Electric beer

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“Let’s go”, mi dice dopo essersi infilata gli occhiali da sole rosa coi brillantini. Emma ieri ha messo due sedie una di fianco all’altra, ha preso tra i suoi giochi una torta finta che è rotonda tipo volante, si è messa la cintura di sicurezza (“ching, ching”). Guida lei. Io per una volta sono seduta al posto dei passeggeri. Ho in braccio le sue bambole, due, una sua figlia e una mia.
Andavamo a lavorare, in un posto della sua fantasia che galoppa a una velocità astronomica. Ma poi cambia idea e propone un ristorante. Parcheggia, e poi sul suo letto apparecchia con i suoi piatti finti, i suoi bicchieri finti, le posate, prende un pezzo di carta su cui fa delle righe, che ancora non sa scrivere: il menù. Mi dice, tu sei la cameriera. Va bene, dico, dandole le bambole che lei prende per il collo.

“Cosa desidera da bere?”, le chiedo ormai completamente nella parte. Per le bambine un bicchiere di latte, io una birra please. Scrivo su un block notes che mi ha dato. “Arrivano subito!”, dico. Sottovoce mi suggerisce di chiederle che tipo di birra. Obbedisco. “The electric one”. Good choice, le dico.
Poi chiede se posso portare dei fogli e delle matite così le bambine disegnano mentre aspettano da mangiare. Presto fatto. Ordina nachos, pasta e patatine fritte e per le bimbe un panino al formaggio. Serissima, mangia la pasta disegnata da me e sussurra alle bimbe di fare le brave. Mi chiede dov’è il bagno. Le dico li’, puntando verso la porta del suo armadio a muro.

Paga con la carta di credito, saluta. Si rimette in macchina e io ritorno ad essere la sua amica della macchina, sempre di fianco. Occhiali, volante. “Cosa vuoi ascoltare?”, mi chiede. I Beatles, le dico. Accetta. Mi vede guardarla. Si volta e ride. Andiamo a lavorare, dice, come dire non c’è tempo da perdere ma non ci arriviamo mai, che poi io devo andare a cucinare per davvero.
Mi fa tenerezza vedere lei che fa finta di fare la grande, e mima me, e mi spiega come mi vede: sempre presa, serissima, a volte sbuffa, fa la voce stanca, come la faccio io, sicuramente. È come se mi dicesse sei sempre così. 

Mi prende uno spicchio d’ansia, ma poi la sua risata scioglie tutto. Capisce che il gioco è finito. Io sono ancora seduta sulla sedia, e lei invece è gia in piedi. Prende la porta per uscire, poi si ferma un attimo, fa una scorreggia si volta e mi fa: “io vado in bagno, tu metti a posto”.




1 commento:

  1. io invece ho passato la serata lannciando una palla da football nel corridoio...... ci credo che poi le bambine sono piu' brave in TUTTO...anche nello sport alla fine ci vuole intelligenza..., con o senza brillantini....

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