Riflessioni sui miei tre mesi in ostaggio




Allora, oggi è mercoledì, il ché significa che tra sei giorni Luca, Sofia e Emma, che mi tengono in ostaggio da giugno che neanche le Brigate Rosse, vanno a scuola, e diventano problema di qualcun altro.

In questi mesi di prigionia ho provato un sacco di emozioni: sono stata contenta, incazzata, triste, vogliosa di compagnia e di solitudine, abbandonata, soddisfatta, ingrassata, assonnata. Ma soprattutto perplessa.

Perplessa per il fatto che a 46 anni ancora mi venga imposta una pausa di tre mesi e che si prenda per scontato che io abbandoni la mia routine, il mio lavoro, i miei cazzi per stare con i figli. Non è colpa di nessuno, non direttamente almeno.

Siamo in cinque, e Dan è quello che lavorando porta avanti la famiglia economicamente, non facendoci mai mancare nulla. Non ama il suo lavoro, che dice essere un suicidio dell’anima, ma lo fa perché ha messo al mondo tre figli e ha sposato una persona compulsivamente istintiva, che lo convince a spendere soldi in cose assurde, tipo una seconda casa, un secondo cane, una seconda macchina. Tutte cose inutili. Per cui è ovvio che lui non può prendere tre mesi di ferie e stare a casa con i figli. Anzi, ha solo poche settimane (due, credo) per le ferie, che però non può prendere consecutive che altrimenti lo cazziano.

Siamo in cinque, e Luca ha bisogno costante di essere seguito, compito che può essere fatto da pochissime persone al mondo: me o Dan, la sua terapista (che ha dato le dimissioni a giugno) e le sue insegnanti a scuola. È per il fatto che è un ragazzo molto complesso, non ha sviluppato il senso del pericolo, non è in grado di andare in bagno da solo, e quando ci va, accompagnato, ha bisogno di essere pulito perché non è capace. Ha, insomma, un sacco di bisogni primari, roba che può essere gestita da persone che se ne intendono.

Siamo in cinque e, mentre Sofia è assolutamente come non averla, Emma, che ha sette anni, è un martello pneumatico. Potrebbe essere considerata come tortura: mettono una persona sospetta in una stanza chiusa con Emma che gli racconta di questo e di quello, e lui dopo un’ora confessa tutto, anche quello che non ha mai fatto. Mi sto informando per un bel campo estivo per lei a Guantanamo per l’anno prossimo, che tanto non lo chiuderanno mai quel lager tremendo.

Siamo in cinque e siamo dall’altra parte del mondo rispetto a un possibile aiuto famigliare. Non sopporto le persone (tante) che danno per scontato l’importanza dei nonni e o degli zii. Io, in diciotto anni di vita da genitore, non ho mai avuto un aiuto in quel senso, se non poche volte e di controvoglia, e se potessi averlo la mia vita sarebbe completamente diversa. Chissà, magari avrei anche una carriera.

Siamo in cinque e non mi ricordo quando e perché, ma da subito io e Dan abbiamo stabilito che sarebbe stato lui il breadwinner, cioé quello che porta a casa la pagnotta. Io sarei stata quella che si occupa di tutto il resto. Avrebbe dovuto essere una cosa di qualche anno, se non fosse stato che Luca poi è nato come è nato e io sono rimasta a casa.

Insomma, siamo in cinque e siamo in tanti. E a me girano i maroni, tanto per cambiare. Dan comunque lo sa, che da martedì prossimo, da quando cioé inizia la scuola, io mi licenzio da mamma a tempo pieno. 
Fino a giugno dell’anno prossimo.




2 commenti:

  1. La capacità di scrivere in un modo tale per cui chi legga si sente quelle parole addosso come un vestito fatto su misura non è dote comune.
    Funziona esattamente così.

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  2. Da trimamma senza grandi aiuti familiari non posso che solidarizzare sorella.
    -14 all'alba...

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