Cara, dei e Parmalat




Lo so, ognuno di noi ha una storia legata a Lucio Dalla: è perché ci ha accompagnati, tutti noi, ci ha portati per mano, per tutta la nostra vita.
Questa è la mia piccolissima storia.

Mio padre aveva uno stereo portatile Sony. Io avevo tipo tredici anni, e mi sembrava impossibile che una cosa così piccola potesse essere tanto potente. Era grande come il litro di latte Parmalat, per intenderci, e aveva un microfono sull’angolo che faceva una elle (il microfono incorporato, di per sé, era già una roba mia vista), e dei tasti a lato lunghi e rettangolari: play, rec, robe così. Mio padre lo aveva comprato per motivi di lavoro, e teneva questo litro di latte nel suo comodino, nascosto. Aveva anche comprato una specie di preservativo di pelle nera, per proteggerlo. Lo teneva nascosto, appunto, da noi tre figlie adolescenti che per noi era come avere in casa la lampada di aladino, per dire.

Mio padre aveva anche delle cassette, che ascoltavamo in macchina. Tra quelle, una di Lucio Dalla, che ascoltavamo e cantavamo a squarciagola mentre andavamo nella canonica senza elettricità che avevamo affittato nel piacentino . Quelle canzoni le conoscevamo tutte.

Ecco. A me piaceva rubare la cassetta di Lucio Dalla dalla mini minor azzurra di papà, aspettare che lui andasse a lavorare, piazzarmi sul lettone, dalla sua parte ancora calda del suo essere stato lì, prendere il santissimo stereo, mettermi delle cuffie sfigate e ascoltare Cara. Mi ricordo come fosse ieri la prima volta. In macchina, noi cantavamo a squarciagola la canzone, senza ascoltarla. Ma nel lettone, con la luce bassa, con le cuffie, il caldo del corpo di mio padre e con la goduria di fare una cosa che non avrei dovuto, la canzone sembrava completamente diversa. I suoni andavano da un’orecchia all’altra in modo talmente tangibile, che mi ricordo di aver alzato la testa per cercare di vedere cosa succedeva fuori dalla musica.

E poi la voce, quasi rauca, e invece intima, e il testo che faceva venire i brividi, dei brividi adolescenti nuovi, pieni di robe sconosciute, che si vogliono e allo stesso si temono.

Cara. Quella canzone per me vuol dire Lucio Dalla, e quindi enormità, sublimità, assoluta vicinanza a un mondo reale eppure effimero. Cara. Ogni volta che la ascolto, ancora adesso, mi entra nei miandri del cervello, nei nervi, nelle ossa. Non sono mai riuscita neanche a condividerla con chi, in America, e sono tanti, non la conosce, per paura che dicessero che non piace. Perché per me è stato un passaggio essenziale della mia vita che da bambina mi ha fatto diventare grande. E infatti non è un caso che fu proprio Cara, la canzone, a tenermi la mano il giorno che presi un aereo per venire qui con un biglietto di sola andata. Non poteva che essere Lucio Dalla a ricordarmi che le emozioni fanno girare il mondo, altro che la tecnologia, altro che la matematica. Loro, le emozioni, e solo loro sono capaci di portarti e riportarti, come le onde del mare.

Stamattina erano le sei quando il telefono bastardo ci annuncia che la scuola di Luca è chiusa per via della neve. Dopo aver risposto, nel dormiveglia, mi giro verso Dan e lo abbraccio, e mi addormento attaccata a lui,  che mi prende la mano. Poi riapro gli occhi che sembra un secondo e lui non c’è più, è già giù, a prepararsi per la giornata. Addocchio l’Ipad e lo accendo, mentre mi sposto nella parte del letto appena lasciata da Dan, che mi scalda e mi fa sentire parte di lui, come quel posto nel lettone di anni prima. Facebook. E vedo che Folco Orselli scrive Lucio Dalla R.I.P. Penso: Folco Orselli, musicista anche lui, che ogni volta che ascolto la sua musica mi sembra di essere alla prima confessione per quanto me lo sento intimo,  proprio lui mi dà la notizia.

Non ci credo, scrivo ai miei amici virtuali, perché non ci credo.

Mi alzo, preparo la colazione ai ragazzi, Emma mi parla dei suoi sogni, Sofia mi chiede dove sono le sue scarpe, Dan mi dice buongiorno, come tutte le mattine, Luca mi bacia un bacio pieno di saliva e d’amore strano. Si preparano tutti, mentre io mi faccio il caffé, e poi dopo un’eternità a poco a poco se ne vanno tutti e quattro. In casa cala il silenzio, un silenzio da apprezzare come dopo una festa troppo rumorosa. Accendo il computer, mentre sorseggio il caffé, vado su Youtube: come se fosse una cosa normale di tutti i giorni scrivo Cara, Lucio Dalla. E come sempre me la canta.

Piango un pianto esagerato, perché ci metto dentro tante cose: mio padre, la distanza dall’Italia in un momento come questo, la malinconia dello stereo litro di latte Parmalat, del lettone ancora caldo, robe del genere.
Poi penso che anche lui era solamente un uomo.

Io Lucio Dalla me lo immaginavo immortale come immortali sono i ricordi, le canzoni, le situazioni. Non ho mai pensato che potesse morire. E invece è morto, come muoriamo tutti. Era in viaggio, per lavoro, come ci vanno in tanti in viaggio per lavoro, è andato in albergo, si è sentito male e tac, anche a lui è capitata quella sorte lì che io non avevo messo in conto. Ed è per questo che piangevo: perché uno può anche suonare con Chet Baker, cantare come Caruso, scrivere canzoni come Cara, entrare nella tua anima manco fosse il tuo angelo custode, eppure è soltanto un uomo, come noi. Chissà. Magari anche chi è così famoso si stupisce di pensare che prima o poi morirà come muore un operaio, un extracomunitario, un tossicodipendente. Ma invece è proprio così, alla fine.

E dunque piangevo perché a me la morte di un uomo mi fa piangere, mi fa capire che non c’è niente che ci può fare evitare il nostro destino. E mi ha fatto sentire che anch’io che sono ancora più umana di lui, niente di speciale, come ci ricordava nella canzone scritta sugli dei e gli uomini, anch’io un giorno, in una camera a caso, dovrò fare la sua fine.

Insomma, Lucio Dalla era un dio, ma come ci ha ricordato proprio lui, anche gli dei hanno le stesse sembianze e lo stesso destino degli uomini. Ed è per questo che la notizia che ho appreso da Folco mi ha fatto piangere, al cesso, prima di andare a lavorare.

3 commenti:

  1. Cara e' la piu' bella di tutte, non mi stupisce che sia anche la tua preferita.

    Lucio e' stato grande, perche' e' riuscito a regalare emozioni a tutti. Me ne sono accorto ieri, quando nei telegiornali, i giornalisti avevano tutti lo stesso faccino attonito e non riuscivano a fare altro che mandare le sue canzoni.

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  2. Mi sembra sopratutto questione di età, secondo me canzoni come il Coyote sono mille miglie più in alto , sia come emozioni che come originalità rispetto alla produzione successiva.
    Ma allora avevo 14 anni e alla radio la musica che si sentiva era completamente diversa....
    http://www.youtube.com/watch?v=CN9JS1pK_pY

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