Lettera di scuse a Claudia Pinelli




Cambridge, 12 dicembre, 2014





Carissima Claudia,

mi ricordo benissimo il giorno che ci siamo conosciute. Tu eri venuta alla presentazione del mio libro in via Vitruvio. Io ero lì con il mio amico Giorgio e con Cochi e insieme abbiamo parlato di mio padre, di quella Milano ormai quasi antica. Io ovviamente avevo un gran magone. Tra il pubblico c’erano tante persone che conosco bene, e anche tante facce nuove. C’era anche, mi ricordo, Gherardo Colombo, un caro amico del Giorgio che poi è diventato anche amico mio. Stefano Vergani suonava la sua chitarra, come sempre benissimo.

La presentazione è andata bene, e quando è finita, mi sono messa a chiacchierare con un po’ di amici. E ad un tratto ti sei presentata: sono Claudia Pinelli. Pinelli, come Pino Pinelli, come storia della Milano di cui stavamo parlando, ma quella che non faceva ridere per niente. Mi ricordo che mi è venuto subito il batticuore, che ti ho abbracciato e ti ho sussurrato grazie. 
Ricordo di averti scritto appena dopo esserci conosciute, e aver condiviso con te l’emozione di quella prima sera. Ti dissi che un po’ eravamo sorelle.

Poi sei ritornata ad ascoltare i miei ricordi di Jannacci sul palco della Smemoranda, e ancora ci siamo abbracciate forte. Grazie ancora per il tuo entusiasmo nei confronti del mio lavoro, che poi non sono che parole buttate lì. Tu le ascolti, e la cosa mi rende orgogliosa, credimi.

In un certo senso io e te abbiamo molte cose in comune: un papà simbolo di una Milano ormai sparita, una mamma forte, che ci ha cresciute malgrado il dolore fortissimo. E un buco incolmabile, che si sente a tavola, che si sente la mattina a colazione, che si sente in macchina, ai compleanni, a Natale, la domenica. Un buco che in un certo senso ha caratterizzato quello che siamo diventate. Poi il tuo papà aveva 41 anni, il mio 42: erano ragazzi tutti e due. Due vite spezzate sul nascere, quasi.

Solo che per te, per tua sorella e per tua mamma il buco è ben diverso, perché di fianco ci sono altri buchi, altrettanto incolmabili: quello dell’ingiustizia sociale, quello della violenza con cui il tuo papà è morto, quello delle bugie, quello dei colpevoli che non si sono mai trovati. Non riesco neanche a immaginare cosa si possa provare quando si sa che quel tuo buco intimo, casalingo, è stato scavato dalle forze dell’ordine, e ulteriormente allargato da sentenze sbagliate, da testimonianze false, da chi dovrebbe stare ‘dalla nostra parte’. La rabbia che tu e Silvia e la tua mamma dovete aver provato e sicuramente provate ancora deve essere difficile da contenere. Scaraventate in una storia tragica, in tutti i sensi, che ha mostrato un volto di noi italiani che è orrendo, di cui vergognarsi.

Ho letto e riletto il libro che tua mamma, Licia e il nostro amico comune Piero Scaramucci hanno scritto insieme, Una Storia Quasi Soltanto Mia. Solo il titolo fa pensare. È un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole, a mio parere, per ricordarsi su che tipo di fondamenta traballanti è costruita la nostra ‘democrazia’. Anch’io ho imparato tante cose, ma soprattutto ho fatti miei il vostro coraggio e la vostra forza di andare avanti comunque, a testa alta, alla ricerca di giustizia, ma anche alla ricerca di una normalità, anche quella strappata da voi tutte. Un po’ l’ho vissuta anch’io quella smania di vivere una vita quasi anonima, sia per la morte di mio padre (“Ah, sei la figlia di Beppe Viola?”) che per la nascita di mio figlio (“ Ah, hai un figlio autistico?”).

Ho scoperto leggendo il libro che mio padre e Jannacci si presentarono a casa vostra quando vennero a sapere dell’uccisione di tuo padre, vennero a darvi il loro supporto. Ecco, io vorrei riprendere, oggi che è il 12 dicembre per la quarantacinquesima volta, da quel loro gesto, e porgerti le mie scuse, da cittadina italiana.

Scusa se il nostro Paese non ha ancora saputo rendervi la giustizia che vi meritate.

Scusa se sono spariti gli atti giudiziari.

Scusa se alcuni italiani ancora credono alla storia del malore, alla storia del suicidio.

Scusa se non siamo stati capaci, nessuno di noi, di trovare chi sappia e di fargli dire la verità.

Mi vergogno come un cane che sia ancora una faccenda aperta.
Ti sono vicina, e ti abbraccio forte.

Tua,

Marina

3 commenti:

  1. Da cittadino italiano, seppure mio malgrado, non posso che associarmi alle scuse.

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  2. Cara marina, Cara Claudia, ho vissuto quegli anni a Milano, sono andato, molti anni dopo, a cercare la tomba di Pino a Carrara.era un modo di chiedergli scusa per non essere riusciti, ribelli vinti, a ristabilire la verità. Grazie Marina, scusa Claudia.
    Roberto

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  3. 12/12/69-12/12/16
    "Franco Baresi è ormai il miglior libero italiano, esclusi naturalmente Freda e Ventura" (Beppe Viola)
    Mori

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