Isolamento coatto? Sì grazie





Ce l’ha consigliato mia sorella Serena e si intitola Point and Shoot: è il documentario che racconta la storia di un ragazzo americano cresciuto figlio unico al centro dell’attenzione della mamma e della nonna, che a vent'anni decide, malgrado la sua diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo (si lava le mani spesso e odia lo zucchero) di comprare una moto e di fare il giro del nord Africa. Gira di qua e gira di là, si accorge di essere diventato adrenalina-dipendente e ne fa di tutti i colori. Vi dico solo che finisce a combattere con i ribelli libici contro Gheddafi. Lo sbattono addirittura in una cella d’isolamento per quasi sei mesi.

Questa è mia lettera aperta al suddetto ragazzo.

Caro suddetto ragazzo,

ti scrivo per discutere con te quello che mi hai raccontato, e anche per farti sentire un po' meglio. Figlio mio caro: l’hai voluta la bicicletta? No, perché mi sembra che tu non faccia che lamentarti...

Ti lamenti di essere stato in una cella d’isolamento per sei mesi. Ma magari! Io sono segregata in casa da tre settimane con una neve perenne, un freddo glaciale e se non bastasse tre figli a casa, di cui una (quella logorroica che si annoia sempre), malata. In confronto a me non sei che un dilettante. Vuoi l’adrenalina? Guarda, ti sistemo io, che tra l'altro da Baltimore, dove abiti, non hai neanche bisogno di visti.

Ti lamenti di avere avuto delle allucinazioni: ma sai quanta gente paga fior di soldi e si rovina la salute e la fedina penale per ottenere le stesse cose? Tu lì, invece, tutto gratis. Ma fammi il piacere! Magari le avessi io delle belle allucinazioni...

Prova questo, adrenalina: prova ogni mattina, a inziarla come la inizio io, quando verso le sei e un quarto sento i piedini di Emma arrivare in camera mia, fermarsi a quattro centimetri dalla mia faccia addormentata, tossirmi quattromila germi tossici addosso prima di dire: dov’è il termometro? Darglielo, e scoprire che ha 38 di febbre ancora. Malgrado i 140 dollari spesi per mandarla a un campo di una settimana in cui sarebbe stata dalle 8 alle 17:30.
Perché il mio primo pensiero mattutino è: datemi un ribelle libico, per favore. 

Ma non basta: arriva quasi subito Luca, diciottenne autistico che non crede nell’uso delle mutande, e si presenta con un’erezione che neanche John Holmes, il suo iPad scarico in mano e ti dice: ‘plug it in’. Ti alzi e scopri che il cane ha pisciato per terra; pulisci mentre il marito a far la doccia perché lui, la merda, esce per andare a lavorare. Mi dice, sentendosi giustamente in colpa: ‘coraggio’. Ci vuole molto più coraggio stare qui, credimi, che andare a combattere in Libia o in Siria.

Nel documentario ti lamenti anche che i bagni della prigione sono sporchi. Ma li hai visti i miei? Tu non hai idea, caro ribelle, con che tipo di gente abito io: siamo ancora lì a ricordare di tirare l’acqua, di pulire lo sputo post lavaggio denti, di raccogliere le mutande sporche. Io non me ne accorgo neanche più, e se questo mi prepara per la prigionia, allora, guarda, non mi lamento più!

E poi almeno lì bel rinchiuso nel tuo spazio, da solo, non ti devi preoccupare di niente. Io invece: spesa a meno diciotto, colazioni, pranzi, cene, cucina da pulire tre volte il giorno; bucato (portare nel basement la roba sporca, lavare, asciugare, piegare, riportare di sopra nelle varie stanze); letti da fare; i cani (due) da portar fuori...Ma magari avessi una bella celletta tutta mia, nel silenzio dell’isolamento coatto: mi chiamano per mangiare e pisciare e basta. Nessuno che mi parla, nessuno che mi chiede niente. Il mio tempo è solo mio. Tu non hai idea del privilegio che hai avuto. In silenzio, poi.

Perché il silenzio, dopo tutto questo tempo dietro a Emma malata, è ormai diventato un ricordo lontanissimo: lei non sta zitta un attimo, mai. E quando ti prendi sei minuti per fare una telefonata, lei si piazza come un carabiniere esattamente davanti a te e ti fa il segno delle forbici come dire: ‘hai finito?”  Sono sicuro che le tue guardie ti lasciavano in pace altrimenti che isolamento è se fai amicizia, dico. O sbaglio? 

Ti lamenti, come se non bastasse, di aver avuto paura che si fossero dimenticati di te. Anche lì: personalmente è una cosa che sogno da anni, un’amnesia sociale così che io possa finalmente fare le mie cose senza i sensi di colpa di dover fare prima per gli altri.

Insomma, caro il mio ribelle, ti chiedo soltanto di darmi l’indirizzo segreto del tuo capo in Libia, quello figo con il kalashnikov, che io sì che sono preparata a tutto.

Ti abbraccio e fai il bravo: aiuta tua mamma a far la spesa va là, che l’eroismo è tutto nel resistere al quotidiano.

Marina


1 commento:

  1. E pensavo di aver avuto una settimana pesante! Ogni tanto penso che in galera tutto sommato starei benone, in Italia non ci sono i lavori forzati, devi condividere la cella, è vero, però ti riposi, leggi, hai tempo per te e devi occuparti solo di te. Un paio di mesi, mica per sempre. Tu sei una tosta ragazza bella. Tosta davvero. Resisti, arriverà il disgelo, o la pazzia. Speriamo prima il disgelo. Massima comprensione.

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