Luca si fotografa





Ci sono tante cose che non pensavamo Luca riuscisse a imparare e che invece con la pazienza che neanche Giobbe, è riuscito a conquistarsi: sa usare, a modo suo, poche parole ma utili per farci capire i suoi bisogni primari, ha imparato a salire e a scendere le scale senza appoggiarsi, a correre, a vestirsi da solo (quando ha voglia), a fare i puzzle, ad aprire la portiera della macchina (anche in corsa, purtroppo). Ci sono però delle cose che non si possono insegnare a nessuno. Sono i talenti, le doti. Ai bambini si insegna a correre, ma poi non tutti diventano campioni di atletica; si insegna il pianofote, ma non tutti diventano Horowitz.

Il nostro impegno in questi anni si è concentrato sull’insegnamento delle cose pratiche. Da solo Luca ha imparato tante cose per lui essenziali per aprirsi una porta verso il mondo, come per esempio il computer e, adesso, l’Pad. I terapisti continuano a dirmi che Luca non dovrebbe stare in camera sua davanti all’iPad per tanto tempo, ma che dovrebbe trovare altre attività da fare. Io credo invece che l’iPad sia uno strumento complesso e per lui essenziale, e che Shmoo non usa affatto in modo passivo, ma per imparare ogni giorno piccoli passi verso una certa indipendenza. Per lui, s’intende.

Non ho mai pensato a Luca come una persona che avesse dei talenti artistici. O dei talenti in generale, a parte la sua bravura a maneggiare l’iPad, dico. Siamo stati sempre molto presi ad insegnargli che se mette la mano nell’acqua bollente si scotta, o che la pipì non la si fa nei pantaloni ma sul water.

E invece il talento è venuto fuori, senza neanche tante manfrine. Luca ha scoperto che l’iPad fa le fotografie, e fa anche i video. E si è lanciato. 

Fa soprattutto foto di sé, che per me è la cosa più emozionante di tutto, perché non solo ha scoperto l’app delle foto, ma ha scoperto se stesso. Lui che gira per il mondo senza un’apparente coscienza di sé, che si muove per la casa e per le strade con assoluta indifferenza di chi o cosa lo circonda, che muove il suo corpo usando una sorta di inerzia non programmata; lui che sembra essere avvolto da una nuvola di nebbia, ecco, si è invece scoperto, e si documenta in maniera magistrale.

Le sue fotografie sono anche un importante documento della sua vita privata, quella che accade quando è da solo, o quando è sul pulmino che lo porta a scuola. Fotografa molto anche l’ambiente in cui è, per esempio la sua stanza, con i poster, il letto, la sua sedia a dondolo. Fotografa moltissimo anche il suo gioco preferito, e anzi di quello fa moltissimi video, proprio come quelli che vede su youtube, di quello stesso gioco. Ha imparato, forse, proprio guardando all’infinito quei video, e ha capito che può farli anche lui, ma più belli. Altra coscienza di sé e delle sue abilità. Emozionante, appunto.

Le foto di Luca sono proprio come è lui: sfuggenti, spesso immortalano solo una parte del suo viso o del suo corpo (un ginocchio, una mano, un occhio, il sorriso), come se ci concedesse solo una parte di lui e stesse a noi immaginare il resto. È straordinario come sia riuscito a captare il concetto che io ho di autismo, e cioé un mondo fatto di accenni, di immagini non sempre ovvie eppure essenziali; parti di un intero che non sempre si coglie, ma che c’è. Come dire: di me ti offro questo, e sta a te farti un’idea di come può essere il resto, ma ti invito a venire a scoprirmi, perché c’è molto altro. Un mondo magico, felicemente solitario e silenzioso, pieno di sensazioni profondamente e umanamente semplici.

Mi soffermo su questo talento che Luca ci ha mostrato di avere, e la prima sensazione è un enorme senso di colpa: perché abbiamo sprecato tutti questi anni a spingerlo a imparare a fare delle cose pratiche e non abbiamo mai dato a lui lo spazio di proporre quello che aveva lui da offrire, e di sbattercelo sul tavolo di lavoro? Questa gara inutile a cercare di avvicinarlo il più possibile a come viviamo noi ha probabilmente impedito che lui potesse esprimersi in altri termini, lontani dai nostri modi di comunicare, ma non per questo meno efficaci.

Mi assale anche forte l’idea che l’arte è in grado di trafiggere qualsiasi ostacolo, fisico o mentale che sia, e che è davvero straordinario come una persona con un talento riesca comunque a farlo germogliare. Una punta di fierezza per il mio lavoro fatto con Luca in questi anni, impregnato da un’innata testardaggine, quindi, spunta in qualche modo nella nebbia dei sensi di colpa. Nel senso che forse parte del mio dna è arrivato anche a lui, e lo ha aiutato a spingere.

Sarò sempre fiera Luca, perchè sono affascinata dalla libertà con cui lui sta al mondo, scavalcando pregiudizi e insofferenze. Ma è una fierezza diversa da quella delle altre mamme, che invece sono fiere dei figli per via dei loro talenti in matematica, in disegno, nello sport.

Ecco. Adesso anche io provo anche quella fierezza di mamma normale, che per me è tutta da scoprire. 

E di nascosto lascio che le lacrime accumulate in diciaooto anni infradicino le mie guance e qualcuna anche la mia camicetta.









2 commenti:

  1. Grazie marina viola.... Con tanta naturalezza scrivi la vita di tuo figlio, anche io ho un figlio speciale e spesso mi chiedo se quello che ho fatto fin ora con lui sia quello che EROS aveva bisogno!!

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