Altro che eredità


Pinuccio Sciola
 
Non è solo perché aveva fatto ballare cifre astronomiche ai cavalli, o perché riuscì a spendere anche quello che non aveva: la verità è che mio padre non era pronto, non ci pensava proprio a morire. Non rimase molto dopo quella domenica stronza: un conto in banca in rosso, la sua Mini Minor azzurra parcheggiata davanti alla Rai, e la sua macchina per scrivere Olivetti sulla scrivania della sala.
I suoi oggetti negli anni si trasformarono per noi in una misera testimonianza del suo essere passato brevemente attraverso la nostra vita, sconvolgendola per sempre: i suoi maglioni che erano ancora impregnati del suo odore; il suo accappatoio blu e bianco con la B e la V cucite in alto a destra, appeso dietro la porta del bagno; la sua agenda gonfia di fogli, appunti, scarabocchi che faceva mentre parlava al telefono; la sua rubrica piccolina di pelle marrone scuro, con dentro nomi e numeri cancellati e riscritti.
Accaparrarsi alcuni di questi oggetti era come rubare ancora un po’ di lui, era come imbarcarsi in una navetta spaziale immaginaria, che ci  potesse  portare in una dimensione in bilico tra la vita e la morte dove lo potevamo ancora incontrare.
Io riuscii a prendere un suo golf di cachemere beige, che lui portava spesso, e che sapeva ancora di lui, la sua giacca di camoscio che aveva ancora nelle tasche delle briciole di tabacco delle sue sigarette, e una cravatta bordeaux. Tutto qui, pensavo: di tutto quello che lui ha fatto, detto, pensato, riso non mi rimane che una manciata di vestiti. In un certo senso era confortevole sapere di avere qualcosa di suo, ma nello stesso tempo rappresentava una chiara testimonianza del suo non essere più qui.
Poi con il passare del tempo, con i miei mille traslochi, la cravatta finì in fondo al mio cassetto delle mutande, la giacca si distrusse completamente e l’accappatoio anche.
Guardandomi intorno in questi anni mi accorgo però che mio padre mi lasciò molto di più che una cravatta: mi regalò il Giorgio Terruzzi che, come dice mia sorella Anna, è la vera eredità. Mi diede un fratello maggiore, con cui mio padre lavorò e a cui insegnò il mestiere a botte di multe per ogni aggettivo fuori posto. Il Giorgio porta, nel modo che ha di volermi bene, un po’ di papà. Non dico che lo abbia sostituito, ma ha certamente colmato dei vuoti mica da ridere. Avendo passato tanto tempo insieme, riuscì a cogliere aspetti sottili eppure importanti di mio padre: il suo modo di raccontare, di avere sempre le antenne accese sul mondo, di trovare la battuta giusta al momento giusto, il suo disgusto per chi se la tira, il suo modo di scrivere. Sono tutte cose che fanno parte del Giorgio, ma, alcune vengono da una filosofia di vita a me estremamente confortevole, famigliare e cara.
Mio padre mi regalò anche il Giuliano Pasqualetto, e le sue testimonianze malinconiche e assurde di una città  inghiottita dalla Milano da bere. Con il suo modo di raccontare aneddoti di una vita passata ai bordi della mala milanese, quella che ancora si scandalizzava per le ingiustizie, quella che ci si incontrava al bar, quella che se gli tocchi la sua donna ti gonfia di botte, il Giuliano assunse nella mia vita un ruolo importante: quello di essere lì per noi fino al giorno in cui muore, perché l’amicizia è roba sacra, e lui l’ha giurato al suo amico Beppe, che ci sarebbe stato. E non ha mai sgarrato: è sempre lì, anche se non ci vediamo spesso. È lì se abbiamo bisogno d’aiuto, o di un abbraccio di quello forti. Quando recentemente ha saputo che mia sorella si è separata, ha immediatamente chiamato per sapere cosa fosse successo: ‘Moretti, dimmi se l’ha trattata male, che mi lo massi!’. Malgrado i trent’anni passati, lui è sempre vigile.
Mio padre mi regalò Sergio Meda e Gianni Mura, colleghi, ma anche molto di più, che in tutti questi anni si sono occupati di noi, si sono accertati che stessimo bene, che ci hanno riservato una parte del loro cuore, un po’ come se fossero degli zii. Sergio, con cui mio padre aveva aperto Magazine, un’ agenzia giornalistica, condivise con lui lunghi periodi ritmati da decisioni, scelte, battute, articoli da mandare in giro per l’Italia. E dopo la morte di mio padre, Sergio ci prese per mano, e iniziò a volerci bene perché il bene che voleva a papà si trasformò in bene a noi, regalandoci serate, chiacchierate, racconti. Gianni anche, con quel modo impacciato che ha lui di dirci che ci vuole bene, passò lunghe nottate a botte di briscola chiamata davanti a delle serie bottiglie di rosso, ma non solo: anche lui partecipò, convisse, anche lui non si sprecò e ci diede dentro, credendo nei progetti che mio padre proponeva, e aggiungendone tanti dei suoi. E anche lui con perfetta semplicità e naturalezza, prese tutto quell’affetto che aveva per mio padre e lo passò a noi, senza troppo menare il grano.
Mio padre mi regalò Pinuccio Sciola e il suo cuore aperto, la sua sensibilità fuori norma, le sue pietre che da sassi diventano magia. Anche lui ci sarà sempre per me; anche lui emana odore di mio padre, quasi più del maglione di cachemere beige.
E attraverso loro mio padre mi regalò un mondo, il suo, fatto di persone brillanti, assolutamente fuori dalla norma, così come lo era lui. Mi racconta mia madre che una volta squillò il citofono: consegna, dissero. Erano i cinquecento chili di pasta che mio padre comprò da un amico, che arrivarono una settimana prima dei cinquecento chili di zucchero, che non si sa mai nella vita. Mia madre dice che non si stupì affatto: cominciò con tutta naturalezza a portare scatola su scatola in cantina. “Perché tuo padre era così, e a me sembrava la cosa più normale di questo mondo”. Ecco, quel modo lì fa di essere vivi fa parte di me, non solo per una questione di DNA, ma anche perché tanti dei personaggi insoliti, incredibili e bizzarri continuarono a farci da scudo, a esseci vicini.
Parlando con ognuno di loro, mi accorgo con stupore che tutti sostengono senza ombra di dubbio di aver passato ogni serata insieme a mio padre, è un po’ come se se lo contendessero, come se volessero loro sentirsi le persone a cui mio padre era più legato. E me lo raccontano, guardandomi con gli occhi pieni di fierezza e anche di malinconia; mi dicono di episodi, battute, scherzi fatti insieme come se nel condividere questi ricordi li rivivessero un po’, come se ancora adesso riescano ad assaporare l’importanza del momento, e come se ancora adesso si sentano lusingati di avere avuto mio padre nella loro vita.
So perché lo dicono. Lo faceva anche con noi: quando eravamo insieme non esisteva nessun altro attorno, ci faceva sentire le regine di via Sismondi. E questo suo relazionarsi agli altri in modo esclusivo fu il segreto per conquistarsi tutti, lasciando in ognuno di noi un segno indelebile e un vuoto incolmabile.
Sembra quasi che mio padre si fosse intruffolato in tanti mondi diversi proprio per lasciare a noi tanti sapori: in ognuno di questi mondi riuscì ad individuare le persone più belle, a cogliere le ciliege più dolci. Le mise lì da parte, come dire, ecco, non sarete mai più sole.
Ancora una volta aveva ragione lui.

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