Nebraska





Situazione tipo: sei in una casa isolata, nei boschi, sola (con due cani), e non hai portato il lavoro a maglia. Il libro, dopo averne letto un centinaio di pagine, comincia a consigliarti di fare altro. Cosa fai? Se hai una sorella, Anna che ti dice su Facebook che sta andando al cinema a vedere Nebraska, fai questo: guardi gli orari del cinema a quaranta minuti dai boschi, nel paesino dove tutti si credono alternativi perché c’è ancora un negozio di dischi. Nebraska: 16:10. Doccia, crema e vai.

Mi siedo su una poltroncina di una fila a sinistra, dove ci sono due persone, entrambi senza compagni. Dietro, davanti e nelle file dall’altra parte del corridoio l’età media è sulla settantina. Neanche oggi cucco, mi dico spegnendo il telefonino. Va bene anche così, considerato quel sant’uomo di marito che mi ritrovo, rimasto a due ore di distanza con tre figli (due adolescenti, di cui uno autistico, e l’altra che ha mollato il moroso, e una bimba geniale ma logorroica di sette anni).

Inizia il film. In bianco e nero, ah non lo sapevo, penso sparandomi in bocca l’ennesimo popcorn esageratamente salato (colpa mia). Mi sono dimenticata di comprare l’acqua e i tipi dietro continuano a parlare. Poi due ore eccezionali, strabilianti, emotivamente devastanti e potenti. Esco, e la prima cosa che faccio è fermarmi in un negozio che vende alcolici per prendermi un ‘six pack’ di birra, come da film.

Nebraska è un film che racconta di un viaggio, tipo Marrakesh Express o Turné, ma invece di milanesi bellocci, ci sono due persone, padre (Woody) e figlio (David), e poi quattro (Kate, la madre e l’altro figlio, Ross) che senza volerlo cercano di scoprire le loro radici e di capirsi.

È un film che mostra un’America diversa da quella che si vede di solito. Anche per me, che sono a tutti gli effetti americana e che vivo qui da più di vent’anni, è un’America straniera. Piena di cielo, di pianura, di desolazione, di solitudine e anche di senso del dovere. Un’America senza emotività. Stoica, ecco. Disabitata, vuota, come vuota è quell’autostrada, senza inizio e senza fine, senza rumori e senza vita. Un’America senza sfarzi, quella veramente deprimente, eppure penosamente realistica. Ad un certo punto del viaggio in macchina (Subaru), un gruppo di motociclisti supera i nostri non-eroi, e mi ha fatto subito pensare a Easy Rider.

È un film con delle figure femminili forti, positive. Mostra poche donne, ma tutte potenti senza menare troppo il torrone (come direbbe il mio amico Giorgio), con in mano la situazione, intesa come tutto. La madre, Kate, che si lamenta sempre del marito e che all’inizio del film sembra scialba, inutile, stupida e invece è l’essenza dell’amore vero, che viene raccontato con un bacio fugace, all’ospedale. Oppure la zia, che cerca di fare conversazione, di essere gentile, ma che, come direbbe mia madre, è come scopare il mare. O la ex fidanzata di Woody, che si capisce che da giovane era bella, e che racconta a David che dopo essere stata lasciata da Woody ha avuto comunque un matrimonio felice, ma che quando vede passare la sua vecchia fiamma con il pick up e il cappello che fa pensare che ha vinto davvero, dal suo viso pieno di rughe riemerge la passione incapsulata negli anni.

È un film che parla di come una pubblicità ricevuta nella posta, ingannevole per natura, possa creare un malinteso enorme. La disonestà becera, che per qualcuno è palese, ma che può scaturire speranze di successo, specialmente tra chi non sa (o non vuole) discernere il falso dalla realtà. Il potere della disinformazione sembra essere il motivo ricorrente del film: si presenta all’inizio della storia, quando Woody riceve la pubblicità che gli annuncia di aver vinto un milione di dollari, e viene enfatizzata quando gli abitanti del suo paese d’infanzia e i suoi famigliari pensano che sia vero, e cominciano a chiedere soldi, a rivangare il passato. Insomma, la disinformazione allo stato brado, come allo stato brado è Hawthorne, il paese in cui si sviluppa la maggior parte del racconto.

È un film che parla di rivincita, per Woody. Una rivincita nei confronti dei fratelli di Woody, nei confronti della sua infanzia, triste, che quando da piccolo entrava nella stanza dei suoi genitori veniva picchiato, nei confronti degli ‘amici’ che lo considerano un buono a nulla, nei confronti del suo figlio maggiore, che pensa che non sia altro che un alcolizzato, nei confronti di Kate, la moglie, che pensa che sia un rompicoglioni, nei confronti di David, il figlio minore, che, come Woody, non sa mai dire di no, e nei confronti di noi, il pubblico, che iniziamo a vedere il film in un modo e finiamo con le lacrime agli occhi. Woody alla fine ha vinto molto di più di un milione di dollari: ha vinto la sua reputazione, e il riconoscimento di tutti.

E poi è un film senza fronzoli, senza sentimentalismo, con poco dialogo. Una delle scene a mio parere più forti è quella che mostra Woody e i suoi fratelli davanti alla televisione: per un tempo infinito nessuno parla, e quando uno dei fratelli chiede all’altro della macchina che aveva negli anni ‘70, le risposte sono spesso monosillabiche, e subito si ritorna a guardare la televisione in silenzio.

Insomma, è un film con dentro tantissimo: tanta America senza Hollywood, tanta vita famigliare spiegata perfettamente, tanto spazio e soprattutto un’enorme e inaspettata dose di tenerezza.

E per tutti questi motivi non vincerà mai l’Oscar. Per fortuna, dico.

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