Martedì scorso
Era martedì scorso che l’aereo da Chicago atterrava a Boston verso le dieci di sera. Tornavamo da quattro giorni bellissimi: eravamo andati a trovare Sofia e il suo compagno che ci avevano portato nei loro posti preferiti della città e ci avevano viziato.”È così bello andare a trovarla e vederla sempre felice, soddisfatta del suo lavoro e innamorata follemente”, ci siamo detti una volta arrivati a casa.
Quel martedì Dan era andato a letto presto perché il giorno dopo sarebbe andato in ufficio. Ci deve andare due o tre giorni la settimana, e siccome il venerdì dopo avevamo prenotato una vacanza a Puerto Rico, aveva deciso che mercoledì e giovedì sarebbero stati i giorni giusti per prendere la linea rossa e arrivare nel cuore di Boston, nel palazzo bellissimo in cui era il suo ufficio. Io, come sempre, ero stata alzata fino a tardi a guardare un documentario sull’America degli anni settanta. Per la prima volta in tantissimi anni eravamo felici di poter fare dei viaggi da soli senza preoccupazioni. Un segno indelebile di libertà acquisita, voluta e ottenuta.
L’indomani mattina mi sono svegliata verso le nove e un quarto e Dan non era nel letto, ma ho sentito che stava salendo le scale. “Hai deciso di non andare?”, gli chiedo stropicciandomi gli occhi. “Sarei andato, ma io e altre novanta persone siamo state licenziate in tronco, con un’email”. “Ma che cazzo dici?”, rispondo convinta che fosse una battuta. Non scherzava. Ha aggiunto che entro venti minuti dall’email, la ditta avrebbe cancellato la sua presenza e i suoi contributi dal web. Ma che avrebbe potuto tenere il computer. La buona uscita sarebbe durata tre mesi così come l’assicurazione medica. Poi, cazzi nostri.
Non sono riuscita a dire niente perché i polmoni, il cuore e l’anima si erano immediatamente riempiti d’ansia. Mi sono alzata e sono andata in bagno a fare pipì, con la porta aperta, come sempre. Torno in camera e Dan è in piedi, di fronte a me. “Non mi dai neanche un abbraccio?”, chiede stupito e attonito. Lo abbraccio. “Scusa, ma sono scioccata e spaventata”. “Anch’io”, risponde Dan con voce spezzata.
Dan ha da poco compiuto sessant’anni, un’età difficile per trovare un altro lavoro. Ha messo energia, dedizione e creatività in tutti i posti in cui è stato assunto. Dopo anni di lavoro sodo a Tripadvisor, dove lui e molti altri vennero licenziati in tronco durante il COVID perché nessuno viaggiava più, ha dedicato anima e corpo nel lavoro per questa ditta. Ogni capo che ha avuto è sempre rimasto felicemente soddisfatto dei suoi progetti. Dan prende gli impegni sul serio, non sgarra mai. Evidentemente non basta a chi vuole alleggerire i costi. Anche la sua capa è stata licenziata come gli altri membri del suo gruppo di marketing operations. Intelligenza artificiale, pare.
Dopo lo shock, abbiamo provato a disdire la vacanza in Porto Rico: avevamo prenotato un bnb, una notte in albergo, una macchina a noleggio e, ovviamente, i biglietti aerei. Avevamo anche trovato una dogsitter, che avevamo già pagato. Dopo cento telefonate e la delusione di non poter essere rimborsati, abbiamo deciso che forse essere scioccati di fronte a un bellissimo mare caraibico sarebbe stato meglio che stare a Cambridge, dove tra l’altro si muore di caldo.
Dunque siamo qui, in un piccolo villaggio nel sud ovest dell’isola. Facciamo cento bagni al giorno, ci imbrattiamo di crema per paura delle ustioni solari, esageriamo un po’ con il rum e i mojitos, guardiamo tutte le partite dei Mondiali e come sempre, ridiamo molto. Ogni tanto facciamo a turno ad avere momenti di panico, ma “siamo in vacanza e ci pensiamo la settimana prossima quando torniamo” è il mantra di questa vacanza.
Tutto questo per dire che in America non si può mai stare tranquilli. Posto di merda.


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