Treccine, Vietnam e Shmoo (prima del caffè)







Erano le sette e dieci stamattina quando sono stata svegliata dalla telefonata della compagnia del bus di Luca. Dice che Joel, il guidatore, è malato e che avrebbero mandato un altro pulmino, ma non sapeva quando sarebbe arrivato. Con la bocca ancora impastata di sonno, ho borbottato un ‘no problem’. Poi mi sono alzata. Non mi ricordavo che ieri sera, mentre guardavo il documentario sul problema dell’arruolamento militare durante la guerra in Vietnam, mi ero fatta delle treccine ai capelli davanti, per cui quando mi sono vista allo specchio in bagno mi sono un po’ allarmata.

Sono scesa e c’erano ancora tutti: Sofia con la sua bellezza raggiante e i suoi capelli metà rosa e metà non più, mi ha accolto con un abbraccio. Stranamente, perché di solito la mattina è di pessimo umore. È tornata ieri sera da un viaggio di dieci giorni in Danimarca, forse è per quello che è pimpante. Emma ha già sei cose da dirmi, tutte di fretta e tutte importantissime. Alcune contraddittorie, eppure ha pensato che valesse la pena dirle comunque. Luca è seduto sul divano con il suo iPad che suona la solita canzone polacca, che ormai tra poco siamo pronti a invaderla anche noi la Polonia, nella speranza che qualcuno tolga quel video su youtube. “Good morning!”, mi dice con il suo sorriso aperto. Dan è in cucina, pronto per portare i cani. Appena mi ha visto mi ha dato un bacio. “Dormito bene?” mi chiede in italiano.

Sono già tantissime le interazioni avute dalle sette e dieci, e cioé da otto minuti fa, mi dico svitando la caffettiera: non sono ancora oliata abbastanza per questo livello di energia. Dan esce con i cani, Sofia mi chiede i soldi per il pranzo, Emma mi chiede come mai ho tutte quelle trecce, tutto a suon di musica polacca. Spiego a Luca che il pulmino arriverà tardi e che non sarà lo stesso guidatore di sempre. “Good morning to you!”, mi risponde. Va bene così.

Sofia mi ribacia e esce, Dan ritorna, il caffé è quasi tutto su, Emma dice di voler andare  a scuola, ma è prestissimo e a botta sicura le dico: ‘vai a lavarti i denti’: so benissimo che non lo farebbe mai di sua spontanea volontà. Sale in bagno.
Finalmente rimaniamo io e Dan in cucina. Un attimo di tranquillità mentre sorseggiamo, già mentalmente esausti, il caffè. Dan mi racconta che la sua sarà una giornata pesante al lavoro, ma poi stasera va a suonare con alcuni amici.

Dopo qualche minuto escono anche Dan e Emma e in sala rimaniamo solo io e Luca. Il pulmino non è ancora arrivato e richiamo la compagnia che mi assicura che è solo una questione di poco: “ten minutes”. Mi siedo, in pigiama, di fianco a mister Shmoo, che mi prende il collo con fare sicuro. Mi bacia la testa e mi chiede di cantare. Canto. E poi mi dice: “Last time”, perché la vuole ancora. La ricanto. “Last time”, ripete. Al terzo 'last time' gli dico di no, e lui mi prende il dito e lo porta sullo schermo dell’ipad per farmi vedere il video che sta guardando.

Passa un’altra mezz’ora. Richiamo la compagnia. “Ten minutes” e al quarto “ten minutes” è passata già un’ora. Corro in camera, mi vesto e annuncio a Luca: “Let’s go!” Lo porto io a scuola. Sono furente, perché ci vuole più di mezz’ora di macchina ad arrivare fino a Natick, e stamattina avevo delle cose da fare, tipo riprendere a studiare una sonatina al pianoforte. Luca invece è felice che lo porto io. “My car!” dice saltellando verso la macchina. Mi mette immediatamente di buon umore. Massì, penso tra me e me, c’è poco da arrabbiarsi.

Ci mettiamo in macchina, dove grazieaddìo non c’è wifi per cui per magia l’ipad smette di gracchiare in polacco. Accendo la musica e Luca è contento. Gli prendo la mano, mentre lui guarda attentamente fuori dal finestrino. Tengo sempre la sua mano nella mia quando devo cambiar marcia, perché a me piaceva quando lo faceva mio papà con me. A lui non interessa molto, almeno apparentemente.

Siamo in autostrada, mi volto a guardarlo e si è addroementato. È bellissimo, anche con gli occhiali tutti storti. Prendiamo l’uscita per Route 30, con la musica bassa. Quando c’è da girare a sinistra a poche centinaia di metri dalla sua scuola, Luca si sveglia perché sente le prime note di “Does Everybody Stare” dei Police. Una delle sue preferite.

Parcheggio e Luca annuncia: “school”. Apriamo il portone e vediamo Carrol, segretaria/portinaia della scuola. Venerdì è il suo ultimo giorno. Luca sa esattamente cosa fare: prende il suo zainetto dalle mie mani, e aspetta impaziente che la sua insegnante lo venga a prendere per portarlo in classe. Nell’attesa, si dondola. La porta si apre e lui fa per andare, senza neanche dirmi ciao. Lo fermo per un braccio e chiedo un bacio, che mi da sulle labbra, come sempre. Abbraccio Carrol e le auguro buona fortuna per il nuovo lavoro e me ne torno in macchina: Route 30, autostrada, stradina a destra, poi a sinistra, parcheggio, casa.

Sono già le dieci e quaranta.


3 commenti:

  1. dimmi una parola sola che mi faccia alzare dalla sedia e fare fare fare e non dormire dormire dormire nella mia depressione Paola 3 maggio 2015

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