Poesia sull'attesa all'aeroporto, ovvero: le ultime ad uscire






Prima è uscito un gruppo di architetti,

poi quello che malgrado le sei ore di fuso orario e le nove di volo si sentiva fresco come una rosa,

poi quello che legge tutto i cartelli tenuti in mano dagli autisti per cercare il suo nome,

poi quella che credeva di essere atterrata in un’altra città,

poi quello che aveva passato le otto ore del viaggio a bere bloody mary e traballava, felice,

poi quello che si era dimenticato di mettere via i passaporti,

poi quello che dice alla moglie: seguimi, io so cosa fare, ci sono già stato in questo aeroporto,

poi quello che non parla inglese,

poi la mamma con tre bambini, uno sul passeggino, uno in braccio e uno che frigna, che cerca il marito tra la folla di quelli che aspettano, ma che non c’è perché è in ritardo,

poi la fidanzata con il rossetto,

poi quella con tredici valigie tutte dello stesso colore (fucsia),

poi quello che si era messo le infradito anche se ci sono meno otto,

poi le hostess, tutte fighe,

poi un gruppo di studenti che parlano a voce alta,

poi quella sulla sedia a rotelle anche se non ne ha veramente bisogno, solo per far scena con i parenti che sono venuti a prenderla,

poi la coppia di amanti, ma sposati tutte e due (con altri), che finalmente possono darsi la mano in pubblico,

poi quello che si ferma nel mezzo dell’uscita, bloccando il traffico,

poi quello che si è fatto mettere il cellophan attorno alle valigie per non rovinarle,

poi quello con la chitarra, o il surf,

poi un sacco di gente che non si nota,

poi quello che aveva un pezzo di carta igienica attaccata alla scarpa e non se ne è accorto,

poi quello che non aveva voglia di arrivare,

poi quelli che dicono che Boston è una città europea,

poi quella che ha la nonna che l'aspetta,

poi quella che l'ha tradito quando era via, e adesso arriva con il suo bel bagaglio di sensi di colpa,

poi quello che è stato via poco e all'andata ha lasciato la macchina al parcheggio dell'aeroporto,

poi quello che lascia la mancia, ma poca perché è il suo mestiere e se avesse studiato di più non sarebbe lì, al tipo (minoranza) che gli porta i bagagli, anche se è solo una ventiquattr'ore,

poi quello che è la terza volta questo mese che mi faccio avanti indietro,

poi quella che dice che adesso stanno esagerando con i controlli,

quello che non ci può credere che l'aereo non si sia schiantato,

poi quelli che l’hanno fatta franca e sono riusciti a portare un prosciutto,

poi quella con il cane disgraziato,

poi quelli che si sono conosciuti in aereo e si stanno scambiando i numeri di telefono,

poi quelli con i sacchetti del duty free con dentro le stecche di sigarette,

poi quello che non ci può ancora credere di essere arrivato, e si guarda in giro tra lo stremato e l'euforico,

poi quello che ha perso la coincidenza.
E poi,

finalmente, 
quando cominciavo a pensare di averle perse o di essermi immaginata tutto, o di aver sbagliato giorno,

sono uscite le mie sorelle.

E dopo i baci e gli abbracci, siamo andate fuori a fumare
poi in macchina. Serena davanti che sennò vomita.




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