Disastri mancati durante un ritorno annunciato





Il cielo sulla Manica ieri alle quattordici e venti era di un blu quasi accecante. Io, con il naso attaccato al finestrino del mio posto in Magnifica sull’Alitalia, ho pensato che fosse un buon segno.

Non ci sono dubbi: tornare a casa dopo giorni ventinove che sono in Italia non è stato facile. Non c’entra niente, ovviamente, l’amore che provo per Dan e per i ragazzi. C’entra, quello sì, che in tutti questi giorni lontano da casa ho fatto una vita completamente autocentrata, passando da una città all’altra, da una libreria all’altra, da uno studio radiofonico all’altro, addirittura da Fazio, a parlare del mio libro. Una vita, lo dico sempre, che ha pochissimo a che fare con quella vera, nel senso di quella qui, con le responsabilità di una famiglia un po’ strana. Ma anche questa volta il mio mese in Italia è finito, ed è proprio questa fine a renderlo così magico, così intenso. Se durasse per sempre perderebbe il luccichio. 

A questo pensavo mentre guardavo quel blu là, ieri pomeriggio: che di questo viaggio fa parte anche il ritorno, anche il vedere Dan all’aeroporto con due fiorellini, che mi trova tra la folla dei miei colleghi viaggiatori e mi sorride. È parte di questo viaggio anche svegliare i ragazzi e baciarli quando sono ancora belli caldi, sotto le coperte, e dir loro che poi domani a colazione chiacchieriamo. È anche farsi saltare addosso dai due cani, increduli di un mio inaspettato ritorno.

Dopo sette ore emmezzo di volo transatlantico, non mi restava che prendere un aereo da New York a Boston (che dura mezz’ora) per arrivare a casa. Tra tutti gli aerei di JFK, che sono tantissimi, si è rotto quello che avrei dovuto prendere io, per cui l’attesa è durata più del viaggio da Milano, con conseguente giramento di maroni mio, che non so perché, ha fatto sorridere il belloccio che viaggiava di fianco a me. Invece delle nove, sono arrivata a casa che era quasi mezzanotte, quando ormai la mia stanchezza aveva fatto una capriola di 360 gradi, atterrando, anche lei, su una botta di energia che avevo tenuto da parte per le evenienze.

Dan, a casa, aveva messo tutto bene in ordine, ma mi aveva confessato di essere un po’ agitato per il mio arrivo, che è sempre un disastro. E io, che il disastro, in questi casi di ritorni, me lo sento crescere da dentro come una scalmana, questa volta, almeno per ora, l’ho rimesso a posto nella sua scatoletta dei disastri, con la speranza che ci rimanga per un po’. Quando ho visto Dan che mi aspettava, infatti, sono subito andata ad abbracciarlo, anche se aveva appena mangiato una testa d’aglio, che credetemi può uccidere qualunque slancio amoroso.

Arrivati a casa, sono corsa di sopra, prima in camera di Sofia, che ho baciato mentre dormiva. Si è svegliata di soprassalto e mi ha abbracciato forte, senza parlare. Poi si è girata dall’altra parte e si è rimessa a dormire. Poi mi sono fiondata da Luca. La sua camera era buia, a parte il suo ormai leggendario iPad che gli illuminava la faccia. Sono entrata e mi sono coricata di fianco a lui. “It’s mummy!” gli ho detto emozionata. “Goodnight. Go away. Bye bye” mi diceva categorico mentre mi stringeva il collo con il suo braccio sottile ma fortissimo. Poi mi ha detto di andarmene davvero, e ho obbedito. 

La camera di Emma è al piano di sopra. Dan, mi aveva detto in macchina, aveva promesso a Emma che sarebbero venuti insieme a prendermi, ma poi per via del ritardo, è rimasta a casa, piangendo. Dormiva quando sono arrivata, sotto le coperte con il pigiama e la vestaglia, abbigliamento con cui avrebbe voluto venirmi a prendere. Era sudata e non si è svegliata neanche quando le ho parlato, per dirle che ero arrivata e che domani l’avrei portata a scuola.

Sono tornata in sala dove mi aspettavano Dan e suo cugino che abita a San Francisco ma è qui per qualche giorno per lavoro. Due chiacchiere e siamo a letto, dove ci siamo addormentati subito. Eravamo tutti felici.

Poi stamattina, quando se ne sono andati via tutti e io ho aperto le valigie per svuotarle, mi ha assalito l’odore del detersivo che usa mia mamma, e ho dovuto mandar giù un bel magone, di quelli grossi.

Ma poi passa, ho ricordato al signor Disastro: non è ancora arrivato il tuo momento.


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