Eppure io sono ottimista






Siamo tutti rinchiusi nel nostro mondo piccolino, a fare a gara a chi è più cinico, senza immaginare che lì fuori c’è un mondo meraviglioso, che noi manco notiamo. E no, non sono sotto effetto di droghe né leggere né pesanti. Lo dico davvero.



Prendi l’altro giorno, per esempio. Dan era andato in campagna la sera prima con Luca, per via che la settimana prima nel mio cassetto avevo trovato un topo mamma che aveva da poco partorito tre cuccioli tra le mie magliette. Sono magliette vecchie, da portare nella casa di campagna dove tutti mettono quel tipo di magliette vecchie. Sono magliette che non hanno mai visto un ferro da stiro disgraziato; molte di loro sono slabbrate da una delle mie tre gravidanze, sono brutte, scolorite e senza dignità. E, da adesso, sono ricoperte da placenta di topo, come se non bastasse tutto il resto.

Nuda e senza forze, subito dopo aver aperto il cassetto e aver trovato la happy family di roditori stronzi, ho scongiurato Dan di poter tornare da mia madre, a Milano, che vive in un bellissimo palazzo di cemento, senza placenta di animali da nessuna parte. Ho giurato, fra le le lacrime, che non avrei mai più messo piede in campagna.

Ma poi invece le cose cambiano: un’amica mi ha detto che sarebbe venuta a Becket e che ci saremmo divertite, un altro amico mi ha detto: “Ma come, non ci siete? Solo per un topolino?!? Beh, noi andiamo...”. Insomma, ho mandato Dan e Luca a controllare bene la casa venerdì sera, sapendo perfettamente che avrei ricevuto una telefonata più o meno così:

Io: “Siete arrivati? Ci sono topi?”
Dan: “Neanche uno! Pazzesco!”
Io: “Neanche una cacchina?”
Dan: “Beh una cacchina qua e là, ma davvero, credo proprio che abbiamo vinto noi!”
Io: “Neanche in camera nostra? Negli armadi? Guarda bene...”
Dan: “Ho guardato dappertutto. Niente. Dai, domani vieni con Sofia e Emma e vedrai: campo libero! E poi sabato facciamo un bel barbecue con gli amici. Vedrai, niente topi...”

Non ho creduto ad una parola di quello che mi ha assicurato Dan, ma l’idea di vedere gli amici sabato per il barbecue mi ha in qualche modo convinta a prendere la macchina, la mattina dopo, caricarla di Sofia, Emma, cani e un po’ di cose dal frigo, e andare.

Da Cambridge sono due ore e un quarto di macchina, se si va un po’ più in fretta del limite di velocità, che è di 65 miglia all’ora. Un’ora e tre quarti sono tutta autostrada, poi si prende l’uscita 3 per Westfiled. Lì si attraversa un paese che si capisce che cento anni fa era anche bello, ma che adesso fa schifo, e in fondo a destra si prende la 20 West, verso Becket.

A Westfiled le ragazze, annoiate, annunciano di aver fame, e, adesso che lo dicono, viene anche a me. Ci sono solo due posti dove mangiare a Westfiled: uno si chiama Dunkin’ Donuts, che fa cagare, ma almeno ha un bagel con il Philadelphia che tappa i buchi dello stomaco, e l’altro è McDonalds, che piace alle ragazze ma io non riesco proprio a mangiare, soprattutto adesso che dicono “Beef 100%”, come a dire che prima il loro manzo era mischiato con qualcosa, altrimenti, mi chiedo, che cazzo hanno da specificare 100%?

Ci fermiamo prima da Dunkin’ Donuts per ordinare un bagel per me. Qui, in posti con Westfiled, si può fare tutto senza uscire dalla macchina. Si chiama drive through: abbassi il finestrino davanti a un cartellone con il menu, una voce gracchiante chiede: “How can I help you?” da una specie di cassa, tu dici quello che vuoi, poi guidi per dieci metri, paghi e loro ti danno quello che vuoi.

Metto in folle e abbasso il finestrino.
“How can I help you?”
“Can I have a bagel with cream cheese, please?”
“Toasted?”
“Yes, please”
“Anything else?”
“Yes, a bottle of water”
“It will be 5 dollars and 45 cents.”

Innesco la prima e mi avvicino alla cassa. La ragazza, finta bionda, di dieci chili sovrappeso (a parte il biondo finto, è come me, esattamente come me), mi dice che la persona prima di me ha pagato per noi.

“What do you mean?”, chiedo sbalordita. Mi dice, sorpresa, che non succede mai, ma che la persona che ha ordinato prima di me ha pagato anche per il mio bagel con il Philaelphia e per la mia bottiglietta d’acqua. Automaticamente dico che allora anche io pago per la persona che ha ordinato dopo di me.

Mi passa il sacchettino con dentro il mio pranzo e chiude  la cassa. Io e le ragazze rimaniamo in silenzio per un secondo. Poi dico a voce alta che è bello che una persona abbia deciso, di punto in bianco, di voler fare un gesto del genere a caso, inaspettatamente, senza volere sentirsi dire grazie, senza neanche sapere a chi stava pagando il conto. Le ragazze, come me, rimangono estasiate da questa cosa bellissima eppure quasi ovvia, semplice. Decidiamo di andare da McDonalds e fare lo stesso. Per avere dentro di noi la sensazione di aver reso una persona a caso felice. Imbocchiamo la 20 West e siamo contente, come se avessimo fatto chissà che cosa.

Il mondo, in fondo, è semplice e bellissimo, commento a voce alta finendo il mio bagel.






3 commenti:

  1. hai perfettamente ragione, basta saper cogliere:)

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  2. Wow che bella cosa!!!!! Ti vien voglia di coinvolgere tutti..

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  3. "Innesco la prima"
    Hai la macchina con il cambio manuale? ;)
    Quando vengo in US per lavoro e chiedo un'auto con cambio manuale mi guardano come uno zombie :)

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