I corsi di scrittura non fanno per me







In un momento di profonda noia, la settimana scorsa sono andata a vedere che corsi offre la scuola di scrittura che si affaccia con un po’ di timidezza sul parco nel cuore di Boston. Ne ho trovato uno che ha catturato la mia attenzione, perché in sei settimane promette di insegnare a organizzare il libro che hai nel cassetto da anni. Non il romanzo, ma l’altro, il ‘non-fiction’. Con un semplice click si paga e via, si parte.

Subito dopo essermi iscritta, mi sono sentita agitata, ma anche contenta. Agitata perché io non so scrivere in inglese, anche se lo parlo come l’italiano. Contenta perché il mio libro, quello che vorrei scrivere, è nella mia testa ancora un’idea confusa, senza arte né parte. Poi pensavo che sarebbe bello conoscere persone che amano scrivere, come me. Infine, è un’ottima scusa per non andare in palestra il lunedì.

Stamattina invece ero solo agitata. Mi sono svegliata alle sei meno un quarto, prima di tutti. Non sapevo cosa aspettarmi dal corso, che sarebbe iniziato alle dieci emmezza, ma se non altro speravo di accattivare l’attenzione dell’istruttrice con il mio tratto pen blu, regalatomi da un amico, e dal mio quaderno, rigorosamente Fabriano. A volte, mi dicevo sotto la doccia, basta poco.

Prendo la linea rossa, scendo a Park street, e da lì, con le scarpe che mi fanno un male della madonna, finalmente arrivo alla sede della scuola, sulla Boylston. Raggiungo il quinto piano con un ascensore rosso e vecchio. Trovo l’aula (leggermente in ritardo, anche per via delle scarpe) e attorno al tavolo grande della stanza ci sono otto studenti e un’insegnante. Età media: sulla sessantina, direi. Un solo maschio (bruttissimo, purtroppo). “Ammadonna”, mi dico sedendomi tra due signore.

Mi si chiede subito di scrivere il mio nome su un cartellino davanti a me. Qualcuno ha il computer, altri no. Sfoggio la mia mercanzia di alta cancelleria, ma nessuno nota. L’insegnante, una bella donna, vuole sapere chi siamo e, cominciando dalla signora alla sua sinistra, chiede: cosa hai già scritto? Cosa vorresti imparare dal corso?

Io sono la sesta. Le cinque persone prima di me sono tutti scienziati, o docenti universitari (a parte la prima, che dice di scrivere per la sua diocesi) e vogliono scrivere un libro ‘non accademico’: sulla religione e la meditazione, sulla sessualità, sulla psichiatria, sul sistema immunitario, sul rapporto tecnologia-lavoro.

Poi tocca a me. Spiego di aver già pubblicato due libri, ma in italiano, e che per quanto riguarda il terzo (anche quello in italiano) mi piacerebbe capire da che parte iniziare per impostarlo. Il solito pirla fa la battuta sulla lingua: “Non credo di poter imparare l’italiano in così poco tempo!” È stata l’unica battuta di spirito in tre ore, per dare l’idea del tipo di persone che mi circondava. Finito di far finta di ridere, l’insegnante mi chiede su cosa voglio scrivere.

Racconto un po’ del mio ex vicino di casa Tom, che faceva cagare i suoi quattro cani nel nostro giardino, che seguiva la terapista di Luca per spaventarla; o della cugina di Dan, che aveva fatto saltare in aria una banca a Manhattan. Dico, con il mio marcato accento italiano, di voler parlare della mia esperienza americana agli italiani. E capisco dal silenzio che segue la mia descrizione di aver abbassato di un bel tot il livello culturale del corso. Mi chiedono che dati scientifici ho intenzione di usare per supportare la mia tesi, e immediatamente capisco di aver fatto un errore madornale.

La tipa che vuole scrivere di psichiatria (perché è una psichiatra di Harvard) mi dice subito che nel mio libro, che lei non leggerà mai perché sarà in italiano, si dovrà anche parlare di come gli americani vedono noi italiani. Dico va bene, per paura che scopra tutti i miei problemi con i miei genitori; l’altra mi guarda come dire: “che cagata di libro”.

“Lunch break”, annuncia l’insegnante per cambiare discorso. Io sono esausta. Esco a fumare, l’unica ovviamente, mentre gli altri saputelli leccaculo stanno lì a parlare tra di loro. Non faccio in tempo ad arrivare al pianterreno che decido che non ce la potrò mai fare. Al terzo tiro ho già in mente cosa scrivere nell’email che manderò all’istruttrice appena arrivo a casa.

Il compito per la settimana prossima sarebbe di scrivere un paragrafo in cui si descrive il proprio libro, ma io metto via il mio tratto pen e il mio quaderno Fabriano senza neanche scrivere i compiti. Finisce la lezione, ringrazio, sacramento per il male al piede ma arrivo alla fermata della metro in fretta.

Forse, mi sono detta, sarebbe più utile andare in palestra anche il lunedì. Scrivo all’insegnante e le spiego che mi ritiro perché mi sento un pesce fuor d’acqua. Senza cercare di convincermi del contrario, mi manda quasi immediatamente una risposta dicendomi ok e augurandomi buon lavoro.


Mi odia.



4 commenti:

  1. Palestra il lunedì tutta la vita!!
    ciao Paola

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  2. Non hai bisogno di nessun corso,soprattutto di " quel corso"!!
    Ho letto i tuoi libri e seguo il tuo blog, preoccupandomi se ritardi a postare! Hai il dono di saper raccontare e dire le cose e questo basta.
    Un abbraccio Liliana

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  3. Cara Marina, tu libri di successo li hai già scritti, e son piaciuti al pubblico. Dubito fortemente che i tuoi “ex-compagni” di corso scriveranno mai qualcosa che verrà letto da qualcuno (parenti esclusi!). Continua a scrivere come sai, che lo fai veramente bene. Ciao Stefania

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  4. Secondo me scrivi già benissimo!! butta giù i pensieri sparsi, lasciali li fumosi e insicuri, rileggili, e secondo me diventeranno un libro travolgente e immedesimante come gli altri!!! vai Marina!!

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