Io li sento. E voi?








Da qualche tempo collaboro con pernoiautistici.com un sito ideato e gestito da Gianluca Nicoletti, e così ho ripreso a scrivere di Luca e di autismo e a riflettere, più in generale, sul ruolo della neurodiversità nella nostra società.

Anzi, sulla diversità culturale in genere. Perché la parola neurodiversità in realtà vuol dire poco: siamo tutti neurodiversi, ma rientriamo in un grande spettro di diversità che accettiamo come normalità: oltre quello si è diversi, che in questo caso vuol dire disabili. O froci. O negri. O puttane. O poveracci. Dietro ogni minoranza esistono delle forti correnti culturali di appartenenza che, anche grazie all’Internet, ribadiscono al mondo la propria esistenza, la difendono a piede tratto e che cercano di divulgare un’idea che alla fine è sempre la stessa: esistiamo, e non vogliamo essere come voi; vi chiediamo semplicemente di vederci come esseri umani e di aprire la mente all’idea che non siamo tutti uguali. Scopro movimenti culturali molto attivi per esempio nella cultura dei non vedenti, o del mondo transgender, o del mondo autistico - molte persone autistiche che possono comunicare ci stanno urlando a squarciagola: “Basta cercare di curarci! Non siamo malati!”

Faccio sempre più fatica, insomma, ad accettare questa definizione di normalità, che ormai è diventata stretta: malgrado tutte le battaglie fatte in passato, siamo ancora qui a classificare una persona usando come unità di misura una società possibilmente bianca, eterosessuale, con le stesse norme dei nostri bisnonni, di ceto medio-alto, radiacl chic o religiosa ma non troppo. Mentre attorno a noi i popoli si spostano da una parte all’altra del mondo portando una ventata di cambiamento, il nostro atteggiamento rimane sempre fermo all’ideologia perdente del ‘noi contro loro’.

Avere un figlio autistico, essere donna, essere straniera e vivere in una città come Cambridge, ormai quasi interamente gender-neutrale, comincio sentire dentro di me un senso di claustofobia come quando vado in ascensore fino a un piano alto. Sono convinta del fatto che il dibattito (e ne parlavo con il mio nuovo amico Andrea Lollini) non si deve impostare sulla ricerca dell’uguaglianza, e, diceva lui, è forse questa idea rivoluzionaria francese dell’egualité che un po’ ci ha fatto sbagliare il tiro: casomai si dovrebbe parlare di diversità. Per lo meno di tutte e due le cose: uguaglianza di diritti in una società che accetta e promuove la diversità. 

Credo fermamente che chi si batte per normalizzare la diversità prima o poi si troverà di fronte a un muro, e che il futuro sarà formato da una società che avrà un posto comodo sicuro per tutti. Penso all’inizio delle battaglie per i diritti civili, quando chi guardava senza partecipare diceva che non sarebbe mai cambiato niente e che era tutto inutile, e invece hanno avuto torto; penso alle prime donne che hanno combattuto per il diritto al voto, e poi per un'uguaglianza di diritti, e mi rasserena il fatto che dopo otto anni di presidenza nelle mani di un afro-americano, la candidata che probabilmente vincerà è una donna. Chi lo avrebbe mai pensato, cinquant’anni fa! Il mondo, mi sembra, va avanti per la strada giusta, alla fine.

Ma bisogna alzare la voce, bisogna farsi sentire, e mentre alcune minoranze hanno voce e supporto e sanno come organizzarsi, altre, come l’autismo, sono più facilmente manipolate da chi parla per loro, a volte in buona fede, ma senza interpellare i diretti interessati. Bisogna invece dare spazio e voce alla comunità autistica, almeno a chi di loro riesce a parlare e a portare avanti la propria bandiera. Mi sembra di sentire forte, da molto di loro che possono comunicare, di smetterla di volerli curare. Dr. Seuss, che dopo Socrate è il più grande filosofo di tutti i tempi, scrisse un libro che si intitola Horton Hears a Who (Ortone e il mondo dei Chi, in italiano): è la storia di un elefante che un giorno sente un sussurro lievissimo provenire da un fiore e scopre che il sindaco della popolazione dei Chi, piccolissimi, che nessuno può vedere e che solo sui può sentire, gli chiede di metterli al salvo. Nessuno degli altri animali crede a Horton: tutti pensano che lui sia pazzo, e lo prendono in giro, fino a quando Horton implora tutti gli abitanti dei Chi di unirsi e urlare a squarciagola, così che anche gli altri animali li sentano, e li aiutino.

Ecco. Uguale: io li sento. 
E voi?






1 commento:

  1. vivo da anni nella diversità ... un nipote disabile marito bipolare ora akzaiemer. ...combatto l indifferenza anche di chi putroppo è nel volontariato e non sa capire ...... si è soli ....vorrei essere come l elefante che urla nella foresta per farsi aiutare ......bello leggerti

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