Sulla volta che il parrucchiere mi ha toccato le tette




Ogni donna ha una storia di abuso o di violenza: c’è chi racconta che le hanno palpato il sedere in metropolitana, chi è stata umiliata verbalmente, chi si è trovata in situazioni che l’hanno spaventata, cambiata, fatta sentire addirittura in colpa. La violenza contro le donne non vuol solo dire un occhio nero o uno stupro. A volte basta molto meno.

Io di storie del genere ne ho due o tre, ma la prima è quella che più mi ha segnato.
Avevo undici anni, ero a casa con i miei genitori, ma toccava me andare a portare fuori Druscia, il cane dei miei zii che non erano a Milano. Le ho messo il guinzaglio, ho preso l’ ascensore, sono uscita dal portone e ho fatto il giro della casa tranquillamente. 

Al ritorno, faccio per suonare il citofono, ma il parrucchiere sotto casa, che conoscevo da sempre, lo aveva già aperto con la sua chiave. L’ho salutato e siamo entrati insieme. Sono andata a prendere l’ascensore e mi sono accorta che lui mi seguiva. Mentre aspettavamo che l’ascensore arrivasse a pian terreno, si è messo di di fronte a me, a tre centimetri dalla mia faccia, e mi ha detto che ero bella, che voleva portarmi a fare un giro in macchina, solo io e lui. Io mi sentivo paralizzata dal terrore. Poi ha alzato una sua mano e mi ha toccato le tette, che non avevo neanche. Druscia era seduta di fianco a me non ha colto il mio panico. L’ascensore è arrivata, io l’ho aperta con uno slancio e sono scappata di sopra.

Mi sentivo sporca, mi sentivo come se fosse stata colpa mia. Mi sentivo che se un adulto che avevo sempre visto in vita mia aveva fatto una cosa del genere, voleva dire che in fondo ero io che me l’ero cercata. Avevo paura di avere interpretato male: magari voleva davvero solo fare un giro in macchina. Voleva solo sfiorarmi, quasi per sbaglio. Mi sentivo in pericolo. Non sono uscita di casa per settimane se non accompagnata, e quando lo vedevo anche da lontano mi venivano degli attacchi di panico.

Sono entrata in casa e ho cominciato a piangere. I miei genitori mi hanno subito chiesto cosa fosse successo, e io ho raccontato. “Adesso lo ammazzo”, ha detto mio padre, rosso di rabbia. “No, ci penso io”, ha risposto mia madre quasi calma. Ha preso l’ascensore ed è scesa. Io non volevo che dicesse niente perché avevo paura che se lo avessi incontrato ancora mi avrebbe sgridata, o fatto male.

Nel negozio di parrucchiere c’erano le solite clienti: qualcuna era sotto il casco, qualcuna stava leggendo Chi e qualcuna si stava facendo lavare i capelli. Il porco era lì in piedi; ha visto mia mamma e l’ha salutata cordialmente. Mia madre si è appostata nel bel mezzo del negozio e prima si è rivolta alle clienti: “Questo è un porco schifoso!” e ha raccontato quello che era appena successo. Poi si è rivolta al parrucchiere: “Non si permetta mai più di parlare a mia figlia o la denuncio!” Le signore, allarmate, hanno ascoltato il racconto di mia madre. Qualcuna è uscita con i capelli bagnati. Altre sembravano scandalizzate. Dopo due mesi il negozio ha chiuso.

E ancora adesso non prendo più l’ascensore se c’è un uomo che l’aspetta con me. Ancora adesso ho paura di essere in un qualsiasi posto chiuso con degli uomini che non conosco, o che conosco ma non bene.

La mia parrucchiera è una donna.


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