Il puzzle di noi stranieri








In questo periodo, per questioni di lavoro, mi soffermo spesso a pensare a cosa significhi essere stranieri.

Non è una condizione molto originale, a dire il vero. Soprattutto in quest'epoca in cui i flussi migratori dell'Est e del Sud del mondo stanno cambiando la fabbrica sociale a cui siamo abituati da secoli, regalandoci, a mio parere, spunti importanti e aperture verso una visione più ampia e completa dello stare al mondo.

La prima immagine che mi viene in mente quando penso al significato di straniera è la folla di gente all'uscita dei voli internazionali del Logan Airport di Boston. Se dovessi accomunare le ore che ho passato in aeroporto, potrei serenamente dire che sono almeno 4 giorni. 4 giorni di fila attaccata a quella transenna di metallo ad aspettare mia madre, le mie sorelle, mia zia, amici cari che sono venuti a trovarmi durante tutti questi anni che abbiamo vissuto così lontano.

Da subito, tra noi al di qua delle porte che ci separano dai nostri viaggiatori, si crea una specie di solidarietà, perché siamo tutti lì a fare la stessa cosa e cioé ad aspettare qualcuno che non vediamo da tempo. Spesso siamo tutti un po' più eleganti del solito: le donne hanno il rossetto, i bambini, che non stanno fermi un attimo, hanno il vestito della domenica, mentre alcuni uomini tengono tra le mani un mazzo di fiori.

Condividiamo anche l'adrenalina, che non ci fa stare fermi eppure ci immobilizza. Cerchiamo tutti di capire se le persone che escono, sempre stravolte da un viaggio lungo e scomodo, fanno parte dello stesso volo che aspettiamo. Cerchiamo di capirlo dai passaporti, dai sacchetti del duty free che si trascinano con la valigia, dalla divisa delle hostess, che escono sempre un po' prima. Qualcuno, meno timoroso, chiede  un arrivato; "Where do you come from?", e poi distribuisce a noi più timidi la notizia. "Questo arriva da Singapore, allora il nostro volo dovrebbe essere il prossimo!"

Ogni volta che la porta si apre, cala una specie di silenzio pieno di aspettative, e cerchiamo con lo sguardo di capire quale sarà tra noi il fortunato che potrà correre e abbracciare. Siamo felici per loro, ma anche un po' delusi che il nostro turno non sia ancora arrivato. Devo dire, però, che anche se arrivo in aeroporto con la frenesia di vedere chi vado a prendere, non mi spiace aspettare e partecipare della gioia di perfetti sconosciuti. Una delle cose che mi piace di più, infatti, oltre alla solidarietà che si forma quasi sempre tra di noi, è assistere agli incontri tra le persone. 

Mi viene sempre in mente che viviamo come se facessimo parte di un grande puzzle i cui pezzi sono stati sparpagliati per il mondo, e che gli aerei riportano al loro posto. Un fratello a Londra e l'altro a Boston, pezzi della stessa famiglia, dello stesso DNA che finalmente si rivedono, e si completano, creando ordine nel cosmo. Un uomo che aspetta la sua altra metà, che non è una persona qualsiasi, ma che può essere solo quel pezzo di puzzle lì che era stato soffiato via a Amsterdam, o a Roma e che adesso sta per arrivare da lui, come dovrebbe essere dal loro primo incontro.

Sembra proprio, quando si aspetta qualcuno con tanto entusiasmo, che l'umanità non sia fatta per stare da sola. Sembra che ci sia sempre qualcuno, in qualche angolo del mondo, che aspetta qualcun altro. E lì, all'aeroporto, davanti a tutti e in modo così poco intimo, ci rincontriamo e ci riabbracciano forte, con un sorriso pieno di gioia e con il cuore che batte a seimila al minuto. Consiglio, a chi ha poche speranze per il mondo, di passare una mezz'oretta davanti a quella porta, per capire che malgrado tutto, c'è ancora un sacco di gente che si aspetta, che si manca, che si sente incompleta senza altri. 

Le volte che devo deglutire il magone si sprecano, quando sono in aeroporto. Ed è questa esperienza, sempre forte, che vivo grazie alla mia condizione di straniera, cioé di persona che vive lontano da dove i miei pezzi di puzzle che si incastrano perfettamente sono lontani, e ogni tanto un aereo me li riporta vicino.







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