Meglio Sandy


Erano settimane che aspettavamo il ventisei ottobre per festeggiare i nostri vent’anni di matrimonio che non ci credo ancora adesso che quel sant’uomo sia ancora con me e con tutte le mie rotture di coglioni.
Abbiamo chiesto a Maria, la terapista di Luca che mia sorella Anna dice altro che santa Rita, di stare coi ragazzi per il finesettimana: io, Dan e i cani ce ne siamo andati nella nostra casetta di Becket tutta bella di legno tipo chalet con la stufa a legna, il fiumiciattolo che scorre vicino all’amaca, il bosco e il laghetto contornato da alberi coperti di foglie rosse, gialle, arancioni che si specchiano nell’acqua. Insomma, silenzio e quiete.
In macchina già Dan mi parla in continuazione di questo enorme uragano che sarebbe arrivato lunedì e che avrebbe distrutto il nord est degli States. Sembrava allarmato, ma relativamente, come di solito quando ci sono queste cose. Aveva già letto un centinaio di articoli allarmanti, aveva studiato cartine coperte di rosso (danger! danger!): insomma sembrava davvero che sarebbe stato il nostro ultimo weekend da vivi.
Io ascolto la musica che il suo ipod propone cercando invece di concentrarmi sul nostro finesettimana da soli, che capita una volta ogni due o tre anni. Saremmo andati al cinema a vedere ‘Searching for Sugarman’, un documentario uscito da poco che non vedevamo l’ora di vedere. Saremmo poi andati a cena da Rendez-Vouz, il ristorante francese a Lee (circa venti minuti da casa) che tutti dicono sia buonissimo.
Infatti arriviamo a casa, Dan entra prima a vedere che le trappole dei topi siano vuote (tre, tutte col topo morto dentro), lasciamo i cani e andiamo al cinema, poi al ristorante. Torniamo a casa: io lavoro a maglia, Dan si corica sul divano e tempo dieci minuti devo svegliarlo perché russa troppo. Niente sesso, ma in compenso abbiamo dormito senza interruzioni, assaporando il silenzio e la solitudine che per noi sembra quasi impossibile esista.
Intanto l’internet e la radio (non abbiamo la tele a Becket) propongono scenari catastrofici: Sandy sarebbe arrivato e avrebbe spazzato via case, ucciso gente, distrutto paesi interi: weather alert! weather alert! L’iphone di Dan ogni dieci minuti vibra ricordandogli che di lì a poco avremmo perso case, lavoro, famiglia.
Si parla solo di questo Sandy. I supermercati hanno file interminabili di gente allarmata, i distributori di benzina anche; i bancomat senza più soldi. Dan prende tutte le candele che abbiamo a Becket, e poi decide che dovremmo anche noi andare al supermercato, dove compra una decina di minestre in scatola, che io neanche se fosse l’ultima cosa al mondo da mangiare proverei, quattro accendini, tre galloni d’acqua, una pila per ognuno di noi (quindi cinque), il latte parmalat che anche se va via la corrente possiamo avere, due pacchetti di pistacchi (??). Lo fermo: basta Dan, secondo me ci siamo, gli dico.
Sente suo padre, che gli dice che andrà a stare dalla figlia durante l’uragano, così si sente più sicuro. C’è attorno a noi un clima di terrore.
Arriviamo a Cambridge domenica sera: Emma e Luca stanno guardando un video su babbo Natale, Sofia di sopra al computer, e santa Maria, che sembra sempre fresca come una rosa, ci accoglie entusiasta. La salutiamo con tanti abbracci. Eccoci di nuovo insieme. Dan dice a Emma che probabilmente perderemo la corrente, e le fa scegliere una pila: prende quella blu. Sofia mette via le scorte. Luca sparapanzato sul divano, allunga il braccio per accarezzare la Lola, il boxer che piace solo a me e a lui. Dan accende subito la televisione, che propone disasitri imminenti. Veniamo a sapere che tutte le scuole sono chiuse, anche l’ufficio di Dan, per questa volta.
Andando a letto, Emma (sempre con la pila) dice di non vedere l’ora di perdere la luce, che è agitata. Si dice che il peggio verrà lunedì, che New York e Washington saranno le più colpite. Ma i telegiornali locali aggiungono Boston alla fascia rossa di danger danger danger. Noi, dicono, avremo meno pioggia e più vento. Il governatore annuncia, con la tipa che traduce per i sordomuti di fianco, lo Stato d’emergenza. Dicono che sarà peggio del perfect storm, quello del film di qualche anno fa. Dan prima di andare a letto prende la sua pila (lui sceglie quella verde) e se la mette sul comodino. Fuori pioviggina. “It’s coming”, mi dice Dan, tra l’allarmato e l’eccitato.
Lunedì mattina Emma si presenta: pila in mano, mutande blu e maglietta a righe:  “Ma dov’è questo uragano?”, chiede. Fuori c’è un po’ di vento e pioviggina. Dan è davanti alla tele e davanti al computer, legge, ascolta, ricerca su Google. Chiamano le sorelle, allarmate. Io sono nel basement a fare il bucato, abbastanza irritata da questo pandemonio tipico americano di esagerazione e panico inutile. Succede sempre così, ripeto a Dan, che invece si irrita quando mi sente dire queste cose. Guarda dalla finestra. “Marina, vieni! Un albero di fronte tra poco cade!”. Guardo l’albero che ondeggia leggermente, e mi rimetto a lavorare a maglia.
Passa la mattina, passa il pomeriggio. Emma, con la sua pila, va dalla sua amica a vedere Mary Poppins, Sofia dalle vicine a cazzeggiare, Luca con il suo ipod gironzola per casa, Dan tra televisione e finestra, che aspetta un po’ di fermento. Porta fuori i cani, e torna bagnato, dicendo, uuuh che vento. Io vado fuori a fumare, e non devo neanche mettere la mano davanti alla fiamma dell’accendino, per dire. “Ci sono le folate!” mi dice Dan, sempre più irritato. Non so se sia arrabbiato del fatto che io critico i mass media americani e lo prendo in giro, o perché gli alberi, i rami e le foglie della Prince street se ne fregano altamente di Sandy.
“Tanta gente senza elettricità”, mi dice, come dire te l’avevo detto. Noi invece niente, neanche un secondo senza luce. Arriva sera, e pioviggina. Dico a Dan:”Ci sei rimasto male che non c’è stato tanto dramma?” Lui dice ma va, sono contento. Gli ricordo delle scorte, che se scoppiasse una bomba atomica noi siamo a posto per un sei mesi sicuri. Lo prendo in giro, ma lui non gradisce.
Sento su facebook i miei amici di New York: Liz sta facendo una torta di mele, John suona la sua chitarra tranquillo, Martina fa la sua lezione di pilates nel suo basement. Sono tutti a Brooklyn. Vedo, si, immagini di acqua dappertutto: in metropolitana, per le strade. Qui invece è caduto qualche albero per la città, ma non è successo niente.
Mi dico, cinica: tra sette giorni ci sono le elezioni. Quello si che mi preoccupa, altro che Sandy. Se vince Romney, mi dico, altro che uragano: dopo anni quattro di ricostruzione diplomatica con il medio oriente, dopo anni quattro di riforme mediche, scolastiche, sociali. Dopo anni quattro di un presidente che rappresenta la minoranza americana che più ha combattuto per i propri diritti, in quest’America bigotta da appartheid, che non si dice che poi la gente si offende, in quest’America che crede che esista il diavolo, e che l’aborto non si fa neanche se si viene violentate perché così vuole Dio. In quest’America dominata dall’ignoranza, se vince Romney altro che Sandy.
Forse, penso prima di addormentarmi, per una giornata si è pensato all’uragano per non pensare al vero disastro che tra una settimana potrebbe veramente succedere. E allora si che saranno cazzi, altro che pile.

(Foto di Dan, che documenta i disastri di Sandy nella nostra zona)


1 commento:

  1. ho appena visto lo speciale su tuo padre, mi ha fatto molto piacere!!! io non capisco un cazzo ma tu cosa aspetti a scrivere un po di piu'? te ghe minga voia?

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