Sogno o son desta?






Ho sempre invidiato quelli che hanno il taccuino sul comodino, con la matita già bella appuntita e alle tre del mattino, svegli ma che poi si riaddormentano subito, ci scrivono i loro sogni. 

Anche perché secondo me i sogni davvero sono le rappresentazioni delle nostre emozioni. Ne sono i registi e gli sceneggiatori. Li concretizzano, facendone un film. Presente quei sogni in cui sembra di essere a casa ma poi è diversa, o in disordine, o con della gente che non c’entra; o (un classico) quelle volte che si è in ritardo, ma ci si accorge che non si è vestiti e non si trovano le mutande, o quando si cerca di telefonare ma non ci si ricorda il numero di telefono? Quei sogni lì sono i film sulle nostre ansie.

Io, modestamente, ne ho molti, di questi sogni E anche, ovviamente, di ansie. La mia vita è alimentata più dall'ansia che dall’ossigeno, non ci soon dubbi. La mia analista di turno, tra l’altro, lo ha sempre confermato.

Insomma, in poche parole: è tutto il giorno che penso al sogno che ho fatto la notte scorsa. Premetto che sono andata a letto verso le undici, spento la luce dopo aver letto per una ventina di minuti il libro (che visto che ci sono consiglio) di Alessandro Robecchi, Questa non è una storia d’amore. Ho spento la luce tranquillissima, mi sono girata sul fianco destro e mi sono addormentata come neanche quella stracciappalle di Biancaneve.

Ho sognato che una donna, una di quelle americane che non so come, ma ti sembra che abbiano sempre ragione anche quando dentro di te capisci che stanno dicendo delle cazzate enormi, mi faceva ripetizioni per non so cosa e mi aveva convinto di diventare la sua compagna perché lei voleva avere un figlio. Io, che non volevo ma non sapevo come dirglielo, le avevo detto ‘no problem’, e lei mi aveva portato in questo posto dove c’erano dei cataloghi dove si può scegliere che tipo di figlio vuoi. Tipo quei libri che ci sono dal parrucchiere che si consultano per vedere che pettinatura si vuole. Lei ne aveva scelto uno che a me sembrava pure bruttino, ma per come sono fatta io, non osavo contraddirla, anzi le dicevo “uh che bello”. 

Questo posto dei cataloghi era in via Zanella, angolo via Lomellina, per cui poi lei ha annunciato che saremmo andate a casa di mia mamma, a un isolato di là e poi a sinistra. Andando ci siamo fermate nel negozio di Giorgio Livi.

Giorgio Livi (questo non è il sogno: è vero) è da mille anni amico di famiglia, milanesone come pochi e spiritosissimo. Aveva iniziato la sua carriera di commerciante facendo il vetrinista in un negozio in via Lomellina quando i miei genitori (e anche lui) erano ragazzi, ed ha finito con aprire negozi molto chic di abbigliamento da uomo e uno anche di attrezzi per il golf. Quattro figli e una lingua diabolica, che non ha mai trattenuto neanche uno sputo, Giorgio era un caro amico di mio padre, ma per mesi non si parlarono perché mio padre, che odiava le persone che se la tiravano, entrò nel suo negozio snob con un sacchetto pieno di merda e chiese a Giorgio, davanti ai suoi clienti, snob: “Scusa, mi sono appena cagato addosso, non è che tu vendi anche delle mutande?” Poi però, anni dopo, il Giorgio fu quello che vestì il corpo ormai esanime di mio padre con il completo più caro del mondo. Vabbé, questa storia non fa parte del sogno, ma è per spiegare della stranezza del fatto che l’americana si fosse fermata proprio dal Giorgio Livi.

Poi ad un tratto eravamo da mia madre. Ma non era la casa che è adesso: c’era ancora la cucina vecchia, quella verde e bianca. La stronza aveva spiegato che io sarei stata genitrice (si dice?) di questo bambino, che sarebbe nato a momenti, a quanto pareva. Mia madre diceva “uh che bello”, ma non ascoltava molto. Dentro di me cresceva l’ansia perché pensavo: “ma io non voglio avere un figlio con questa stronza”, ma ormai capivo che era troppo tardi per tirarmi indietro. Poi la stronza, per aggiungere ansia, disse a mia madre che le doveva trecento dollari per le ripetizioni che mi aveva dato, ma mia madre invece di incazzarsi diceva “Certo, aspetta che te li dò”. 

Poi io chiedevo se papà sarebbe arrivato per cena e la mamma diceva: “Certo, ha appena chiamato e sarà qui a momenti”. Sempre, sempre e sempre nei miei sogni in cui c’è mio padre io lo aspetto, ma lui non arriva. So, però, che sta per arrivare: squilla il citofono, lo sento salire sull’ascensore; l’ascensore arriva, apro la porta per abbracciarlo e in quell'esatto istante mi sveglio. Ormai da trent'anni. Non lo vedo mai. 

E anche in questo sogno non lo vedo: so che sta arrivando, ma la stronza dice che dobbiamo andare. Io, per prendere tempo e per poter vedere mio padre, vado in bagno e mi guardo allo specchio. Con orrore mi accorgo di avere la barba tipo Lincoln: presente? quella con le basettone. E mi dico: “Cazzo, se faccio la ceretta adesso, poi dovrò farmela per sempre. Adesso cosa faccio?”

E mi viene in mente quella volta che, d piccola, avevo preso il rasoio di mio padre e lo avevo usato per farmi la barba, perché per me guardare mio padre farsi la barba era la cosa più bella del mondo. Mia madre mi aveva beccato e mi aveva detto che se mi radevo poi mi sarebbe cresciuta la barba davvero, e ricordo di essere rimasta sveglia tutta la notte con il terrore di svegliarmi la mattina dopo barbuta, e mia madre mi avrebbe fatto andare a scuola comunque. (Anche questa storia è vera, non è il sogno). 

La stronza poi, per tornare al sogno, mi ha chiamato e sono dovuta uscire dal bagno, e nessuno aveva notato la mia barba perché tutti erano felici che mio padre stava per arrivare. Ma la tipa mi ha detto che dovevamo andare, per cui ho ubbidito, senza lamentarmi.

In ascensore la stronza mi ha detto che viveva a Park Slope ma i suoi erano del Montana. Park Slope, per chi non conosce Brooklyn, è la zona più figa, dove ci sono le famiglie che vanno alla cooperativa a fare la spesa, dove la lattuga costa dieci dollari, e dove hanno deciso (grazie a un referendum) che il fois gras non si vende perché povere oche. Anche questa parte, purtroppo, non è un sogno.

Poi mi sono svegliata. Stravolta. Mi sono toccata la faccia, ma la barba non ce l’avevo. 

Però per scaramanzia, dopo il caffé, mi sono fatta la ceretta alle gambe, soffrendo come una bestia.


1 commento:

  1. Wow.
    Secondo me la tua attuale psic scappa nel Montana con Ringo, piuttosto che analizzare il tuo sogno. Se non ne hai una, meglio per lei!
    Scherzi a parte, non si scherza con i sogni.
    Per alcuni mettono a nudo la tua anima o il tuo inconscio, per altri indicano la strada che la tua parte razionale non vuole seguire.
    Per me è chiaro, ti devi candidare alla Presidenza degli Stati Uniti.
    In bocca a Lincoln.
    Elena

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