Però, che vista!





“Quando arrivi andiamo un finesettimana a New York”, dico a mia sorella Anna, che gentilmente ha passato la sua prima settimana di vacanze a Becket con me, Luca, Emma, la sua amica Lily, e i due cani, di cui uno zoppicante e bisognoso di medicine due volte il giorno.

Invece di chiedere sempre ai miei amici di Brooklyn di ospitarmi, ho deciso che saremmo andate in un appartamento trovato sul sito di air b&b, come tutti i veri viaggiatori che si rispettano. Ne trovo uno a175 dollari a notte, che pubblicizza una vista mozzafiato della Grande Mela dal terrazzo, bellissimo. Prenoto immediatamente, e dopo qualche minuto ricevo un mesaggio da Anastasja, la padrona di casa, che mi spiega dove trovare le chiavi.

Dan arriva a Becket giovedì sera per darci il cambio. Mangiamo insieme e venerdì mattina io e Anna prepariamo le borse e le carichiamo in macchina. Avvistiamo a metri otto dalla macchina una bellissima mamma orsa con i suoi tre cuccioli che lentamente attraversano la strada e entrano, manco fosse casa loro, nel boschetto dietro casa nostra e capiamo immediatamente che davvero è ora di andare ad assaporarci un po’ di vita cittadina.

Dopo tre ore di macchina passate ridendo come in seconda media, arriviamo a Brooklyn. La zona la conosco molto bene, avendo vissuto a qualche isolato da lì per quasi nove anni. Sono emozionata di essere a New York, che lasciai in circostanze quasi violente poco dopo la nascita di Emma. Avevamo infatti un vicino pazzo che ce ne aveva fatte di tutti i colori ed eravamo arrivati ad avere solo tre opzioni: o lui ammazzava noi, o noi ammazzavamo lui. Abbiamo deciso di prendere la terza, e cioé andarcene, anche se Brooklyn ci piaceva da morire.

Parcheggiamo davanti a un palazzo di cinque piani, e seguiamo le istruzioni per trovare la chiave, nascosta in una scatola nera di fianco al portone. L’entrata del palazzo è bruttina, sporca, un po’ puzzolente e senza ascensore. “Welcome to Brooklyn”, mi dico. Le istruzioni di Anastasja dicono di trovare la porta con la lettera T, che non è al primo piano, e neanche al secondo o al terzo. Scavalchiamo quattro scarafaggi rossastri morti con le zampe in aria e arriviamo speranzose e senza fiato al quarto piano, ma di T neanche l’ombra. “Sarà l’ultimo piano”, mi dice Anna leggermente allarmata. Infatti, all’ultimissimo piano vediamo una T quasi timida su una porta mezza sfasciata. 

Apriamo incuriosite e stravolte e ci ritroviamo in un corridoio stretto e corto. Sulla destra una stanza piccolissima, con un letto a una piazza emmezza attaccato al muro su due lati, e con pochissimo spazio per muoversi, e un bagno bianco e spazioso. Poi un soggiorno con una grande televisione, un tavolo con tre sedie attorno e una cucinina. Niente divano e niente poltroncina. Poi però, il terrazzio, bellissimo, con una vista mozzafiato. “Non ci sarà il divano, però che vista!”, diciamo ridendo. 

Posiamo le borse e rifacciamo le scale per andarci a fare un bel giro per Brooklyn. Stanche di camminare ci diciamo: “Adesso torniamo a casa e ci sparanziamo sul div... a no. Però che vista!” Risaliamo i cinque piani, riscavalchiamo i cadaveri degli scarafaggi e stanche morte, ci sediamo sulle sedie scomode di legno del terrazzo. Apriamo una bottiglia di vino bianco, mangiamo un pezzo del formaggio di capra (13 dollari per un etto emmezzo) senza però le patatine (5 dollari per il pacchetto) perché saranno anche tutte colorate e biologiche, ma diciamo che la San Carlo fa meglio. “Il formaggio sarà anche carissmo e le patatine schifose, ma va’ che vista”, dice Anna, facendomi sputare il pezzo di formaggio mentre scoppio in una risata chiassosa.

Ri-ri usciamo a mangiare, e quando ri-rientriamo siamo assolutamente cotte. Cerchiamo una caffettiera (a questo punto anche americana), ma non c’è. Evidentemente Anastasja beve il té. Transit: pensa alla vista, dico a Anna. Tocca a lei ridere questa volta.

Finalmente ci avviamo verso il nostro lettino (“piccolo, ma che vista!”) e ci corichiamo: durissimo che neanche i marmi toscani, coperto di un piumone invernale. Ri-ridiamo, ma ci addormentiamo quasi subito, stanche.

L’indomani mattina è Anna la prima a fare la doccia. "Non c’è il tappetino e stai attenta che quando esci dalla doccia si scivola e ci si spacca la testa", mi dice mentre io mi accendo la prima sigaretta davanti alla suddetta vista, seduta sotto il sole cocente di agosto sulla suddetta sedia scomoda. “Però, Anna, vieni a vedere che vista!”. Anche la carta igienica è finita, ma Anna, sempre ridendo, mi annuncia: “Però ci sono dei cotton fioc che sono la fine del momdo...” Il culo non lo si può pulire, ma di cerone neanche l’ombra, rispondo senza perdermi d’animo.

Intanto New York ci aspetta, maestosa e splendente, come sempre. 
Usciamo, felici che neanche in seconda media.





2 commenti:

  1. La grande mela....
    Quest'anno Normandia e Bretagna tutto con airbnb.. tutto ok, tranne a Rouen.. era la casa del proprietario, con in giro tutte le sue cose al vento, vestiti, scarpe,ecc... e nessuno aveva pulito tra noi e i precedenti avventori..idem quando ce ne siamo andati.
    Uno schifo!!

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina