voglia di riempirmi un bicchiere di vino e buttar giù due righe.
Si, perchè a me le volte che qualcuno che abita in via Lomellina viene a casa mia a Cambridge non è che mi capita tutti i giorni. Rinuncio al filo interdentale volentieri, per dire.
Anna, sorella Viola numero tre e portatrice sana (pressione e colesterolo a parte) di odori, immagini e sapori del mio mondo, mi chiama e fa, “Domani arriva a Boston il mio amico Marco. Me lo ha detto in Torrefazione, in via Lomellina. Gli ho dato il tuo numero. Non c’è problema, vero?”
No, problemi non ce ne sono. Poi della malinconia e palle varie c’è sempre un rimedio. Sono anni che rimedio.
Si, perchè io , milanese DOC, con padre vaccinato e madre ex ligure, io ho accettato di fare la babysitter in America, tipo ventitre anni fa, che il tempo vola, e mi è anche capitato, durante quell’anno lì, di incontrare la persona che mi fatto capire che l’amore è una cosa meravigliosa. E tutto ad un tratto l’America sembrava quasi bella, quasi facile, quasi intercambiabile. E infatti sono qui, con tre figli che a malapena parlano l’italiano, e sono contenti di mangiarsi un hot dog a cena, invece di un bel piatto di spaghetti aglio olio e peperoncino.
Marco arriva, e arriva anche Sara, la sua compagna. Escono dal taxi che si ferma proprio davanti a casa mia. A Cambridge, nel Massachusetts. In America.
E io apro la porta come se fossi in via Lomellina, per dire. Ci abbracciamo manco fossero vecchi compagni di scuola. E tutto assume una normalità lontana eppure familiare. Ci si racconta subito della giornata, dei posti visti, di come tutto sia diverso, come se ci conoscessimo da sempre. Che poi non è vero ma anche si. Il fatto che io li abbia accolti come amici, e loro anche, ci ha resi subito complici, simpatici. Di quelli che racconti delle vacanze senza poi dover nascondere le robe imbarazzanti. Quelli che vai a fumare una sigaretta in terrazza e hai tanto da dire, che la sigaretta finisce e tu sei ancora lì a parlare. Quella roba lì, dico.
Il vino era già aperto. Io cercavo di trovare una personalità in me che fosse adeguata, di quella che si mette il rossetto e si aggiusta i capelli. Ma mi hanno segretamente beccato in pieno. Hanno subito cominciato dai discorsi lasciati con le sorelle, con gli amici, con quelli di loro.
Poi arriva Cecilia, che non solo abita esattamente alla mia destra, ma conosce metà della Milano che conosco io. E pensa che io sia figa. Valla a capire. Ma transit. Si presenta lei, con i suoi occhi blu mare ligure ore sei e mezza, i suoi capelli corti che fan figa, il suo anello enorme comprato anni prina al Guggenheim, la sua enegia. E la serata inizia davvero. Il vino si versa nei bicchieri, e aiuta a fluidificare le conversazioni che comunque sarebbero state interessanti. Ci si racconta del perchè si è qui, a migliaia di chilometri dal nostro cordone obelicale, ci si stupisce degli amici in comune, dei locali frequentati.
Poi la cena, amercanissima, cucinata nel sottofondo del barbecue di Dan, che non interrompe ma incoraggia questo scambio quasi anomalo di esperienze fatte nello stesso comune italiano.
All seconda bottiglia si parla di Obama e di Pisapia, di Milano sette degli scout e della decisione di avere figli. Come se ci conoscessimo tutti da sempre, e questa fosse unarimpatriata organizzata ormai da mesi.
Poi Cecilia va a casa, Marco e Sara baciano Dan su tutte e due le guance, e io li accompagno all’albergo neanche fosse una di quelle cose che si fa.
Al ritorno, riattraversando il fiume, mi viene dentro una roba tipo tzunami: loro vanno, e io resto. Loro vanno a farsi il loro giro turistico e io invece resto qui. Mi raccontano della macchina che hanno noleggiato e io dentro sento una punta d’invidia per il loro spirito d’avventura inculcato in una mia realtà con cui faccio i conti da anni.
Li porto all’albergo, scendono, ci abbracciamo e ci salutiamo. Poi, come quando torna dall’aeroporto dopo aver portato  una mia sorella o mia madre, sento il rumore del vuoto nella macchina.
E torno a casa. Quella che mi sono costruita con Dan, quella con le cose belle e la malinconia, da bruciare come un sparrucchetto.
Vado a dormire. Dan mi aspetta ormai da un’ora.

1 commento:

  1. Però così mi hai solo messo voglia di venirti a trovare e fermarmi a dormire. Anche se non sono nato in via Lomellina. E prima o poi vengo eh!

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