Per fortuna c'è Obama


Obama ieri sera mi ha dato le sue belle soddisfazioni.
La giornata era iniziata per me alle cinque del mattino, che (non lo sapevo) è ancora buio pesto. Ero incazzata perché la sera prima mi avevano fatto l’Iphone in pizzeria, e non riuscivo a dormire, e comunque mi sarei dovuta alzare all'alba per portare Emma, la mia numero tre di anni cinque, all’ospedale per una risonanza magnetica alla spalla, rovinata dalla nascita dall’infermiera di Brooklyn che tirandola fuori da me le ha danneggiato dei nervi. A dicembre l’operazione. La causa, invece, l’abbiamo vinta noi.
Mi sveglio, nel silenzio della casa immersa nel torpore della seminotte, e mi faccio un caffé. Metto su pantaloni e maglietta, sveglio Emma che apre gli occhi e mi fa: ”Vorrei sapere più cose su Cristoforo Colombo. Ma lo sai che voleva andare in India?”
Bene, mi sembra bella gasata, mi dico. Le annuncio che avremmo preso un taxi, che per lei è meglio della giostra. Fresche come una rosa usciamo di casa e il taxi è lì bello anche lui. Dan rimane a casa con Sofia e Luca, prepara di corsa Luca per la scuola (doccia, colazione, pranzo nella schiscetta), porta i cani, e molla Sofia, che deve aiutare suo fratello a salire sul pulmino che lo viene a prendere alle sette emmezza, prima di andare a scuola lei.
Io e Emma arriviamo all’ospedale che propone un’energia da dieci del mattino. Loro lì sono abituati a confondere il giorno con la notte. Ascensore, secondo piano, entriamo nella saletta d’attesa che sembra l’aula di un asilo nido, compilo il foglio che la signora mi ha dato, giurando che Emma non ha nessun metallo nel corpo e io neanche, e veniamo chiamate da un’infermiera cicciottella con un camice tutto colorato. Dice a Emma di spogliarsi, la pesa e misura l’altezza e le dà un pigiamino. Emma sorride di tutto, è entusiasta, le piace la gita, coopera come una brava scout. Poi veniamo escortate e abbandonate in una stanzetta con un letto da ospedale e un monitor. Le cose, pensavo, si stanno facendo più serie. Non potendo chiamare Dan, visto che il mio telefono era nel taschino del cameriere stronzo, gli mando un messaggio sull’Ipad, che avevo portato per distrarre Emma, e gli dico, quando vieni, entra e gira a sinistra. Poi ci penso e riscrivo, no, a destra. In quel preciso momento mi rendo conto che Dan si sarebbe perso matematicamente e mi metto l’animo in pace: avrei dovuto far da sola.
L’infermiera cicciottella ritorna e dice: “ Allora per la flebo…” Emma inizia subito a piangere disperatamente: “Mamma, mi avevi detto no punture!”. L’infermiera continua e dice di avere un medicinale che anestetizza il braccio, così non si sente dolore. Emma ovviamente non ci crede assolutamente, e il suo pianto diventa puro terrore, e odio nei miei confronti. Dice tra le lacrime: “Voglio andare a scuola. Voglio tornare a casa. Please, mummy, please”.
Magone. L’infermiera mi dice, un attimo, e esce. Dopo tre minuti entra l’anestesista, un uomo sulla trentina con un accento dell’Est e riesce a calmare Emma, che capisce di non aver scelta. Mi fa firmare un modulo che dice che se va male son cazzi miei, e fa firmare anche a Emma, chiedendole di disegnare un sole di fianco al suo nome. S’impegna, e fa la su E minuscola (appena imparata a scuola, di cui va particolarmente fiera), le sue due emme maiuscole e la A minuscola (la sua firma). Entrano anche l’infermiera e una collega. Io prendo in braccio Emma, che urla e si dimena, le dico di non guardare, la rassicuro, mentre zac, entra la cannuccia nella sua vena del braccio sinistro, lei è talmente presa ad aver paura che mi chiede: “Ma quando finiscono?”. Già fatto, le faccio io come dire, visto?
Mi dicono di prenderla in braccio e di seguirli. Emma piange ma meno, io ormai distrutta me la prendo su e ci incamminiamo. Arriviamo nella stanza della risonanza e Emma vede la macchina e dice :”Mummy! Mummy!”. Non ti preoccupare io sto qui con te, le dico, pensando che io tre settimane fa che dovevo fare una risonanza magnetica, ho visto la macchina e ho detto alla mia infermiera cicciottella, non credo: grazie e arrivederci, e me ne sono andata a casa.
Mi siedo sulla sedia a dondolo con lei in braccio. L’infermiera dice: “Adesso somministriamo l’anestesia. Non si allarmi: la medicina ha un effetto quasi istantaneo, e Emma perderà i sensi in modo assolutamente innaturale”. Siccome sono esagerata, mi è subito venuto in mente il momento in cui fecero alla mia gatta la puntura per “addormentarla”, e lei da fusa passò quasi istantaneamente a elettroencefalogramma piatto.
Le fanno ‘sta cazzo di anestesia, e il peso di Emma triplica sulle mie gambe, la testa crolla sulla mia spalla. L’occhio è aperto, vitreo. Me la prendono, ma lei è ancora attaccata a me. Dice, il corpo reagisce dopo il cervello, signora. La appoggiamo sul lettino malefico del tunnel bianco della risonanza. Io la bacio e piangendo come una bestia, esco. L’infermiera mi abbraccia.
Vado nella saletta e vedo Dan che sta controllando l’email. Ci salutiamo e in silenzio andiamo al caffé del primo piano, dove siamo andati tutte le volte che Luca è stato operato, un milione di anni fa. Prendiamo sempre la stessa cosa: io un croissant che non riesco a mangiare, e Dan un biscotto che mangia tranquillamente. Lui è più maturo di me, l’ho sempre detto.
Risaliamo, in silenzio e aspettiamo. Un’ora sembra sei giorni, ma poi ci chiamano. Emma dorme su un lettino. Ci dicono di non svegliarla, che lo farà da sola. Aspettiamo e infatti una mezz’oretta dopo apre gli occhi e si alza immediatamente. Dice:” Where am I?” Sembra che abbia fatto fuori un litro di rosso delle Langhe. La portiamo a casa traballante, ma ora che arriviamo sta benone.
Io disrutta, provo a coricarmi, ma non riesco a dormire. Sto cuccicucci a letto (come si dice a casa mia), ma poi mi alzo e andiamo a mangiare qualcosa. Emma mi fa: “Mamma, posso correre?” A risposta affermativa corre come una pazza fino alla fine della strada. Si gira dicendo Ho vinto io! Passato tutto.
Arrivano Luca, Sofia e Yumiko, la terapista di Luca del martedì: a lui, sparpanzato sul divano, prende un colpo vedendola, ma lei lo convince e lo porta di sopra a lavorare. Sofia fa i compiti e fa anche un po' di coccole a sua sorella. Le regala il suo profumo nella boccettina rosa che Emma fila da mesi. 
La sera mangiamo presto, Dan prepara i tacos con la lonza di maiale che piacciono a tutti. Finalmente sembra di essere tornati nella norma. Luca mangia sempre in fretta e poi annuncia, “Upstairs, I want to be alone, computer”. Il suo discorso non fa una grinza. Più chiaro di così si muore. Gli ricordo di mettere il piatto nel lavandino, cosa che, di malavoglia, fa. Ci alziamo da tavola e sentiamo la terra tremare.
Ci mancava anche il terremoto, che qui è come dire che hai rivinto al totocalcio. Siamo tutti in strada a parlarne, ma poi ritorna la quiete. Bimbi a letto presto, doccia, un bel té bollente e ci si piazza davanti alla tele per vedere il dibattito.
Pensavo: se Obama non va bene potrò dire in futuro che questa è stata la giornata più di merda degli ultimi anni senza pensare di avere esagerato.
Mi sembrava nervoso, il prez, ma poi gli si scioglie la lingua e tira delle belle mazzate a quel mormone di Romney. Io e Dan applaudiamo che Sofia da camera sua dice, non riesco a dormire. Qualche soddisfazione me la da anche lui, pora stela.
Se perde le elezioni mi trasferisco in Zaire.

2 commenti:

  1. Ma anche te dici schiscetta ? ma allora e' una malattia...

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  2. marina non posso più leggere i tuoi racconti prima di andare a lavorare...troppe emozioni!! bravissima.

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