È tutta colpa nostra










Ieri, sui giornali, ho letto di un uomo che ha dato da bere una sostanza velenosa alla compagna, incinta di sette mesi. Per ora lei è in gravi condizioni, ma il feto sembra stare bene. Un’ennesima notizia di violenza nei confronti di noi donne, ho pensato leggendo la notizia. Ci bruciano, ci violentano, ci impiccano e ci avvelenano. Da sempre. 

Poi il mio amico Stefano mi ha detto che i giornali riportano che il tentato omicidio è scaturito dal fatto che l’uomo temeva che il figlio ancora in grembo della compagna avesse la sindrome di Down. Ed è come se qualcuno mi avesse sparato al cuore. Questo tipo di notizie mi distruggono, mi bruciano, mi violentano, mi impiccano. Da sempre e per sempre.

Ho spento il computer e sono andata in sala a piangere, in silenzio. Sono mille e più i motivi per cui sono rimasta lì, in poltrona gonfia di dolore e di rabbia che spaccherei tutto. Ma il primo, quello che mi toglie il respiro, è il profondo senso di responsabilità che sento nei confronti di quell'uomo, di quella donna e di quel bambino che ancora non è neanche nato. È tutta colpa nostra se una persona decide che l'unica alternativa sia fare un gesto tanto crudele quanto disperato.

Mi sento profondamente responsabile per non essere riuscita a spiegare che avere un figlio con una disabilità, qualsiasi essa sia, non è un dramma, che va bene, che si va avanti lo stesso, che anzi arricchisce, che non c’è bisogno di dover eliminare il proprio figilo, davvero. 

È difficile, questo sì, ma la difficoltà è creata dalla drammatica distinzione sociale che esiste, profonda, pericolosa e orrenda, fra chi è abile e chi lo è meno. Se questa separazione non esistesse, se i servizi che servono per crescere un figlio diverso dalla norma ci fossero, se noi genitori avessimo davvero il tempo, l’energia, la forza di spiegare a questo signore e ad altri nella sua situazione che stiamo bene, che i nostri figli sono persone bellissime, che hanno solo bisogno di un po’ più di supporto, ecco, forse non avrebbe fatto quello che ha fatto. Forse sarebbe stato meno spaventato. Forse quel primo abbraccio caldo che si dà al proprio neonato appena esce dalla placenta lo avrebbe rassicurato. Anzi, voglio toglierli tutti, quei forse. Io glielo prometto, al signore che ha fatto quello che ha fatto: gli prometto che se avesse saputo queste cose non avrebbe fatto un gesto del genere.

Non me la sento di dire che è un mostro, o uno stronzo. Mi sembra piuttosto che se c’è gente che pensa che avere un figlio come Luca, o come il mio amico Aidan, o Sebastian o il piccolo Graham sia la fine del mondo, allora è nostra responsabilità riuscire a spiegare che non è così. Mi piacerebbe tanto poter invitare questa coppia a casa mia per una settimana, a stare con noi. Perché, sarà che forse sono scema, ma a me il mio Shmoo sembra assolutamente perfetto, e se solo riuscissi a farlo capire anche a loro, magari, forse, starebbero meglio.


Abbiamo tanta di quella strada da fare che a volte perdo il coraggio di incamminarmi e mi viene da nascondermi in un angolino a piangere, ma poi io continuo, che sicuramente qualcosa cambierà. 

Spero che nel frattempo si trovi la forza di avere più pietà.





4 commenti:

  1. Il fatto che uno faccia un gesto cosi disperato lo lego alla circostanza che nel nostro Paese, per quanto sia avanti su tutti e tanti fronti, il disabile è visto come un peso. La nostra società è strutturata solo per gli "abili"(qui si aprirebbe una altro capitolo) i belli mentre il disabile è fonte di fastidio, imbarazzo e disagio.
    Non siamo maturi per il disabile ed io che scrivo sono uno di quelli purtroppo.
    Addirittura quando da abile diventi disabile perdi diversi amici e, a volte, il lavoro.
    Secondo me nelle scuole dovrebbero insegnare, sino alle superiori, il Diritto dei disabili ed il Diritto all'accoglienza.

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  2. Io credo che si capisca davvero che ricchezza può essere un bimbo disabile solo quando lo si ha, lo si cresce, lo si conosce. Da fuori sembra tutto più difficile di quanto in realtà lo sia. Lo è, certo che lo è, ma ne vale la pena. Certe cose le capisci solo sulla tua pelle, Marina, quindi non sentirti responsabile. E poi come si fa a sapere se è davvero stato così o se adesso questa non è una scusa per giustificare un'atrocità?

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  3. Non sono mamma, purtroppo. Avrei voluto un figlio, ma non è arrivato. Ciò che ho letto,ha fatto riemergere tutto il dolore che tengo dentro.Un figlio si ama per tutta la vita, anzi è la tua vita.

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  4. Io so solo che ti ammiro tantissimo, la capacità di vedere oltre è davvero di pochi

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