Beck in pink, tra orsi e l'Italia







Siccome abbiamo i biglietti per andare a vedere Beck stasera, che suona a circa due ore da Boston, abbiamo deciso di fare una mini vacanza, senza considerare che:
1) siamo in cinque
2) abbiamo due cani e
3) oggi gioca l’Italia.

Per il problema numero uno c’è poco da fare, e lasciarli in autostrada non è mai una bella cosa. Avendo deciso di stare in due paesini diversi, abbiamo prenotato due alberghi e almeno il primo era praticamente un appartamento con due camere da letto, per cui mentre Emma guardava il Disney Channel che farebbe impazzire anche il Budda, e Luca ascoltava incessantemente la stessa canzone, che Ghandi avrebbe preso un martello e ridendo avrebbe distrutto l’iPad, io Dan e Sofia abbiamo potuto stare di là a farci i fatti nostri. Ad un certo punto della serata sono andata fuori a fumare, e ho diviso i miei tre minuti con un orso nero, che si stava ingozzando di pattumiera a venti metri da me. A quel punto, tra il Disney Channel e l’iPad, ero pronta a tutto, anche all’orso.

Il secondo albergo è invece più impegnativo, perché è una stanza normale d’albergo. Abbiamo posto tutte le nostre speranze nei tappi per le orecchie che Dan ha comprato quando è andato a prendere una bottiglia di vino, che al limite ci ubriachiamo.

Per il problema numero due, cioé il problema canino, abbiamo chiesto alla sorella di Dan, che ha già due cani e che lavora tutto il giorno, ma fortunatamente vive in campagna, in una casa con giardino incorporato, per cui ha detto no problem. Santa donna.

Per il problema numero tre, l’Italia che se perdono tornano a casa, c’erano poche soluzioni, perché qui in America non molte persone sono interessate al calcio, e le poche che lo sono seguono soprattutto la squadra degli Stati Uniti. Avremmo deciso come fare durante la colazione, visto che eravamo tutti affamati. Il ristorante, sull’autostrada e di fianco a un benzinaio, dal di fuori è di legno dipinto di bianco e rosa. I proprietari decisero negli anni Cinquanta, di mettere due tavolini fuori, per chi vuole assaporare il caffé sul ciglio dell’autostada. Entriamo, tutti e cinque in fila come delle persone normali. L’iPad di Luca continua imperterrito a proporre la stessa canzone dal giorno prima. Ci accoglie l’unica cameriera, la prima americana in vent’anni che noto avere i denti storti. Ci dice di sederci dove vogliamo e scegliamo il tavolo più grande. 

Mi siedo tra Emma e Sofia e osservo il design: rosa, con il pavimento di piastrelle di linoleum rosse e bianche. Una parete, invece del rosa, propone una carta da parati a righe nere e bianche e con fiori sparsi (rosa). Ci sono due clienti: una coppia di cinquanta chili più di quello che dovrebbe essere, e un signore senza denti davanti con la maglietta (stranamente rosa), che ci fissa come se fossimo un film interessante. Con un figlio autistico siamo abbastanza abituati a persone che ci fissano. Io e Dan ci guardiamo e sorridiamo.

Arriva la cameriera con cinque menù, anche loro come il resto del posto identici dai primi anni Cinquanta, e ci chiede cosa vogliamo bere: latte al cioccolato per Luca, caffé per me, limonata (rosa) per Emma e acqua per Sofia e Dan: spero che il signore in rosa sia d’accordo con le nostre scelte, non vorrei rovinargli il film. Poi ordiniamo da mangiare e la somma delle calorie supera di gran lunga quella di una settimana di una famiglia normale italiana, sei mesi la somma delle calorie di una famiglia africana. Bacon, omelette con formaggio, patate fritte, pancakes, pan carré inzuppato nelle uova e spruzzato con la cannella e coperto di sciroppo d’acero, che per chi non lo sa è dolcissimo. Il pane che arriva è tostato e pre imburrato. Mentre lo addento sento il mio colesterolo alto ridere di gusto, felice di avere ancora una volta vinto lui.

Il programma per guardare la partita è il seguente: c’è una birreria che offre anche da mangiare (ma non avremo fame per altri due giorni), che ha tre televisori e sicuramente uno fa vedere la partita. Mangiamo quasi in silenzio quasi con un senso di colpa nel confronti della nostra salute. Poi, per esagerare, esco a fumare.

Il signore con la maglietta rosa esce anche lui, e lo vedo accendersi una sigaretta. Mi fissa: cazzo vuole? mi chiedo aspirando il primo tiro. Faccio finta di controllare qualcosa sul telefonino, fumo in fretta e rientro. Rientra anche lui e sulla porta mi fa: “Lo sa vero che fumare fa male?” Poi sorride senza nascondere la mancanza di sei denti davanti. Adesso tocca a me fissarlo: con gli occhi e con il mio corpo pieno di grassi gli dico di andare a cagare, ma con la bocca sorrido.

Paghiamo e, uno alla volta, con la colonna sonora proposta da Luca, usciamo. Arriviamo finalmente alla birreria, dove la televisione, enorme, propone un’importantissima partita di golf. Forse, vista la terribile partita giocata dai nostri connazionali, sarebbe andato bene anche così. Poi però il mio nazionalismo che viene fuori ogni quattro anni ha la meglio su di me, e chiedo di cambiare canale. Rimaniamo in birreria tutto il tempo della partita: all’inizio del secondo tempo sorseggio una birra sperando di annegare le mie pochissime speranze di un gol da parte nostra. Invece cartellini rossi, morsi, e una partita giocata malissimo.

In macchina, io, in silenzio piango: non per l’Italia che ha perso, non per il grasso che sta diventando per sempre parte di me, non per la canzone, sempre quella, proposta da Luca, non per il fatto che dovrò dormire con i tappi nelle orecchie per non doverla ascoltare tutta la notte.

Piango perché io Beck non lo conosco neanche, ma tutti mi dicono che sono fortunata ad avere i biglietti. Sono io che come al solito non so cogliere la mia fortuna. Dan mi guarda e mi sorride, perché invece lui ha capito, e a questo punto fa sorridere anche me.



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