Puzzles di reni e occhi





Scambiando appunti su quello che rimane dopo che un genitore se ne va via per sempre con un mio amico che non conosco, lui a un certo punto mi fa: non esistono gli ex fumatori, al massimo c’è chi non fuma da qualche anno, fossero anche trenta. Ecco, uno rimane sempre orfano, anche se son passati trent’anni.

L’altro giorno, poi, il mio amico Lou è stato portato d’urgenza all’ospedale. Una decina di anni fa ha avuto un trapianto di fegato, e un anno dopo anche i reni hanno cominciato a non funzionare, e suo padre, Allen, gli ha donato il suo rene, salvandogli la vita. Lou dice sempre che la prima volta gli ha dato la vita sua madre, e la seconda suo padre. Ora però il rene di Allen, che adesso è di Lou, dà segni di rigetto, e entro un anno dovrà essere cambiato un’altra volta.

È strano, mi viene da pensare, avere nel proprio corpo parti di corpi di altri. È forse l’intimità nella sua essenza più pura. Cosa c’è inoltre di più intimo dei propri figli, che sono nati da te, sono già parte di te comunque. Eppure, nel caso di Lou il rigetto viene dall’organo di suo padre, e non da quello di uno sconosciuto. Chissà cosa prova Allen, quanti pensieri gli ballano per la testa. Chissà se sente una punta di senso di colpa, e anche una di orgoglio: come, non va bene il mio rene? Non basta?

Non so cosa farei io, per avere il rene di mio padre. Potrei salvarlo dalla morte, manterrei in vita almeno una parte di lui. Se desse segni di rigetto, lo vorrei tenere comunque. Pare invece che i suoi reni aiutino qualcuno a pisciare tutta la birra bevuta al bar la sera prima. Pare che pulsino, che vadano ancora benone. Sono i reni di mio padre, che invece lui non c’è. Nella schiena di uno che non so neanche che faccia abbia, e c’ha dentro un organo di mio padre. L’intimità allo stato puro. Lui, sto sconosciuto, e mio padre.

Senza che noi lo sapessimo, mio padre si era iscritto all’AIDO,  che vuol dire associazione italiana donatori organi. È un’organizzazione che in teoria dovrebbe mantenere l’anonimato di chi dona: chi riceve non è tenuto a sapere da chi questi pezzi di corpo arrivino. Quando però i pezzi di corpo arrivano da persone conosciute, allora il fatto diventa notizia nazionale, perché fa vendere più giornali e fa dire guarda che brava persona. Solo che per me questa storia qua dei pezzi di mio padre tagliati dal suo corpo e piazzati in altri corpi tipo pezzi di puzzle mi ha sempre fatto un’impressione enorme.
È un concetto molto difficile da far mio, un’informazione in parte rassicurante e in parte inquietante. Per bere un caffé con mio padre, o con una parte di lui, cosa faccio, chiamo il tipo dei reni e dico andiamo? I reni poi, tra tutti gli organi, fanno anche meno impressione degli occhi, che invece ha ereditato una signora che prima era cieca e poi, come per tradizione giudaico cristiana, adesso ci vede.

Si, perché un conto è la pipì di uno sconosciuto, e un conto è lo sguardo. La signora invece, dopo il trapianto, ha voluto venire da noi, a ringraziarci, come se fossimo state noi cinque, piene di dolore e di incredulità, a dire prenda pure. È arrivata in sala, in via Sismondi: lei è entrata dall’ascensore direttamente in casa, e noi siamo invece uscite dalla porta delle scale. Il Giorgio Terruzzi ventiquattrenne ci ha portato a vedere l’ultimo d Troisi. Grazie Giorgio, mille volte grazie.

Prima di essere installati nel viso di quella signora, quegli occhi hanno visto tanto, sono stati gli strumenti più importanti per mio padre. Lo hanno aiutato ad osservare persone che altri occhi hanno sfiorato per strada senza accorgersi; hanno guardato cavalli perdere, partite di calcio noiose, film in bianco e nero e poi a colori, hanno letto migliaia di libri. Hanno guardato la via Lomellina cambiare negli anni; hanno guardato mia nonna vivere e poi morire nel lettone. Hanno guardato mia madre, prima ragazzina e poi donna, bellissima. Hanno pianto per la mia nascita e per quella delle mie sorelle. Hanno sorriso, tantissimo.

Quegli occhi lì hanno guardato con fierezza tutti i miei saggi di ginnastica, di pianoforte. Mi hanno guardato quando sono nata, e cresciuta. Mi hanno visto andare all’asilo, e poi alle elementari fino alle superiori. Hanno letto i miei temi, mi hanno guardato negli occhi per dirmi cose importanti.
Insomma, negli occhi c’è l’anima di una persona. Dicevo a questo amico che non conosco, che ogni volta che sogno mio padre lo sogno con due buchi insanguinati a posto degli occhi, e mi dico che non mi potrebbe vedere anche se credessi che i morti ci guardano. Gli manca la materia prima, per guardarmi.

Però c’è qualcuno che adesso li usa per vedere, per osservare, per guardare, che se io questa persona la guardo so che guardo uan parte degli occhi di mio padre, quella parte che gli permetteva di vedere me. Per cui, mi dico, se la morte vuol dire che il corpo non c’è più, non posso neanche dire che di morte si tratta, in fondo.
C’è chi piscia e chi guarda con robe non loro.


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