Davide e Golia, revisited






Non sono certamente la prima, e non sarò senza dubbio l’ultima, a pensare alla storia di Davide e Golia come a una metafora per spiegare il forte impatto che ha l'atto di sbalordire le persone comportandosi diversamente da come ci si aspetta. 

Per chi non ha voglia di concentrarsi, ricordo che Golia era un gigante, pieno di armi e di cattive intenzioni, che fu scelto dai filistei per sfidare il popolo ebraico: era il loro guerriero più forte, armato fino ai denti e avrebbe combattuto contro la sua controparte ebraica per stabilire (già allora) chi fosse il capo di chi. Il popolo ebraico non aveva nessuno della stessa stazza da proporre e nessuno osava farsi avanti, tranne un pastore piccolo e senza bombe a mano nascoste nella giacca. Lo lasciarono andare a combattere contro il gigante con dei sassi nello zainetto, mentre tutti i bookmaker della zona si vedevano già ricchi e famosi. E invece Davide sorprese Golia e tutti gli spettatori, e con cinque pietre e la forza dell’astuzia, ma non con la forza fisica, gli spaccò la fronte e gli tagliò la testa (che schifo). Caravaggio ce lo fa vedere, Davide tutto contento con la testa grondante di sangue del povero Golia.

È, come spiega Malcom Gladwell nel suo ultimo libro, che s’intitola David and Goliath (per decenza non traduco) la spiegazione più antica del potere che ha l’atto di cogliere una persona o una situazione di sorpresa, atto che potenzialmento può farci vincere contro i giganti anche se siamo piccolini.

Il mio gigante, pensavo mentre ascoltavo Gladwell leggermi il suo libro, si chiama autismo. È entrato nel dna di mio figlio come uno spirito maligno quando ancora Luca non era che un embrione, senza braccia, senza gambe e senza le forze per combatterlo. Il gigante è diventato negli anni sempre più grande, sempre più potente e opprimente.

Per capire come fare ad affrontare questo Golia spaventoso, ho osservato per anni altri piccoli Davidi che avevano a che fare con lo stesso mio gigante: quasi tutti lo affrontavano con rabbia, convinti dell’idea che un giorno sarebbero riusciti a sconfiggerlo, a tagliargli la testa. Lo studiavano in modo oosessivo, osservandolo da lontano, cercavano di trovare nella vita di tutti i giorni la causa della forza distruttiva del loro Golia: a volte era il glutine, a volte le vaccinazioni, a volte era il poco amore della madre, a volte era colpa dei rifiuti tossici. E questi piccoli Davidi sbraitavano alle televisioni, cercavano disperatamente dei dati scientifici che provassero la loro tesi, diventavano violentemente anti qualcosa, e chi non era dalla loro parte non aveva capito, non aveva il privilegio di capire, come loro, che il gigante si combatte così. C’era chi si faceva pagare cifre immorali per fare dei massaggini alla cute (loro dicono al cranio), o per creare diete improbabili, a volte dannose, pur di abbattere e massacrare il gigante. Ma, almeno finora, nessuno di loro è riuscito a combattere nulla, se non le loro paure, senza riuscirci bene.

Io osservavo la battaglia di queste persone, leggevo le loro interviste, compravo i loro libri, andavo a far fare i massaggini a mio figlio con il libretto degli assegni nella borsa, e sia lui che la terapista godevano. Ma poi con il tempo ho capito che io non sono una da corpo a corpo, non avrei mai potuto o voluto passare la mia vita a cercare di ammazzarlo, questo benedetto autismo. Per me diventare un guerriero come quei genitori era un modo egoista e anche offensivo per spiegarci, in poche parole, che loro un figlio così non lo volevano, ne volevano uno di quelli normali, e che quello spirito maligno doveva in tutti i modi essere esorcizzato. Avrebbero combattuto tutta la vita: erano convinti che fosse una battaglia nobile, che si doveva combarrere. Loro, scongiuravano nelle loro conferenze, ce l’avrebbero fatta.

Dopo aver ascoltato, letto, osservato e pagato una valanga di soldi ho capito a poco a poco che forse l’arma più potente è quella più imprevista, meno ovvia e cioè l'arma della sorpresa e ho cominciato a volergli bene, al mio Golia, perché era semplicemente una parte di mio figlio, come lo erano i suoi capelli stranamente biondi e il suo corpo super flessibile e le sue mani, un po’ piccoline: anche loro (Luca e il suo autismo) avevano i loro giorni buoni e meno buoni; le loro canzoni preferite, l’odio per la carne rossa. Anche loro volevano essere coccolati, e anche se un guerriero tanto forte e coraggioso non dovrebbe farlo trapelare, anche loro avevano, a volte, paura.

Io gli voglio bene, al mio dolce Golia, Luca senza di lui sarebbe un altro Luca, magari anche lui simpatico e dolce, ma non sarebbe quello che piace a me. Golia rende Luca il mio Luca, e gliene sono grata. A poco a poco il gigante pauroso che si era impossessato del dna di Luca quando era ancora un embrione è diventato negli anni non solo innoquo, ma anche un maestro di vita: ha insegnato a me e alla mia famiglia il potere dell’accettazione, dell’empatia e della bellezza che c’è in una famiglia stramba ma piena d’amore.

Mi sento, a volte e di nascosto, esageratamente davidesca.

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