Tenente Colombo

                                           

                                          
                                                  

L’altro giorno erano le quattro e ero al telefono con mia sorella Anna, che mi stava raccontando una storia di conigli e di carcere di Bollate, dove lavora, quando qualcuno bussa. Il cane abbaia e io le dico, un attimo che arrivo. Apro la porta un po’ scocciata e davanti a me mi trovo un poliziotto. Ho subito pensato, io non c’entro. Ma invece gentilmente mi ha chiesto, “Quando è stata l’ultima volta che ha visto la sua vicina?” Io abito in un appartamento a schiera e sono in mezzo ad altri due. Se fosse un panino, io sarei il prosciutto, per dire. Il poliziotto mi chiedeva della persona che vive alla mia sinistra, la cui stanza da letto è separata da quella di Emma da un sottilissimo muro. Ci penso un attimo e rispondo che non mi ricordo, ma spiego che sono arrivata da pochi giorni dalle vacanze e che lei, una donna di una settantina d’anni che vive da sola, è molto riservata. Mi racconta che la sorella aveva contattato la polizia perché erano tre giorni che la chiamava e non rispondeva, e oggi avrebbe dovuto essere a Londra, ma non si è presentata. Gli dico che mi spiace, e poi lancio un empatico good luck prima di tornare a parlare di carcere e di roba del genere. Dopo un quarto d’ora noto dalla finestra che è arrivata un’altra pattuglia e percepisco una specie di fermento, per cui saluto Anna e esco. Due poliziotti stavano cercando di entrare nella casa della vicina e quindi io dico: “Mi sa che ho la chiave!” Uno dei due mi guarda come per dire, me lo dici adesso? Torno in casa e cerco, ma non la trovo. Nel frattempo arrivano i vigili del fuoco che entrano nella casa dalla finestra, come faccio io quando mi chiudo fuori casa. Io e alcuni vicini siamo fuori a guardare, mentre arriva anche un’ambulanza, ma senza sirena e senza fretta. Entrano tutti nella casa, e escono senza paziente. “Ammadonna”, penso, mi sa che questa povera donna è morta in casa.

Sì, conferma il poliziotto, è morta in casa, da almeno tre giorni. Arriva quasi subito una macchina grigia da cui escono tre persone, sicuramente dei detective. Mi viene subito in mente Colombo. Uno viene da me e comincia a farmi domande: la conoscevi bene? Era malata? Quando l’hai vista l’ultima volta? No, non la conoscevo bene, il nostro rapporto era buongiorno, buonasera, non so se fosse malata e non ricordo l’ultima volta che l'ho vista. Mi sembra di essere in un interrogatorio e automaticamente mi metto sulla difensiva. Ma Colombo mi crede e mi dà le chiavi di casa della vicina spiegandomi che la sorella mi contatterà per venire a prenderle. Mi dice anche che lascia delle luci accese in casa per far sembrare che ci sia gente, ma che se sento dei rumori sospetti, di chiamare immediatamente la polizia. Ovvio, rispondo. Poi arriva un furgone e porta via il cadavere. Dopo qualche minuto mi chiama la sorella della vicina per dirmi che un’amica che abita a Boston verrà a prendere le chiavi. Lei, mi spiega, vive nella Carolina del Sud e sta aspettando l’uragano. Mi sembrava ovviamente scossa e le ho detto che per qualsiasi cosa di non farsi problemi a chiamarmi. Che brutto perdere una sorella, penso, intrisa in un magone per una volta giustificato.

Io e Dan siamo molto scossi. Primo perché deve essere brutto essere così soli che per tre o quattro giorni nessuno si accorge che non ci sei più. Poi perché abbiamo vissuto di fianco a una persona morta per chissà quanto e la cosa ci faceva molta impressione. Abbiamo fortunatamente detto a Emma che è morta in ospedale e che la polizia era lì per prendere le chiavi. Ci ha creduto subito.

Verso le undici decidiamo di andare a letto. Prima di spegnere la luce, leggo le mie email e ce n’è una di Sarah, un’altra mia vicina. Mi dice che dalla sua finestra vede la stanza della vicina morta con la luce accesa e con una tenda di nylon appoggiata alla lampada. Un giorno di vento, quel giorno, e la polizia aveva lasciato le finestre e le luci accese. 

Io e Dan adesso ci troviamo a questo punto davanti a un dilemma: lasciamo che la casa  bruci e che moriamo tutti, o uno di noi (lui) va a casa della morta a spegnere la luce? Un dilemma che francamente non avevamo mai dovuto affrontare. “Io nella stanza dove c’è stata la signora morta per quattro giorni, non ci vado”, dice Dan senza possibilità di discussione. “Ho fatto di tutto, anche pulire le carcasse dei gattini abbandonati dalla loro mamma e piene di vermi. Ma questo no. Mai e poi mai”. Penso subito che in questi casi sia una figata non essere l’uomo, perché stranamente a nessuno dei due è venuto in mente che potessi andarci io. “Va bene, allora bruciamo vivi. La camera è di fianco a quella di Emma…”. 
“Bruciamo, ma io non ci vado”. Ad un certo punto mi viene un’incontrollabile ridarola per l’assurdità della situazione, ma spengo la luce e dico, ok, buonanotte. Tre minuti di silenzio. Io: “Guarda che lo sento che sei preoccupato…”. “Shit!”, dice Dan infilandosi i pantaloni. 

Prende le chiavi che mi aveva dato il poliziotto e apre la porta della casa della vicina. La sala, dice, è perfettamente in ordine. Fa le scale (la sua casa è esattamente come la nostra) e vede delle gocce di sangue sul pavimento del bagno. Inquietudine. Va nella camera da letto e trova un casino pazzesco: i cassetti aperti e sottosopra, per terra come se qualcuno fosse venuto a cercare qualcosa. Sempre per terra, di fianco al letto, ci sono quattro fogli uno in fila all’altro, una penna, e qualcosa di scritto in corsivo. Dan, terrorizzato, si affretta a spegnere la luce, scende le scale e torna a casa. Io sono sotto le coperte dalla paura e gli dico che è un figo. Dan mi racconta la scena stranissima, e io penso subito al tenente Colombo che mi aveva fatto un sacco di domande. Penso che adesso potrebbero trovare il DNA di Dan e pensare a chissà cosa. Con la mia mente ritorno alle chiacchiere con Anna su Bollate e mi dico che dai, il carcere a volte può essere anche un’importante esperienza di vita.

L’indomani mattina mi chiama l’amica della vicina morta e mi dice che sarebbe passata a prendere le chiavi di casa. Aggiunge, “Sono a JP”, che è una zona di Boston. Io quella mattina dovevo proprio andarci, a JP, perché alle dieci avevo un appuntamento con Lucky, il mio tattoo artist di fiducia (c’è chi ha il parrucchiere di fiducia e chi ha il tattoo artist…), per tatuarmi sul braccio una rosa blu. Per ragioni quasi ovvie, decido di non dirle il motivo, ma le spiego che avremmo potuto incontrarci alla gelateria di Centre street. Infatti le lascio  le chiavi e la abbraccio. Era giustamente molto scossa. Io un po' turbata mi incammino verso il negozio di Lucky, dove parlo di fumetti (che non leggo) e di Islanda (dove non sono mai andata). E di figli autistici, unica cosa che abbiamo in comune.

E poi niente, prendo la macchina e vengo a Becket da sola, con il tatuaggio che tra l'altro mi fa un male della madonna.


4 commenti:

  1. La cosa che mi ha colpito di più è che ti fai un tatuaggio di una rosa blu.

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  2. Che racconto... mammamiaaa.
    sinforosa

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  3. Ma come ė finita la storia?...insomma tutto il caos trovato da Dan a cosa era dovuto? Il Tenente Colombo cosa dice?

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  4. Voi due mi fate morire!!! Aggiornaci a questo punto se dovessero scoprire che Dan è stato nella casa!!! 😱

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