Tra Michelangelo e le meatballs



























L’altra sera, io e Dan siamo andati a cena al Dream Away, uno dei pochissimi ristoranti di Becket. Il Dream Away, però, è diverso da tutti gli altri. Negli anni Trenta era un casino. Sì, senza l’accento. Era in mano a Mama Frasca, una donna albanese che gestiva il tutto. 

È una casa di legno molto bella: al piano di sotto ci sono due saloni e di sopra le camere. Poi, anni dopo, è stata trasformata in un ristorante senza però cambiare quasi nulla: sulla destra c’è la music room, dove i musicisti fanno i loro concerti in cambio di una cena, e a sinistra, oltre il bancone del bar, c’è una sala da pranzo. Tavoli uno diverso dall’altro, posate, piatti, tovaglie e sedie diverse: una scelta che rende perfettamente l’idea di un posto raffinato e allo stesso tempo un po’ hippie. Il Dream Away è frequentato soprattutto dai turisti cittadini di New York e Boston: è decisamente troppo caro per la maggior parte della popolazione beckettiana. È un po’ da fighetti radical chic, diciamocelo. 

Ormai ci andiamo da talmente tanti anni che quando entriamo ci salutano tutti, compresa la cameriera che prima lavorava in un altro ristorante dove spesso portavamo Luca. «Ho lavorato tanto con persone autistiche e vostro figlio mi fa tenerezza». Talmente tanta tenerezza che, quando andammo per il suo compleanno (di Luca, intendo), lei gli pagò la cena. Adesso lavora al Dream Away e ogni volta che ci vede sono baci, abbracci e «Come sta il mio amico?». Tutto molto bello. 

Dopo la cena, abbiamo deciso di andare a bere l’ultimo bicchiere in un posto completamente diverso, sempre a Becket. È un bar che si chiamava Papa Bob’s fino a qualche mese fa e adesso è stato rinominato Jacobs Ladder Tavern. Diversamente dal Dream Away, è frequentato quasi esclusivamente dai locals e dai ragazzi che d’estate lavorano al campo estivo di Becket. Pochi fronzoli, TV accesa che mostra sempre qualche partita di baseball o di football, un jukebox che non si usa quasi mai, perché è anche un luogo di incontro e di chiacchiere. 

Ci sediamo al bancone, di fianco a un signore vestito con una T-shirt e un paio di bermuda. Io e lui cominciamo a chiacchierare. Mi racconta del suo lavoro. Fa il fabbro in una cittadina vicina e comincia a raccontarmi alcune delle sue avventure. «Oggi ero al distretto di polizia perché si era rotta la chiave nella toppa del deposito dei reperti. Su una parete erano appese alcune biciclette usate durante azioni criminali. Ho raccontato al poliziotto che tempo prima ero stato chiamato da un ristorante cinese per cambiare una serratura e, mentre lavoravo, un ragazzo in bicicletta si è avvicinato alla porta e ha sparato al cliente che stava entrando nel ristorante. Il poliziotto mi ha detto che la bici usata per quell’omicidio è una di quelle appese al muro». Chi l’avrebbe mai detto che un fabbro potesse vivere avventure del genere, gli dico. 

Sente il mio accento e chiede di dove sono. «Italy!», rispondo con una certa fierezza. «Ah, mi piacerebbe tanto andare in Italia! Soprattutto per il mangiare!».  Mentre sullo schermo i Red Sox mettevano a segno un altro home run, mi sono letteralmente cadute le palle. 

L’Italia ha una quantità di arte e di storia quasi ridicola. Ha visto imperi, invasioni, conquistatori e civiltà andare e venire. Ci sono arene romane, castelli, chiese medievali, palazzi rinascimentali, affreschi e rovine ovunque. Gli italiani camminano sui ruderi antichi perché ce ne sono talmente tanti che non sappiamo più dove metterli. E poi c’è il paesaggio: montagne, laghi, campagne, coste, isole, città costruite in posti in cui nessuno sano di mente oggi penserebbe di costruire una città. 

Ma niente, non basta. Per gli americani l’Italia è una grande mensa. Una questione di cibo, che sarà anche buono, per carità, ma insomma: tra un piatto di spaghi e la Cappella Sistina qualche differenza c’è. E il bello è che spesso il cibo italiano che hanno in mente è quello italo-americano. Così arrivano in Italia e cercano spaghetti with meatballs, pasta Alfredo e altre robe che, fortunatamente, sono rimaste qui, in America. 

 Sono campanilista? Forse, ma diobono, dai! 


Nella foto, una bicicletta a caso.

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