La sfida



Era la prima volta in trent’anni che ci litigavo. E è venuto fuori di tutto: le recriminazioni, le dita puntate, le cose dette per ferire. Tutto quello che per tutti questi anni è rimasto imbottigliato. Prima  o poi doveva pur venir fuori.
Sul microonde c’era il suo libro, quello che Baldini e Castoldi aveva pubblicato nel 1992. Sulla copertina troneggia lui, che guarda di lato, come se stesse ascoltando qualcuno, in parte sembra divertito e in parte assorto. La ricordo bene quella foto, credo che mia madre ce l’abbia in camera sua. Anzi, forse era addirittura quella scelta da mettere sulla tomba. Non lo so. Ascolta,  ascolta quello che finalmente ho da dirti che sono anni che ce l’ho qui, gli dicevo ogni volta che passavo da lì: sta volta mi hai fatto davvero incazzare. Sta volta è stata davvero la goccia che ha fatto traboccare il vaso, straripare direi. La sua posizione intanto in questi gironi passati sul microonde non è cambiata: lui è lì ad ascoltare, quasi facesse sul serio per una volta. Durante questi ultimi giorni sono addirittura arrivata ad odiare quella posa: a volte mi sembrava che mi prendesse per il culo, come dire, dai tira fuori, farlocca, che poi quando hai finito di fare l’isterica parliamo.
Dopo un mezzo litro di Zinfandel gli dico: vuoi la sfida? La vuoi? Va bene, eccotela. E ho raccolto il libro, trattandolo come se fosse un pezzo di carta da mettere tra le robe da riciclare. L’ho aperto, a caso, a metà. Precisamente a pagina quarantuno. Leggo. Ma mi dico, tanto non mi fa ridere.
Al quarto paragrafo chiamo Dan: ti devo leggere una cosa, e comincio a leggere a voce alta il racconto dove parla della sua mamma, che gli dice di non andare a scuola che è meglio un asino vivo che un professore morto. “L’asino è vivo e vegeto, modestamente”. Questa frase mi riporta indietro nel tempo, quando lui scriveva queste parole alla scrivania di casa mia, casa nostra, a Milano.
Poi racconta del padre, del Venezuela e dei cavalli. Poi di Brunilde, che a sedici anni aveva amato ma che poi lui era stato bocciato e lei no. Poi di Sportinformazione, di Vito Liverani, e sento dei brividi che partono dall’osso sacro e arrivano fino al collo, dividendosi nel mezzo per entrare dento le orecchie, che mi sembrano diventare rosse.
Non ci credo, cazzo.
Non avevo mai letto questo pezzo. Mai letto un pezzo intero scritto da mio padre. Mai. Sto scrivendo un libro su di lui e non mi sono neanche mai degnata di ascoltare quello che aveva da dire. Credevo che non raccontasse, e invece ancora una volta sbagliavo.
Lunedì avevo telefonato a Vito Liverani per chiedergli di raccontarmi di papà, del pugilato, di Sportinformazione. Ho poi deciso di aggiungere i ricordi di Liverani al capitolo su cui sto lavorando da qualche giorno, quello che racconta di mia nonna, che dice di non andare a scuola che è meglio un asino vivo, e di mio nonno, che va in Venezuela a giocare ai cavalli. E di Brunilde, che sedicenne gli fa provare il dolore dell’amore andato a male.
Tutta: me la racconta tutta lui questa storia, per filo e per segno. Dice esattamente quello che cercavo. In tre frasi mi spiega tutto un mondo, mi regala immagini che cerco nella mia testa da giorni, senza alcun successo.
Chiudo il libro e fisso l’immagine di lui che sta portando la mano destra verso il mento e ha l’altra appoggiata alla sedia, che mostra anche l’orologio che mia madre porta ancora, e ogni volta che viene a trovarmi lo lascia dappertutto che le dico stai attenta a non perderlo. Lui con la giacca verde scuro a coste e la  cravatta che è rimasta appesa nell’armadio per anni. Lo guardo e penso; raccontiamo la stessa cosa, io e te. Altro che non far parte della tua vita. Io e te, in mondi diversi, in circostanze completamente diverse, con attorno gente diversa, ma con una sensibilità più che simile, abbiamo preso tempo per cercare a modo nostro di raccontare al meglio la stessa storia, le stesse emozioni, le stesse persone.
Va bene, mi dico. Hai vinto tu. Anche questa volta il tuo carisma ma anche il tuo amore di papà, si di papà sono riusciti a conquistarmi, a farmi su come niente, a farmi vedere meno bianco e nero, ma a ricordarmi che è il grigio che fa la differenza: sfumature genetiche, che condividiamo solo noi.
Facciamo la pace e facciamo i grandi, che c’è poco tempo da perdere.

1 commento:

  1. ho lo stasso libro ma con la copertina arancione e tuo papà in un tondo. l'avrò letto mille volte, e ancora adesso è sul comodino.

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