Luca, latte e quarantena






Ore 11: 10 Non l’ho (scusate, arrivo)

Ore 11: 25 Non l’ho mai (cazzo! Un attimo)

Ore 11:39 Eccomi, spero.

Dicevo: non l’ho mai chiamata malattia mentale perché non la è. Ma sono le 11:40 (nel senso di ventitré) e negli ultimi quindici minuti, malgrado la mia speranza di stare tranquilla prima di andare a letto, sono stata interrotta due volte. Da Luca.

L’autismo, lo so, non è una malattia, ma una condizione. Ci sono lati belli e positivi, lo so, ma sticazzi. Diciamo che la condizione di autismo porta con sé delle patologie che non sono in sincronia con una pandemia. Spero di essere stata politically correct, ma vi giuro, provare per credere.

La parte più difficile di gestire una persona come Luca, e cioè a bassissimo funzionamento, è la sua parte ossessiva. Fino a ieri era il latte. Ora dite: ma che te frega, dagli tutto il latte che vuole pur di tenerlo calmo. Sono periodi difficili e non è il momento di cambiare niente. Ma il problema è che non mangia neanche più, perché siamo arrivati a quattro litri di latte al giorno. E quando il latte finisce bisognava mettersi guanti, mascherina e uscire.
Aspettare in fila.
Rischiare di portare a casa il virus maledetto.
E soprattutto, ricominciare la stessa solfa.
Ogni tre minuti: MILK, MILK, MILK e scende dalla sua stanza fino in cucina, staccando l’iPad dalla carica.

Il ché vuol dire che chiede di andare in bagno.

Il ché significa che Sofia o Emma dicono che non possono aiutare (il loro fratello maggiore, seduto sul cesso, che grida PUSH! PUSH! Anche no. Le capisco).

Il ché significa che qualsiasi cosa io stia facendo: la pipì, il soffritto (non dico lavorare, perché figurati se riesco a lavorare), far il bucato, stare per portare fuori i cani, una telefonata di lavoro, devo mollare tutto, riempio il bicchiere di latte per l’ennesima volta, lo seguo di sopra (ha imparato a fare la pipì e la cacca pur di farsi ascoltare), lo porto in bagno, gli faccio fare fare pipì (che non fa), vado in camera sua, riattacco l’iPad al caricatore, gli do un bacio.

Poi posso tornare in cucina. Nella speranza che. Ma no.

Dopo tre minuti, esattamente la stessa storia. Cominciamo da capo.

Fino a quando, con il magone, salgo per l’ultima volta in camera sua annunciando che il latte è finito. Il magone nasce dal fatto che comunque  sia, la solfa non finisce: mi porta il contenitore del latte, vuoto, e chiede di moltiplicare, invece del pane e dei pesci, ‘sto cazzo di latte. Dopo due o tre ore, decido che è meglio leccare tutti i carrelli e baciare tutti al supermercato (con lingua) nella speranza che mi venga il virus, e decido di uscire a comprare dell’altro latte così che si possa continuare la solita storia psicotica, almeno per avere tre minuti, invece di mezzo secondo, di calma.

Oggi mi sono impuntata e gli ho detto di no. Basta latte. Basta. Soffriremo un giorno ma poi staremo meglio.

Non avevo calcolato, e come avrei potuto?, il rubinetto dell’acqua. Lo accende: quello caldo che diventa bollente, quasi fino a allagare il bagno. “WATER! WATER!”, dice contento. Io salgo di corsa, cerco di smettere il flusso, piango e (scusa mamma), ma bestemmio.  

Ah, quasi dimenticavo: tutto questo – latte e acqua – con l’iPad a MASSIMO volume. Non ci si sente parlare. Si sente solo quella testa di cazzo che ha registrato, in camera sua, una versione inimmaginabile di GIANNA o di WALTZ#2, o che cazzo ne so cosa. La musica, perenne, riempie la casa anche in quei tre secondi tra il bere il latte e il chiederlo. Anche quando l’acqua bollente comincia a uscire da sotto la porta del bagno. Musica orrenda e a manetta continua. Perenne.

E questo è solo uno dei problemi della gestione di Luca. Poi arriva la spiegazione, inutile e per lui assolutamente senza significato, del motivo per cui lui, tutte le mattine che aspetta il suo pulmino, rimane invece a casa. “People get sick. We stay home: Luca stays home, papà stays home, Sofia and Emma stay home”. “Nonna Franca!”, risponde lui felice. “Yes, nonna Franca stays home!”. “Uncle Byrne!”, dice ridendo. Sta facendo la lista delle persone a cui vuole bene. Ma non ha capito un cazzo. Non capiamo noi, figurati lui, povero il mio angelo bello.

Un altro dei suoi problemi, come se non bastassero i primi due, è la sua noia, che capisco. Capisco anche che tutti noi ci annoiamo, che più della metà del mondo si annoia, ci mancherebbe Ma lui non capisce il perché, e questo rende la sua noia struggente e insopportabile allo stesso tempo.

Poi, a parte Luca, ci sono Sofia e Emma (autosufficienti, diligenti, bravissime) e Dan, che deve lavorare e si nasconde nel seminterrato tutto il giorno. Lavora tanto e con un’ansia comprensibile: Tripadvisor, come si potrà immaginare, non sta passando il suo periodo migliore. Ci sono i cani, due, che se non vanno al parco (sì, si può ancora) almeno un’ora al giorno distruggono la casa. C’è il bucato, la spesa, la casa da pulire almeno un minimo. E poi, ultimo degli ultimi problemi di tutti, ci sarebbe anche il mio lavoro: il mio libro, su cui ho lavorato duro per due anni è appena uscito e in qualche modo bisogna mantenerlo vivo, malgrado il casino globale. A questo punto, pensare al libro è una lussuria che mi sembra di potermi permettere. Eppure. Eppure che nervi: due anni di lavoro bruciati, così. Per il latte, per la malattia mentale (ok, l’ho detto), perché io vengo sempre ultima (colpa mia? Sicuramente, ma almeno datemi la possibilità di lamentarmi).

Oggi, dalla disperazione, ho chiamato le mie sorelle. “Non ce la faccio più”, ho detto quasi piangendo. Sono tre, le mie sorelle: una vive in campagna, con due figli adulti, sani e bellissimi che per ammazzare il tempo stanno completamente ristrutturando l’enorme giardino, sono impegnati e giustamente soddisfatti. L’altra vive con suo marito e il loro cane in un bellissimo appartamento nel centro di Milano. È dura, durissima, stare a casa tutto il tempo e aspettare che il lavoro riprenda. Ma sono, tutto sommato, tranquilli. L’ultima vive a Bologna. Da sola. Lavora molto da casa, ma giustamente si pizza. Mi hanno tutte e tre consolato, consigliato di fare un bel discorso a tutta la mia famiglia: ognuno deve avere il proprio spazio per recuperare, per lavorare, per non diventare pazzi. Queste sono misure eccezionali, lunghe e difficili per tutti. Bisogna fare a turno. Le ho ringraziate, perché il discorso non fa una piega.

In teoria.

In pratica eccomi, alle 12:20 (nel senso di mezzanotte) a provare a lavorare. Sono tutti a letto. Io sono stravolta, ma per mantenere il mio cervello in esercizio, scrivo. Anzi, ringrazio chi ha avuta voglia di ascoltare le mie settemila lamentele. Poi domandi andrà meglio. 
Giuro.




10 commenti:

  1. Non so quanto possa servire, però io un abbraccio stretto stretto te lo faccio lo stesso ❤️

    RispondiElimina
  2. Cara Marina, ho riso di gusto leggendoti e te ne ringrazio. Mi fai spesso ridere, ma non sono senza cuore, intesi. Scrivi così bene cose che forse riesco solo a pensare, male, e in cui spesso mi riconosco. Grazie ancora e un proibitissimo abbraccio, da Lodi

    RispondiElimina
  3. Intanto, in due di questi giorni strani, ho letto il tuo libro!!

    RispondiElimina
  4. Ciao Marina, ti leggo oggi per la prima volta, complimenti di ❤, sei riuscita a farmi ridere, nono stante la situazione..ma soprattutto , sei davvero speciale i tutto quello che riesci a fare nel quotidiano.Un abbraccio grande a te e alla tua meravigliosa famiglia.

    RispondiElimina
  5. Ciao Marina, leggo e ti seguo anche se non sempre commento. Capisco bene per tanti motivi. Ciao

    RispondiElimina
  6. Un abbraccio grande ❤❤❤
    Annalisa

    RispondiElimina
  7. Comprare una mucca? Naturalmente scherzo. Mio figlio é un aspie ad a.f. io dopo molte resistenze ho alla fine accettato di essere un'aspie ormai adulta e ben compensata. Un abbraccio

    RispondiElimina
  8. Scusi se mi permetto, ma un ragazzo come il suo dovrebbe vivere il una struttura adeguata! Mi sembra assurdo fare vivere alle sorelle delle sceneggiate simili! Poi i genitori...non sono eterni!

    RispondiElimina
  9. É da un po'di tempo che seguo il suo blog...e confesso di rimanere ogni volta più perplessa. Ora, io comprendo perfettamente che suo figlio abbia un disturbo mentale davvero grave....ma... l'educazione?? Un'educazione volta a limitare questi comportamenti invivibili e insopportabili?? Le punizioni, anche severe, nella vostra famiglia non sono mai state contemplate? Logico, non ora che ha venti e passa anni...ma a partire dalla prima infanzia!

    RispondiElimina