Elogio alla follia (cit.)





Leggo su Facebook che Carla Ravaioli è morta da sola nel suo appartamento a Roma, e che nessuno si è accorto della sua morte per un bel po’ di tempo. Ammetto senza vergogna la mia ignoranza: non conosoco né Nerina Garofalo, e cioé la persona che ha messo su Facebook l’articolo uscito oggi sul manifesto, né (e forse, senza togliere nulla a Nerina, fatto ancora più grave) Carla Ravaioli. Scopro da wikipedia (si, lo so...) che avrei invece dovuto sapere di lei: donna di sinistra, attiva nel movimento femminista, giornalista, donna con le palle. Di quelle importanti, insomma.

Non conoscendo né l’una ne l’altra, però, la mia mente è andata subito da un’altra parte e mi ha fatto pensare che con tutte le sfighe che mi sono capitate e con chissà quante altre me ne capiteranno, una cosa è certa: io da sola non morirò mai. Lo dico perché io, che ammetto apertamente e senza vergogna la mia follia, non mi sento mai da sola.

Dan si impressiona ogni volta che lo dico, e infatti ci vuole una buona dose di vino dentro di me prima di ricordarglielo, ma io ho questa cosa qui che sento sempre la presenza fisica attorno a me di persone. Mi capita sempre: ho avuto conversazioni con Malcom X, Obama, Eugenio Finardi, le mie sorelle Anna, o Renata, o Serena, Jouaquin Phoenix, la mia terapista di New York, il mio migliore amico Richard, Vinicio Capossela, mio cognato Mario, i miei genitori, il maestro di terza elementare di Sofia (quello figo con la coda di cavallo), Pertini, il mio professore universitario, la persona che ho visto sulla metropolitana con i capelli verdi, il Giorgio Terruzzi, Nelson Mandela, Indira Gandhi. Sono conversazioni immaginarie eppure reali come è reale il mio mignolo sinistro. 

Sono stata un po’ con tutti quelli che mi vengono in mente al momento, che hanno voglia di due chiacchiere, insomma, e non importa che siano vivi e morti. Non importa, perché non definisco le persone per come sono fisicamente, ma per la loro mente, la loro presenza, che vola via come una piuma e va qua e là, senza bisogno di un invito o passaporto o robe del genere. Per cui, grazie a dio (con cui fino ad ora non ho mai parlato), loro sono anche qui, senza il loro corpo eppure ovviamente a casa mia a Cambridge, mentre mi metto la crema la mattina che la mia è una pelle secchissima e poi prude, o mentre ingrano la prima e vado, o mentre taglio la cipolla per il soffritto.

Un po’ come i social media: Facebook, Twitter, Whatssup, tumblr: sono tutti strumenti per non farci mai sentire soli, per darci l’illusione che ci sia sempre qualcuno da qualche parte ad ascoltarci, a risponderci, a immmaginarci. Non c’è niente di fisico in queste nostre relazioni quotidiane, eppure possono a volte diventare intense, personali, reali. E sono sensazioni che abbiamo quotidianamente con le persone che pensiamo ci stiano attorno, ma che invece sono lontane. Sono relazioni che esistono solo se abbiamo l’elettricità che disseta il nostro computer, o un modem che dà vita al nostro account internet.

Non ricordo di essermi mai sentita sola, e non lo dico per vantarmi, anzi: credo che sarebbe bello invece non avere sempre qualcuno lì che ha voglia di chiacchierare, o di sapere come sto, o di vedere la mia casa, o di bere un caffé. Immagino che a volte sia anche bello farsi le proprie cose da soli e via. Senza impegno. E se si inciampa, o si sbaglia a parcheggiare, o scappa una scorreggia o un rutto non bisogna sempre un po’ vergognarsi.

Ci sono delle persone che mi dicono di avere sempre un fischio nelle loro orecchie, forse a causa della musica troppo alta ascoltata per anni. Un rumore che non li lascia mai. Io che il fischio non lo sento, li capisco comunque perfettamente, perché per me è un po’ la stessa cosa, ma invece del fischio, io accolgo le persone che sento, amici o no, vivi o morti, e ci facciamo una bella chiacchierata insieme.

È una sensazione talmente forte che a volte non ricordo se è avvenuta veramente, e parlando con mia mamma o con una sorella o con Dan, o con Richard, sono certa di parlare di qualcosa che sanno già. E invece è tutto nella mia testa, e devo stare lì a ripetermi.

Beh, insomma: oggi quando Nerina ha condiviso l’articolo della morte solitaria di Carla Ravaioli, io per un attimo ho sperato che magari anche lei non fosse poi morta da sola. È solo che è difficile, a volte, dover spiegare queste cose.

Adesso poi se viene a farmi compagnia, glielo chiedo e poi vi dico.


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