La schiena non c'entra








Anni fa sono stata operata alla schiena perché il nervo sciatico della gamba destra era schiacciato da un'ernia e praticamente mi si stava atrofizzando la gamba. Fatta l’operazione, un po’ di terapia e in poco tempo sono tornata come nuova. Poi sei o sette mesi fa noto che la stessa gamba comincia a indebolirsi sempre di più, fino al punto in cui non riesco a stare in punta di piedi. Non che io voglia stare in punta di piedi, altrimenti facevo la ballerina, ma mi sono allarmata. 

Chiamo la mia dottoressa, quella che due anni fa mi aveva detto che siccome fumo poco probabilmente non morirò di cancro ma di infarto, che mi fa fare una risonanza magnetica per vedere se per caso è ritornata l’ernia. Mi imbottisco di ansiolitici e mi infilo nel tubo della risonanza felice come se andassi a Parigi con Ryan Goslin, danzando che La La Land scansati. La dottoressa mi dice poi di andare a farla vedere a un neurologo specializzato in problemi di colonna vertebrale, tal Doctor Levine. Ho preso appuntamento subito.

Non so perché pensavo che si trattasse di un medico donna, forse per quella studentessa che avevo avuto anni fa, Susanne Levine: da allora tutti quelli con quel cognome devono per forza essere donne. Per cui non mi depilo neanche, tanto fra noi donne ci capiamo.

Vado alla visita, mi misurano la pressione, sempre alta, e mi dicono di aspettare lì che doctor Levine arriverà al più presto. Infatti arriva: sulla quarantina, alto, bellissimo, con un sorriso raggiante, sembrava che aspettasse solo di vedere me. Mi si alza ulteriormente la pressione e penso: “Se mi chiede di fargli vedere la gamba, faccio finita di non capire l’inglese”. “Let me see your leg!”, mi dice manco mi leggesse nel pensiero. Me lo sento già anima gemella. Sì, deboluccia, mi conferma. Penso: però, perspicace! Vedi che tutti gli anni di studi medici prima o poi portano i loro frutti? Bravo!

Guardiamo insieme la risonanza e mi dice anche che fortunatamente sembra tutto a posto e quindi il nervo deve essere ostruito in un altro punto della gamba, magari addirittura la chiappa. Dice chiappa e io arrossisco, come se avessi tredici anni. “No problem, facciamo questo esame che ci aiuterà a capire di cosa si tratta”. Facciamo? Insieme io e te mano nella mano, doctor Levine?

L’esame si chiama elettromiogramma. In pratica ti infilano degli aghi dentro i muscoli e ti danno delle scosse elettriche per vedere come reagisci. Male: reagisci male, immagino. Chi reagirebbe bene a una tortura del genere? Ma davanti al dottore dico: “Ok, perfetto”.

Torno a casa che sento l’inizio di un attacco di panico, gli scrivo dicendo che ho paura di farlo e chiedo se magari ci sarebbe un plan B, un altro esame, qualsiasi cosa: cosa è mai successo alle belle radiografie di una volta? Risponde quasi subito spiegandomi che no, per quanto riguarda la diagnosi, questa è l’unica strada da prendere. Anche io rispondo quasi subito, tipo tre volte di fila, per fargli capire che anche se sembro relativamente normale sono ipocondriaca e che ho già letto tutta la letteratura medica relativa a questo esame e che non so, forse non dovrei. Butto lì delle proposte per un possibile compromesso: e se mi consumassi in fisioterapia? Se cominciassi a camminare tutti i giorni? E se mi andasse bene così, con la gamba più debole? La gamba è debole ma sono forte dentro, dottore. Alla quarta email il dottore smette di rispondermi.

Mi sono giocata il Levine, pensavo stamattina mentre mi preparavo per andare a camminare, nella speranza che la mia gamba si rafforzi e che io possa un giorno invitare a cena il dottore e spiegargli della mia infanzia difficile. Pensavo, mentre camminavo sulla rive del bellissimo fiume Charles che adesso mi risponde e mi dice scusa se non ti ho risposto prima, ma è difficile trovare un internet café qui in Tailandia; magari dice di aver trovato la sua dimensione lì, con il suo nuovo fidanzato, che ha quindici anni ma è molto maturo per la sua età, e che ha chiuso con il ramo medicina e adesso sta pensando di aprire una pescheria, roba buona. E poi magari mi ringrazia pure per avergli fatto finalmente capire che non è fatto per fare il medico. No problem, gli rispondo fingendo di essere modesta.

Lo capirei, giuro.

Invece no, mi risponde per dirmi fai un po’ come cazzo vuoi, m a in inglese che suona anche meglio. Faccio fatica a non rispondere, ma questa volta riesco a trattenermi. 

Cerco su Spotify gli Avett Brothers e allungo il passo, per quel che posso.









1 commento:

  1. Io farei l'esame elettromiogrfico. L'ho già fatto ai tempi dell'Università.E' una torturina, ma c'è tanto di peggio. Meglio sempre sapere cosa si ha. Sei stata così bava a farti operare, io non so se l'avrei fatto. Continua così, coraggio e avanti.

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