Buone cose (non a voi, dico)




Eccoci ancora una volta qui, a farci gli auguri di Natale e di buon Anno. Mi fa sempre sentire un po’ in colpa questa cosa qui dell’augurare buone cose a persone, come me, che di buone cose ne hanno da vendere. Non per fare del moralismo inutile, ma davvero: con un buon prosecco fresco fresco, con il panettone fatto da Gattullo che costa un occhio della testa, nella nostra casa con il camino acceso, il parquet bello, tutti i gadget possibili e immaginabili e l’albero con le lucine e mille regali, farsi gli auguri di cose buone è sprecato. No?

Penso, anche se vivo lontano dall’Italia, che ha più senso porgere i miei più sentiti auguri ai milioni di giovani disoccupati, che fanno fatica ad andare avanti e a lasciare la casa dei genitori perché, semplicemente, non ci sono opportunità. Persone qualificate, laureate, intelligenti e obbligate, come nel dopoguerra, ad affrontare un futuro all’estero, lontano da tutto e da tutti. In vent’anni di America, non ho mai conosciuto così tanti italiani come in questi ultimi cinque anni, che sperano, un giorno, di riportare i loro cervelli in un’Italia disposta ad accoglierli.

Penso che quest’anno porgerò i miei più sentiti auguri alle persone che sbarcando a Lampedusa, vengono accolte come animali. La notizia dell’altro giorno mi ha riportato alle immagini raccapriccianti di uomini incappucciati in piedi sulla sedia, con i fili elettrici attaccati alle dita delle mani, o quelli denudati, con i cani a due millimetri dal viso che mostravano inferociti i denti, e i soldati americani che a Abu Garib si divertivano a terrorizzare, umiliare, picchiare persone braccate e trattate come bestie, e neanche alle bestie bisogna fare cose del genere. I miei amici italiani mi dicevano: che vergogna questi americani. Perché anche io, essendo diventata cittadina americana, sono (nel bene e nel male) in parte responsabile di quello che i miei fellow Americans fanno. Avevo colto questi commenti con un profondo senso di colpa, con una vergogna nei confronti di questo Paese mai conosciuta prima. E adesso con Lampedusa, l’orrore si ripresenta, intatto. Ecco, l’augurio mio è che queste cose ci facciano sempre inorridire a tal punto da trovare in tutti noi l’energia di reagire, di fare qualcosa. Di mettere il nostro calice di prosecco da parte e sensibilizzare, denunciare, raccontare, divulgare.

Oltre alla sorte tremenda degli immigrati (e forse perché è una cosa che tocco con mano quotidianamete), mando i miei più sentiti auguri anche ad altre persone che non hanno modo di reagire a sopraffazioni disumane. Parlo del numerosissimo esercito silenzioso di persone autistiche, con altri handicap, o delle persone anziane. Penso a tutti quelli che non hanno voce e vengono spesso emarginati, a cui non vengono offerti i servizi necessari per vivere dignitosamente: sono i vulnerabili, che incontriamo dappertutto, che fissiamo sulla metropolitana, e toccandoci le palle sotto il cappotto, ci diciamo per fortuna non sono così. A loro un augurio speciale, da parte mia, mamma sempre all’erta come lo sono io con il mio Lucaccino, che si presenta al mondo con un sorriso enorme, con il suo istinto di abbracciare un po’ troppo forte, di sedersi sulle ginocchia e chiedere di cantargli la canzoncina.

L’augurio che lui e quelli come lui trovino nel loro percorso di vita persone disposte a decodificare il loro linguaggio silenzioso, ad accogliere il loro sguardo indiretto, ad apprezzare i loro modi diversi di stare al mondo, a cui poter insegnare la purezza della semplicità.

Ecco, adesso che vi ho fatto andare il panettone di traverso, vi abbraccio forte e auguro a tutti noi di continuare a reagire. Vi abbraccio,

Marina

1 commento:

  1. tutto vero, proprio per questo vorrei ibernarmi dal 23 dicembre al 7 gennaio e non dovermi sobbarcare tutti gli annessi e connessi delle feste, mi spiacerebbe un po' per la parte religiosa , ma recupererei dopo......

    RispondiElimina